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I mini racconti dei lettori di poesie italiane .it
La pendola dei nonni
Autore: Antonio Pelizzari
Scritto nel 2000
Inserito il 01/07/2010
Pagina vista 121 volte negli ultimi 70 giorni, con una media di 51 volte al mese.
(ID Testo: 4302)
I miei nonni paterni avevano, in salotto, appesa sopra il divano, una pendola a muro che, fin da quando ero piccolissimo, mi affascinava per via del suo suono: ad ogni quarto d'ora batteva le ore e, dopo una breve pausa, se non era l'ora piena, aggiungeva, con una tonalità diversa, uno, due, tre rintocchi a seconda che si trattasse del quarto, della mezz'ora o dei tre quarti d'ora. Il suono della pendola era metallico, ma armonioso; aveva un non so che di triste, ma tuttavia di dolcissimo e io passavo spesso tempo sotto di lei, aspettando che battesse le ore.
Alla domenica il nonno dedicava qualche minuto, subito prima del pranzo, per caricare le molle dell'orologio a muro. L'operazione era un vero e proprio rito, inscenato credo per catturare la mia attenzione. Io avevo abboccato, non gli toglievo gli occhi di dosso neppure per un attimo e controllavo con particolare attenzione ogni suo movimento.
Alla fine, mani sui fianchi e capo rivolto all'insù, attendava che la pendola battesse i dodici colpi del mezzogiorno. Mi lanciava un'occhiata d'intesa, soddisfatto. Poi, mi prendeva per mano ed assieme andavamo in cucina e, con gli altri, a tavola, iniziavamo il pranzo domenicale.
E tutte le domeniche si ripeteva la funzione del caricamento della pendola.
Passarono gli anni. Alcune cose erano cambiate: la mia famiglia adesso abitava a Verona. Il nonno si ammalò e, un giorno, presentendo la fine, mi fece chiamare. Presi il treno e lo raggiunsi: era appunto una domenica. Le camere da letto erano al primo piano, ma il nonno si era fatto montare il letto a pianterreno, per evitare le scale. Quando arrivai, senza convenevoli, mi fece sedere accanto a lui e mi disse di ascoltarlo con molta attenzione, perché aveva poco tempo; fatto un breve preambolo, in cui mi diceva della necessità di accettare con rassegnazione che anche suo figlio, cioè mio padre, avesse ormai i giorni contati per via di un male incurabile, cominciò a parlarmi del mio futuro, di che cosa cioè avrei dovuto aspettarmi e che cosa avrei dovuto fare, senza la guida spirituale di mio padre. Tutto con estrema semplicità, proprio perché, allora, avevo quindici anni.
Mentre ascoltavo quelle raccomandazioni e la nonna stava cucinando, la pendola suonò i dodici colpi del mezzogiorno. Allora il nonno mi ordinò di fermarla sentendosene, in quel momento, disturbato e non avendo alcuna intenzione di caricarla: lo avrebbe fatto, forse, in seguito. Proseguì poi con altri consigli, mi fece mangiare e mi rispedì in tutta fretta alla stazione, perché prendessi il primo treno utile per tornarmene a casa.
Il mercoledì successivo il nonno morì. Andai al suo funerale assieme a mia sorella (mia madre era rimasta vicina a mio padre, ormai in coma irreversibile) e, tornato in casa dei nonni, nella seconda metà del pomeriggio, cercai di rimettere in moto la pendola, ma inutilmente: il pendolo, avviato manualmente, oscillava per qualche decina di secondi, con ampiezza decrescente e poi si arrestava.
Ritentavo, ma sempre senza successo. Dovemmo rientrare a Verona la sera stessa, per via della scuola. Morto anche mio padre, pochi giorni dopo il decesso del nonno, andavo con una certa frequenza a trovare la nonna, sia per farle compagnia, sia perché le ero sempre stato molto legato.
E ogni volta tentavo, quasi con cocciutaggine, di rimettere in funzione la pendola: niente da fare. Ad un certo punto la nonna, per farla sistemare, me la fece portare da un orologiaio, che la mise sotto osservazione e poi, dopo qualche giorno, ce la riportò raccontandoci che tutto era in ordine. La pendola, secondo lui, funzionava perfettamente senza che le avesse fatta la benché minima riparazione: probabilmente il ragazzo (quello ero io) aveva disassato, per inesperienza, il mobile dell'orologio che, con un briciolo di attenzione, avrebbe ripreso senza difficoltà il normale funzionamento.
