Inferno – Canto II

Dante Alighieri, 1313

Testo

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ‘l chi e ‘l quale

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.

Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezione,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi ‘l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ‘l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’ io ‘n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ‘mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ ombra,
«l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fiate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’ io venni e quel ch’io ‘ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ‘l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io:

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’ i’ non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose
c’hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’ io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ‘l combatte
su la fiumana ove ‘l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’ io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com’ ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Parafrasi integrale in prosa

Dante Alighieri racconta che, mentre il giorno sta finendo e la notte si avvicina, sente crescere dentro di sé il timore per il viaggio che sta per intraprendere. La notte è il momento in cui le anime iniziano il loro cammino verso l’aldilà, e questa consapevolezza lo rende ancora più inquieto. Prima di entrare nell’Inferno, Dante Alighieri si rivolge a Virgilio e gli confessa di non sentirsi degno di un’impresa così grande: ricorda che solo Enea e San Paolo hanno avuto accesso al mondo dei morti da vivi, e si chiede perché proprio lui, così fragile e incerto, dovrebbe essere ammesso a un viaggio tanto straordinario.

Dante Alighieri teme che il suo viaggio non sia voluto dal cielo e che la sua debolezza possa far fallire tutto. Si sente inadeguato, come se stesse per affrontare qualcosa troppo grande per lui. Virgilio, vedendo il suo turbamento, lo rassicura e gli rivela che non è stato lui a scegliere Dante Alighieri, ma che una volontà più alta ha deciso di salvarlo. Gli racconta che una donna beata, Beatrice, è scesa dal Paradiso per chiedergli di aiutare Dante Alighieri. Beatrice gli ha spiegato che Dante Alighieri si trova in un momento di smarrimento e che rischia di perdersi per sempre, e per questo ha chiesto a Virgilio di guidarlo.

Virgilio racconta che Beatrice gli ha parlato con dolcezza e coraggio, dicendogli che non teme l’Inferno perché è protetta dalla grazia divina. Gli ha spiegato che un’altra donna, Santa Lucia, l’ha spronata a intervenire, e che ancora prima la Vergine Maria aveva avuto pietà di Dante Alighieri e aveva voluto la sua salvezza. Virgilio aggiunge che, dopo aver ascoltato queste parole, non ha potuto rifiutare l’incarico, perché nessuna creatura può resistere a un desiderio che nasce dal Paradiso.

Dopo aver ascoltato il racconto di Virgilio, Dante Alighieri si sente rinfrancato. La paura lascia spazio al coraggio, perché capisce che non è solo: tre donne benedette hanno pensato a lui, lo hanno protetto e hanno voluto che fosse salvato. Dante Alighieri si vergogna della sua precedente debolezza e ritrova la forza di proseguire. Si rivolge a Virgilio con rinnovata determinazione e gli chiede di guidarlo, perché ora si sente pronto a seguire il suo maestro ovunque. Virgilio, soddisfatto, si mette in cammino, e Dante Alighieri lo segue con passo sicuro, entrando finalmente nel cuore del viaggio.

Spiegazione

Il Canto II dell’Inferno è stato composto da Dante Alighieri tra il 1304 e il 1307, negli anni iniziali dell’esilio. È il canto che precede l’ingresso vero e proprio nell’Inferno e rappresenta un momento di esitazione, paura e riflessione. Dante Alighieri lo scrive mentre vive lontano da Firenze, in un periodo di incertezza politica e personale. Il Canto II dell’Inferno è una sorta di “notte prima del viaggio”, un momento di sospensione in cui il poeta mette a nudo la propria fragilità e la propria umanità.

Il Canto II dell’Inferno è il canto del dubbio. Dopo l’incontro con Virgilio nel Canto I, Dante Alighieri si ferma, esita, si chiede se sia davvero degno di intraprendere un viaggio così grande. È sera, e l’oscurità che scende diventa metafora della sua paura. Dante Alighieri si paragona a figure eroiche come Enea e San Paolo, che secondo la tradizione cristiana avevano visitato l’aldilà. Ma lui si sente piccolo, fragile, indegno.

È un momento profondamente umano: Dante Alighieri non è un eroe invincibile, ma un uomo che teme di fallire. La sua voce è tremante, sincera, quasi confessionale. È la paura che precede ogni grande cambiamento, ogni scelta difficile.

A questo punto interviene Virgilio, che racconta come sia stato inviato da Beatrice, la donna amata da Dante Alighieri e simbolo della grazia divina. Beatrice, mossa da compassione, è scesa dal Paradiso per chiedere a Virgilio di aiutare Dante Alighieri. Il racconto di Virgilio è uno dei momenti più poetici del Canto II dell’Inferno: Beatrice appare come una figura luminosa, dolce e forte, che parla con sicurezza e amore.

Beatrice non è sola: è stata incoraggiata da Santa Lucia, simbolo della luce spirituale, e dalla Vergine Maria, simbolo della misericordia. È una catena di intercessioni che mostra quanto Dante Alighieri sia amato e sostenuto. Il messaggio è chiaro: Dante Alighieri non è solo. Il suo viaggio non è un atto di presunzione, ma una missione voluta dal cielo.

Il Canto II dell’Inferno si chiude con Dante Alighieri che ritrova coraggio. Le parole di Virgilio lo rassicurano, lo sollevano, gli danno forza. È pronto a iniziare il viaggio.

