Del trionfo della libertà – Canto III

Alessandro Manzoni, 1801

Testo

I tronchi detti e il lagrimoso volto
Di quella generosa Anima bella
Avean là tutto il mio pensier raccolto,

Quando tutto a sé ‘l trasse una novella
Turba, che di rincontro a me venia,
D’abito più recente e di favella.

Confuso e irresoluto io me ne gìa,
Com’uom che in terra sconosciuta mova,
Che lento lento dubbiando s’avvia.

Ed erano color che per la nova
Libertade s’alzar fra l’alme prime,
Di sé lasciando memoranda prova.

Grandeggiava fra queste una sublime
Alma, come fra ‘l salcio umile e l’orno
Torreggian de’ cipressi alto le cime.

Avea di belle piaghe il seno adorno,
Che vibravan di luce accesa lampa,
E fean più chiaro quel sereno giorno;

Ché men rifulge il sol quando più avvampa,
E sovra noi da lo stellato arringo
L’orme fiammanti più diritte stampa.

Allor ch’egli me vide il pie’ ramingo
Traggere incerto per l’ignota riva,
Meditabondo, tacito e solingo,

A me corse, gridando: Anima viva,
Che qua se’ giunta, u’ solo per virtute,
E per amor di Libertà s’arriva;

Italia mia che fa? di sue ferute
È sana alfine? è in Libertate? è in calma?
O guerra ancor la strazia e servitute?

Io prodigo le fui di non vil alma,
E nel cruento suo grembo ospitale
Giacqui barbaro pondo, estrania salma.

Né m’accolse nel seno il suol natale,
Né dolce in su le ceneri agghiacciate
Il suon discese del materno vale.

Barbaro estranio tu? non son sì ingrate
L’anime Italiane, e non è spento
L’antico senso in lor de la pietate.

Oh qual non fece Insubria mia lamento
Più sul tuo fato, che sul suo periglio!
Ahi! con lagrime ancor me ne rammento.

E te, discinta e scarmigliata, figlio
Chiamò, baciando il tronco amato e santo,
E con la destra ti compose il ciglio.

E adorò ‘l tuo cipresso al quale accanto
Il caro germogliò lauro e l’ulivo,
Che i rai le terse del bilustre pianto.

Li terse? Ahi no! ché a lei costonne un rivo,
Che inondò i membri inanimati e rubri
Di te, che ‘n cielo e ne’ bei cor se’ vivo.

Deh! resti a noi, dicean le rive Insubri,
Deh! resti a noi, ma l’onorata spoglia
Trasse Francia gelosa a’ suoi delubri.

Ma de l’itala sorte, onde t’invoglia
Tanto desio, come farò parola?
Ché un seme di Tiranni vi germoglia.

E sotto al giogo de la greve stola
La gran Donna del Lazio il collo spinse,
E guata le catene, e si consola.

E Partenope serve a lei, che vinse
In crudeltà la Maga empia di Colco,
E de’ più disumani il grido estinse.

Ed il Siculo e ‘l Calabro bifolco
Frange a crudo signor le dure glebe,
E riga di sudore il non suo solco.

Al mio dir disiosa urtò la plebe
Un’ombra, sì com’irco spinge e cozza
In su l’uscita le ammucchiate zebe.

Avea i luridi solchi in su la strozza
Del capestro, e la guancia scarna e smunta,
E la chioma di polve e sangue sozza.

E’ surse de le piante in su la punta,
Come chi brama violenta tocca,
E uno sciame d’affetti in sen gli spunta,

Ed il cor sopraffatto ne trabocca
Inondato e sommerso, e l’alma fugge
Su la fronte, su gli occhi e su la bocca.

Poi gridò: L’empia vive, e non l’adugge
Il telo, che temuto è sì là giue?
E ‘l dolce lume ancor per gli occhi sugge?

Né pur la pena di sue colpe lue,
Ma vive, e vive trionfante, e regna:
Regna, e del frutto di sue colpe frue.

O tu, diss’io, che sì contra l’indegna
Ardi, che in crudeltate al mondo è sola,
Spiegami il duol che sì l’alma t’impregna.

Più volte egli tentò formar parola,
Ma sul cor ripiombò tronca la voce;
Che ‘l duol la sospingeva ne la gola;

Sì come arretra il suo corso veloce,
E spumeggia e gorgoglia onda restia,
Se impedimento incontra in su la foce.

Ma poi che vinse il duol la cortesia,
E per le secche fauci il varco aperse,
E fu spianata al ragionar la via,

Gridò: Tu vuoi ch’io fuor dal seno verse
Il duol, che tanto già mi punse e punge,
Se pur si puote anco qua su dolerse.