Invece la cosa non funzionò in nessun modo. Soltanto in occasione della mia visita per l'anniversario della morte del nonno mi riuscì, finalmente, di rimetter in moto la pendola, che riprese il suo lavoro, con cronometrica precisione ancora per un bel po’ di tempo.
Passarono circa undici anni. Anche questa volta molte cose erano cambiate: abitavo adesso al mio paese natale, con mia madre e mia zia. La nonna paterna si ammalò e venne ricoverata in ospedale, dove rimase per circa un mese e poi, da ultimo, venne rispedita d'urgenza a casa sua per via delle statistiche buone dell'ospedale, così almeno dissero i maligni. Sembra che la qualità di un ospedale sia inversamente proporzionale al numero dei decessi che vi si verificano. Rimane comunque il fatto che la nonna morì in autoambulanza, nel tragitto ospedale – casa.
Nell'atrio venne allestita la camera ardente e, siccome ogni quarto d'ora risuonavano le ore battute dalla pendola, qualcuno pensò che la cosa fosse irriguardevole: la gente parlava sottovoce per rispetto alla morta; sembrava perciò inaccettabile che la pendola suonasse con la solita frequenza ed intensità, senza cioè tener conto della situazione e quindi mi invitarono a bloccarla.
Fatti i funerali, mia madre ed io chiudemmo la casa della nonna. Un mese dopo, circa, la liberammo trasferendo quasi tutti i mobili in campagna; alcuni li regalammo, anche perché non avevamo dove metterli. A ricordo dei nonni, mia sorella si tenne uno scaffale per libri. Un mobile zoppo e tarlato; ma per lei, invece, era un pezzo d'antiquariato. Io mi presi la pendola e, a casa, la sistemai al muro del soggiorno con un robusto chiodo.
Ricorsi anche al filo a piombo e alla livella, ma la pendola non voleva trovare la posizione corretta per funzionare. Oscillava per pochi secondi, a volte andava perfino anche per dieci, quindici minuti, ma poi, inevitabilmente, si fermava. Tentai di tutto, ma la pendola non ne voleva sapere di rimettersi in marcia. Mia madre attribuiva la cosa al viaggio di trasferimento, fattole fare senza particolari attenzioni e all'età dell'oggetto: dopotutto – era la sintesi del suo ragionamento - se un meccanismo vecchio smette di funzionare, non c'è proprio niente di strano; anzi lo strano sarebbe stato il contrario.
Dopo un paio d'anni di inutili tentativi mi rassegnai a portarla da un apprezzato orologiaio perché ormai mi ero convinto di desiderare, proprio a livello fisico, che la pendola si rimettesse in marcia e mi facesse risentire il suo suono. Lo stimato artigiano trattenne la pendola presso il suo negozio per un bel pezzo, ma non cavò un ragno dal buco, si arrese e me la restituì. A suo dire la pendola non aveva un solo pezzetto che non fosse stato attentamente controllato: tutto singolarmente era in perfetta efficienza, ma nell'insieme invece non funzionava proprio niente.
Riportai la pendola a casa, la riappesi alla parete dell'ingresso (anche da ferma era decorativa) e spesso tentavo di rimetterla in moto, però sempre senza successo.
Fu soltanto in una tarda serata d'agosto di molti anni dopo che, in uno dei tantissimi tentativi di riavviarla, la pendola si mise in movimento e non si fermò più. La cosa mi dette una soddisfazione enorme; erano passati quasi dieci anni da quando quella maledetta aveva smesso di funzionare e tra lei e me ormai c'era un fatto personale.
In quel periodo lavoravo a Milano e facevo, in pratica, il pendolare: a casa c'ero soltanto durante i fine settimana o durante le ferie.
Un giorno mi telefonò mia moglie informandomi che mia madre, colpita da un ictus, era stata ricoverata in ospedale e la cosa si presentava piuttosto seria. Mi precipitai a casa, ma solo per constatare che quell'attacco era ancora più grave di quanto temessi.