Termini ostici:

Alcuni termini del Canto II dell’Inferno richiedono chiarimento. “Veltro” non compare qui, ma “alto passo” indica un’impresa difficile e pericolosa. “Tardo” significa esitante. “Prodezza” è valore morale. “Fellonia” indica crudeltà o tradimento. “Angoscia” è usata nel senso medievale di oppressione interiore. “Beata” significa benedetta, non semplicemente felice. “Leggiadra” indica grazia luminosa. “Foco d’amore” è un’immagine che richiama la carità divina. “Sì com’io dico” è una formula che rafforza la veridicità del racconto. “Conforto” significa incoraggiamento spirituale.

Contesto Storico

Il Canto II dell’Inferno riflette la condizione personale di Dante Alighieri durante l’esilio. È un periodo di incertezza, paura, perdita di identità. Dante Alighieri non sa dove vivrà, non sa se tornerà mai a Firenze, non sa se la sua voce sarà ascoltata. Il Canto II dell’Inferno è una confessione poetica di questa fragilità.

Il Medioevo è un’epoca in cui la fede cristiana struttura la visione del mondo. Le figure di Maria, Lucia e Beatrice rappresentano tre forme di grazia: misericordia, illuminazione e amore. Dante Alighieri unisce la tradizione cristiana con la cultura classica: Virgilio è la ragione pagana che guida l’uomo fino alla soglia della fede.

Il Canto II dell’Inferno riflette anche la crisi morale del tempo: Dante Alighieri si sente chiamato a denunciare la corruzione politica e religiosa, ma teme di non essere all’altezza.

Analisi

Il Canto II dell’Inferno è costruito come un dialogo interiore. Dante Alighieri esprime dubbi, paure, esitazioni. È un canto psicologico, in cui la voce del poeta si confronta con la voce della ragione (Virgilio) e con la voce della grazia (Beatrice).

La struttura è tripartita: prima il dubbio di Dante Alighieri, poi il racconto di Virgilio, infine il ritrovato coraggio. È un movimento che ricorda la dinamica della fede: paura, rivelazione, fiducia.

Il racconto di Virgilio è un capolavoro di poesia. Beatrice appare come una figura luminosa, quasi angelica. Le sue parole sono dolci ma ferme. La sua compassione è attiva, concreta. Non è un amore romantico, ma un amore spirituale, che vuole la salvezza dell’altro.

Il Canto II dell’Inferno è anche un manifesto teologico: la salvezza non è un atto solitario, ma un cammino sostenuto da altri. Dante Alighieri non può salvarsi da solo: ha bisogno di una guida, di una grazia, di un aiuto.

Temi e Significati

I temi principali del Canto II dell’Inferno sono il dubbio, la paura, la grazia, la guida, la responsabilità morale. Dante Alighieri si sente indegno, ma la grazia lo sostiene. Virgilio rappresenta la ragione, Beatrice la grazia, Maria la misericordia, Lucia la luce spirituale.

Il Canto II dell’Inferno affronta anche il tema della vocazione: Dante Alighieri è chiamato a un compito difficile, ma non può rifiutare. È un tema universale: ogni persona, nella vita, si trova davanti a scelte che richiedono coraggio.

Forma Poetica

Il Canto II dell’Inferno è scritto in terzine incatenate, con endecasillabi regolari. Il ritmo è più lento rispetto al Canto I, più meditativo. La lingua è ricca di latinismi, arcaismi e immagini luminose. Il tono varia: la prima parte è cupa e incerta, la seconda è luminosa e rassicurante, la terza è risoluta.

Il Canto II dell’Inferno è composto da 142 versi. La struttura è equilibrata: la narrazione di Virgilio occupa il centro, come un cuore luminoso.

Riassunto Lampo

Dante Alighieri esita prima di iniziare il viaggio. Si sente indegno e teme di fallire. Virgilio lo rassicura raccontandogli che Beatrice, Santa Lucia e la Vergine Maria hanno interceduto per lui. Dante Alighieri ritrova coraggio e accetta di iniziare il viaggio nell’aldilà.

Cosa Ricordare

Il Canto II dell’Inferno è il canto del dubbio e della grazia. Dante Alighieri è fragile, ma sostenuto. Virgilio è la ragione, Beatrice è la grazia. Il viaggio inizia non con la forza, ma con la fiducia.

Immagini Simboliche

La sera come simbolo di incertezza. Beatrice come luce. Lucia come vista spirituale. Maria come misericordia. Virgilio come guida.

Collegamenti Utili

Il Canto II dell’Inferno dialoga con la tradizione cristiana medievale e con l’Eneide di Virgilio. È utile confrontarlo con il Canto I per comprendere la dinamica psicologica del viaggio.

FAQ

Perché Dante Alighieri esita nel Canto II dell’Inferno? Perché si sente indegno e teme di fallire.

Chi manda Virgilio ad aiutare Dante Alighieri? Beatrice, incoraggiata da Santa Lucia e dalla Vergine Maria.

Qual è il tema centrale del Canto II dell’Inferno? Il superamento del dubbio grazie alla grazia e alla ragione.

Perché il Canto II dell’Inferno si svolge di sera? Perché la sera simboleggia incertezza e introspezione.

Che ruolo ha Virgilio? È la guida razionale che accompagna Dante Alighieri nell’Inferno e nel Purgatorio.

Il Canto II dell’Inferno è un prologo? Sì, è il prologo psicologico e spirituale del viaggio.

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