Ma in quale arena mai grido non giunge
Di sua nequizia e de’ fatti empi e rei?
E sia pur, quanto esser si voglia, lunge.

Io di sua crudeltà la prova fei,
E giacqui ostia innocente in su l’arena,
Per amor de la Patria e di Costei,

Di ciò l’alma e la bocca ebbi ognor piena,
Che a me fu sempre fida stella e duce,
Ed or mi paga la sofferta pena.

Poi che apparve un’incerta e dubbia luce
Sovra l’Italia addormentata, e sparve,
Onde la notte nereggiò più truce,

E una benigna Libertade apparve,
Che al duro appena ci rapì servaggio,
Indi sparì come notturne larve,

Io corsi là, com’a un lontano raggio
Correndo e ansando il pellegrin s’affretta,
Smarrito fra ‘l notturno ermo viaggio.

Ahi breve umana gioja ed imperfetta!
Venne, con l’armi no, con le catene
Una ciurma di schiavi maladetta.

E gli abeti secati a le Rutene
Canute selve del Cumeo Nettuno
Gravaro il dorso, e ne radean le arene.

Corse fremendo ed ululando il bruno
Tartaro antropofàgo, che per fame
Spalanca l’atro gorgozzul digiuno.

E l’Anglo avaro, che mercato infame
Fa de le umane vite, e in quella sciarra
Lo spinsero de l’or le ingorde brame.

Né più i solchi radea sicula marra,
Né più la falce, ma le verdi biade
Mieteva la cosacca scimitarra.

E non bastar le peregrine spade;
Ché la Patria ancor essa, ahi danno estremo!
Vomitò contra sé fiere masnade.

Ahi che in pensando ancor ne scoppio e fremo!
Qual dal carcer sboccato e qual dal chiostro,
Qual tolto al pastorale e quale al remo.

Oh ciurma infame! e un porporato mostro
Duce si fe’ de le ribelli squadre,
Celando i ferri sotto al fulgid’ostro.

Costor le mani violente e ladre
Commiser ne la Patria, e tutta quanta
D’empie ferite ricovrir la madre.

Di Libertà la tenerella pianta
Crollar, sì come d’Eolo irato il figlio
L’aereo pin da le radici schianta.

Poscia un confuso regnava bisbiglio,
Un sordo mormorar fra denti ed una
Paura, un cupo sovvolger di ciglio;

Come allor che da lunge il ciel s’imbruna,
Siede sul mar, che a poco a poco s’ange,
Una calma che annunzia la fortuna;

Mentre cigola il vento, che si frange
Tra le canne palustri, e cupo e fioco
Rotto dai duri massi il fiotto piange.

Ma surse irata la procella, poco
Durò la calma e quel servir tranquillo;
Sangue al pianto successe e ferro e foco.

E l’aer muto ruppe acuto squillo
Annunziator di stragi, e sulla torre
L’atro di morte sventolò vessillo.

Il furor per le vie rabido scorre,
E con grida i satelliti, e con cenni
Incora e sprona, e a nova strage corre.

Allor s’ode uno strider di bipenni,
Un cupo scroscio di mannaje. Ahi come
Oltre veder con questi occhi sostenni!

Chi solo amò di Libertate il nome,
O appena il proferì, dai sacri lari
Strappato e strascinato è per le chiome.

Ai casti letti venian que’ sicari,
Qual di lupi digiuni atro drappello,
D’oro e di sangue e di null’altro avari.

E invan le spose al violato ostello,
Di lagrime bagnando il sen discinto,
Fean con la debil man vano puntello;

Ché fin fu il ferro, ahimè! cacciato e spinto
Entro il seno pregnante: oh scelleranza!
E il ferro, il ferro da l’orror fu vinto.

Gli empj no, che con fiera dilettanza
Pascean gli sguardi disiosi e cupi,
E fean periglio di crudel costanza.

E i pargoletti a que’ feroci lupi
Con un sorriso protendean le mani,
Con un sorriso da spetrar le rupi.

Ed essi, oh snaturati! oh in volti umani
Tigri! col ferro rimovean l’amplesso,
E fean le membra tenerelle a brani.

Non era il grido ed il sospir concesso;
Era delitto il lagrimar, delitto
Un detto, un guardo ed il silenzio istesso.

Morte gridava irrevocando editto.
La coronata e la mitrata stizza
L’avean col sangue d’innocenti scritto.

Intanto a mille eroi l’anima schizza
Dal gorgozzule oppresso, e brancolando
Il tronco informe su l’arena guizza.

Anelando, fremendo, mugolando
Gli spirti uscien da’ straziati tronchi,
Non il lor danno, ma il comun plorando.

Ivi sorgean due smisurati tronchi,
Cui l’adunato sangue era lavacro,
E d’intorno eran membri e capi cionchi.