Un pomeriggio ero a casa in attesa dell'ora delle visite in ospedale e notai, per via dell'improvviso silenzio che si era creato, che la pendola si era fermata. Contemporaneamente squillò il telefono. Dall'ospedale mi avvertivano che le cose stavano precipitando. Invece quella crisi venne poi superata. Ritornato a casa rimisi in moto l'orologio, un po’ meravigliato dalla strana coincidenza.
Qualche giorno dopo, era ancora molto presto, mi svegliai di soprassalto: la pendola stava giusto suonando le cinque e mezzo. Si era appena smorzato l'eco del suono delle ore battute quando sentii che mancava il ticchettio dell'orologio: la pendola si era ancora fermata. In quel momento squillò il telefono: era l'infermiera dell'ospedale che mi informava del decesso di mia madre.
La pendola non fu più riavviata e rimase ferma e muta. Per i tre giorni successivi, però, alle cinque e mezzo del mattino, fummo svegliati dall'improvviso suono delle ore che la pendola, con strana puntualità, ed a distanza di ventiquattro ore, batteva senza una apparente giustificazione fisica o meccanica. La cosa non mi piaceva proprio e a scanso di equivoci la portai in solaio, mettendola coricata, cioè in posizione orizzontale. Ma ogni tanto ci sembrava di udire, nel cuore della notte (erano sempre le cinque e mezzo del mattino) il rintocco delle ore. Decisi allora di forzare del polistirolo tra i martelletti e le due campane. In effetti non si udì più nulla. E da allora la pendola è rimasta là, coperta dalla polvere, e in casa non se ne è più parlato.
Ad un collega di lavoro, raccontai, a distanza di tempo, tutta la faccenda della pendola, sapendo che si interessava di fenomeni paranormali. Si fece ripetere la storia un paio di volte e poi elaborò la sua spiegazione.
A suo parere tutto tornava ammettendo che fosse il mio stato d'animo, anche a livello inconscio, che interagiva con il meccanismo della pendola. La cosa, secondo lui, era più frequente di quanto si potesse immaginare. Non voglio e non posso ricavare da quei fatti, rigorosamente veri, alcuna conclusione. Però se me li avesse raccontati un altro, giuro che non ci avrei creduto.
I commenti dei lettori
Silvia
38 anni
prov. di Milano
commento del 14/07/2010
(ID Commento: 1305)
Il racconto mi tocca molto da vicino... sono passati 12 anni da quando mio nonno è morto e pochi giorni fa, nell'anniversario della sua morte, l'ho ricordato intensamente con malinconia. "Mi manca e mi mancherà sempre", ho pensato.
Da lì a pochi giorni, spolverando, ho toccato appena la sua pendola francese che conservo e conserverò per sempre. Non era mai ripartita, se provavo a riavviarla si fermava da lì a pochi minuti. È da una settimana che non si arresta e quanto tocca le ore mi pare di udire la voce di mio nonno, la sua presenza, un suo segno.
Se è vero o meno che vi sia un legame con l'orologio che scandisce il tempo della nostra vita terrena e quella eterna, non lo so. Ma è ciò che credo ora mentre ne sento il ticchettio...
Grazie per il racconto,
Silvia
Antonino Fleres
48 anni
prov. di Torino
commento del 03/07/2010
(ID Commento: 1304)
Piacevole ed interessante lettura. La storia è gradevole, con i momenti tristi e quelli un po' misteriosi che si alternano incastrandosi perfettamente (come gli ingranaggi di un orologio - giusto per restare in tema).
Personalmente, penso che la mente umana sia un bel mistero: utilizzata solo in ragione di frazioni millesimali e sconosciuta per la quasi totalità.
Sicuramente capace di interattività inimmaginabili ma (attualmente) praticamente ingovernabili e non pilotabili.
Un saluto.

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Antonella Santoro
61 anni
prov. di Genova
commento del 02/08/2010
(ID Commento: 1308)
Mi piace leggerti, per quella tua prosa piana e rassicurante, non priva di dettagli significativi. Il racconto mi è piaciuto particolarmente, anche perchè sei riuscito a creare un'atmosfera di dolce sospensione che sembra infinita... Non voglio entrare nel merito dei fenomeni paranormali, dato che sono piuttosto scettica, ma (certa che quello che hai raccontato è tutto vero), come te, non so dare una spiegazione a un fatto del genere.
Con stima.
Antonella