Quinci era il tronco infame a morte sacro,
Irto e spumoso di sanguigna gruma,
Quindi stava di Cristo il simulacro;

E il percotea la fluttuante schiuma,
Che fea del sangue e de la tabe il lago,
Che ferve e bolle e orrendamente fuma.

Fiero portento allor si vide, un vago
Spettro spinto da voglia empia ed infame
Lieto aggirarsi intorno al tristo brago.

Avidamente pria fiutò il carname,
E rallegrossi, e poi con un sogghigno
Guatò de’ semivivi il bulicame.

Quindi il muso tuffò smilzo ed arcigno,
E il diguazzò per entro a la fiumana,
E il labbro si lambì gonfio e sanguigno.

Come rabido lupo si distana,
Se a le nari gli vien di sangue puzza,
E ringhia e arrota la digiuna scana,

E guata intorno sospicando, e aguzza
Gli orecchi e ognor s’arretra in su i vestigi,
Così colei, che di sua salma appuzza

Le viscere cruente di Parigi,
Rigurgitando velenosa bava,
La barbara consorte di Luigi,

Venia gridando: Insana ciurma e prava,
Che noi di crudi e di Tiranni incolpe,
E al regno agogni, nata ad esser schiava,

Godi or tuoi dritti, e de le nostre colpe
Il fio tu paga, e sì dicendo morse
Le membra, e rosicchiò l’ossa e le polpe.

Indi da l’atro desco il grifo torse
Gonfia di sangue già, ma non satolla,
Quando novo spettacolo si scorse.

Venia uno stuolo di Leviti, colla
Faccia di rabbia e di furor bollente,
E inzuppata di sangue la cocolla.

Ciascun reca una coppa, e d’innocente
Sangue l’empiero, e le posar su l’ara.
E lo vide e ‘l soffrì l’Onnipossente!

E disser: Bevi, e fean quegli empj a gara.
Danzava intorno oscenamente Erinni,
E scoteva la cappa e la tiara.

E i profani s’udian rochi tintinni
De’ bronzi, e l’aria, con le negre penne,
Gl’infernali scotean diabolic’inni.

Bramata alfine ed aspettata venne
A me la morte, ed il supremo sfogo
Compì su la mia spoglia la bipenne.

Allora scossi l’abborrito giogo,
E, l’ali aprendo a la seconda vita,
Rinacqui alfin, come fenice in rogo.

Ed ancor tace il mondo? ed impunita
È la Tigre inumana, anzi felice,
E temuta dal mondo e riverita?

Deh! vomiti l’accesa Etna l’ultrice
Fiamma, che la città fetente copra,
E la penetri fino a la radice.

Ma no: sol pera il delinquente, sopra
Lei cada il divo sdegno e sui diademi,
Autori infami de l’orribil’opra.

E fin da lunge ne’ recessi estremi,
Ove s’appiatta, e ne’ covigli occulti
L’oda l’empia Tiranna, odalo e tremi.

E disperata mora, e ai suoi singulti
Non sia che cor s’intenerisca e pieghi,
E agli strazj perdoni ed a gli insulti,

O dal Ciel pace a l’empia spoglia preghi;
Ma l’universo al suo morir tripudi,
E poca polve a l’ossa infami neghi.

E l’alma dentro a le negre paludi
Piombi, e sien rabbia assenzio e fel sua dape,
E tutto Inferno a tormentarla sudi,

Se pur tanta nequizia entro vi cape.

Spiegazione

Il Canto III di Del trionfo della libertà è un poemetto giovanile di Alessandro Manzoni, composto nel 1801, quando il poeta aveva poco più di sedici anni. È un testo che appartiene alla fase pre-romantica della sua produzione, molto diversa dal tono maturo che ritroviamo in opere come Il cinque maggio o Marzo 1821. In questi versi giovanili si avverte un entusiasmo politico tipico dell’epoca napoleonica, unito a un linguaggio ancora vicino alla tradizione arcadica.

Il Canto III racconta un momento di forte tensione morale. Alessandro Manzoni immagina la Libertà come una figura quasi sacra, capace di guidare i popoli verso un futuro più giusto. La poesia alterna immagini solenni a riflessioni personali, come se il giovane autore cercasse di capire quale ruolo possa avere l’individuo di fronte ai grandi cambiamenti storici.

Un esempio concreto è il modo in cui la Libertà viene descritta come una forza che attraversa i popoli e li risveglia dal torpore. È un’immagine che ricorda, per intensità, la figura della Natura che scuote l’uomo in La ginestra di Giacomo Leopardi, anche se qui il tono è meno tragico e più fiducioso. Allo stesso tempo, il poemetto mostra già una sensibilità morale che ritroveremo più tardi nei personaggi dei Promessi sposi, come Fra Cristoforo o Cardinale Federigo Borromeo, figure che incarnano un ideale di giustizia e responsabilità.

Il Canto III alterna momenti descrittivi a passaggi più meditativi. Quando il poeta parla dei popoli oppressi, lo fa con un linguaggio che richiama la storia antica, come accade in molte poesie civili dell’Ottocento. È un procedimento simile a quello che troviamo in A Zacinto di Ugo Foscolo, dove il mito classico diventa un modo per parlare del presente.

Contesto Storico

Il poemetto nasce negli anni in cui l’Europa è attraversata dalle conseguenze della Rivoluzione francese e dall’ascesa di Napoleone Bonaparte. L’Italia è divisa in stati e dominazioni straniere, e molti giovani intellettuali guardano alla Libertà come a un ideale capace di trasformare la società.

Nel 1801 Alessandro Manzoni vive a Milano, una città che sta cambiando rapidamente sotto l’influenza francese. Le idee di uguaglianza e di rinnovamento politico circolano tra i giovani, e il poemetto riflette questo clima. È un testo che appartiene alla stagione delle speranze, prima delle delusioni politiche che porteranno il poeta verso una visione più matura e più disincantata.

Per capire meglio questo contesto, si può pensare alla differenza tra il tono giovanile del poemetto e quello più riflessivo di Il cinque maggio, scritto vent’anni dopo. Nel poemetto la Libertà è un ideale luminoso; nell’ode dedicata a Napoleone Bonaparte, invece, la storia appare come un percorso complesso, fatto di grandezza e di colpa.

Analisi

Il Canto III è costruito come un discorso solenne rivolto alla Libertà. Il poeta la invoca, la descrive e la segue nei suoi effetti sui popoli. La struttura è ampia e fluida, con periodi lunghi e un ritmo che alterna momenti più lenti a passaggi più energici.

Un aspetto interessante è il modo in cui Alessandro Manzoni usa le immagini naturali per rappresentare i sentimenti collettivi.

Quando parla dei popoli che si risvegliano, usa metafore legate alla luce e al movimento, come se la Libertà fosse un’alba che illumina un paesaggio rimasto troppo a lungo nell’ombra. È un procedimento che ritroviamo anche in La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio, dove la natura diventa un modo per esprimere stati d’animo, anche se con finalità completamente diverse.

Il poemetto mostra anche un forte senso morale. La Libertà non è solo un ideale politico, ma una forza che chiede responsabilità. È un tema che ritorna spesso nella produzione manzoniana, come nella figura di Ernesto nel romanzo incompiuto Fermo e Lucia, dove il giovane protagonista deve imparare a distinguere tra impulso e dovere.

Temi e Significati

Il tema centrale è la Libertà, vista come un valore universale che attraversa i secoli. Non è una libertà individuale, ma collettiva, capace di trasformare i popoli. Il poemetto insiste sul rapporto tra l’ideale e la realtà, mostrando come la Libertà possa essere un faro anche nei momenti più difficili.

Un altro tema importante è il ruolo del poeta. Alessandro Manzoni si presenta come un testimone che osserva la storia e cerca di interpretarla. È un atteggiamento che ritroviamo anche in Marzo 1821, dove il poeta riflette sul destino dell’Italia, e in Il cinque maggio, dove la figura di Napoleone Bonaparte diventa un’occasione per meditare sulla fragilità umana.

Il poemetto affronta anche il tema della speranza. Non è una speranza ingenua, ma una fiducia nella possibilità di cambiamento. È un sentimento che si ritrova in molte poesie civili dell’Ottocento, come All’Italia di Giacomo Leopardi, dove il dolore per la situazione presente convive con il desiderio di un futuro migliore.

Forma Poetica

Il Canto III è scritto in endecasillabi sciolti, una forma che permette un andamento narrativo e solenne. L’assenza di rima favorisce un tono discorsivo, vicino al linguaggio dell’oratoria. È una scelta che richiama la tradizione classica, ma che anticipa anche la libertà metrica che Alessandro Manzoni userà più tardi nelle sue odi civili.

Il ritmo è ampio e spesso sostenuto da inversioni e figure retoriche tipiche della poesia neoclassica. Le immagini sono costruite con cura, e molte metafore hanno un valore simbolico.

La Libertà, ad esempio, è rappresentata come una forza luminosa, un’immagine che ricorda la luce divina in molte poesie religiose del poeta, come Il nome di Maria.

La struttura complessiva del poemetto è lineare, ma ricca di variazioni interne. I passaggi descrittivi si alternano a momenti meditativi, creando un equilibrio tra narrazione e riflessione.

È un equilibrio che ritroviamo anche in altre opere giovanili, come Urania, dove il poeta cerca di unire mito e sentimento personale.

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