Dante Alighieri, 1313
Testo
In su l’estremità d’un’alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa;
e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ‘l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
che dicea: “Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta”.
«Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
Così ‘l maestro; e io «Alcun compenso»,
dissi lui, «trova che ‘l tempo non passi
perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi.
Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti.
D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.
Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.
Di violenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.
A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.
Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;
onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.
Puote omo avere in sé man violenta
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta
qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’ esser de’ giocondo.
Puossi far forza ne la deitade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;
e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.
La frode, ond’ogne coscienza è morsa,
può l’omo usare in colui che ‘n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.
Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida
ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.
Per l’altro modo quell’amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezial si cria;
onde nel cerchio minore, ov’è ‘l punto
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto».
E io: «Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ‘l popol ch’e’ possiede.
Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue,
perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
Ed elli a me «Perché tanto delira»,
disse, «lo ‘ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira?
Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ‘l ciel non vole,
incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?
Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,
tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli».
«O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
diss’io, «là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ‘l groppo solvi».
«Filosofia», mi disse, «a chi la ‘ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende
dal divino ‘ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,
che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ‘l maestro fa ‘l discente;
sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.
Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesi dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;
e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace,
Parafrasi integrale in prosa
Dante Alighieri e Virgilio giungono sull’orlo di una ripa molto alta, formata da grandi pietre spezzate che circondano il cerchio successivo dell’Inferno. Da lì si affacciano su un luogo ancora più crudele, ma l’odore terribile che sale dal baratro li costringe a fermarsi. Per ripararsi dal fetore, si appoggiano indietro a un grande sepolcro di pietra, sul cui coperchio Dante Alighieri legge un’iscrizione che ricorda papa Anastasio, accusato di essere stato sviato dalla retta dottrina da Fotino.
Virgilio spiega che la loro discesa deve procedere lentamente, in modo che i sensi si abituino al fetore del baratro, altrimenti non potrebbero sopportarlo. Dante Alighieri gli chiede allora di trovare un modo per non sprecare il tempo durante l’attesa. Virgilio risponde che ci ha già pensato e inizia una spiegazione dottrinale sulla struttura dei cerchi inferiori. Dice che, sotto quelle rocce, ci sono tre cerchi concentrici, disposti a gradoni, simili a quelli che hanno già visto, e che sono tutti pieni di anime malvagie.
Perché a Dante Alighieri basti la sola vista quando scenderà, Virgilio gli spiega in anticipo chi sono i dannati e perché sono puniti. Ogni forma di malizia che provoca odio in cielo ha come fine l’ingiustizia, e questa ingiustizia può essere compiuta con la forza o con la frode. Poiché la frode è un male tipicamente umano, essa è più odiosa a Dio, e per questo i fraudolenti sono collocati più in basso e subiscono pene più gravi. Il primo dei tre cerchi inferiori è interamente occupato dai violenti, ma poiché la violenza può essere esercitata contro tre soggetti diversi, il cerchio è diviso in tre gironi.
La violenza può essere rivolta contro Dio, contro sé stessi e contro il prossimo, sia direttamente sia contro i loro beni. Nel primo girone dei violenti sono puniti coloro che usano violenza contro il prossimo: omicidi, feritori, devastatori e predoni, che arrecano morte, ferite, rovine, incendi e furti. Nel secondo girone sono puniti coloro che usano violenza contro sé stessi e contro i propri beni: i suicidi, che si tolgono la vita, e gli scialacquatori, che dissipano le proprie sostanze in modo distruttivo. Nel terzo girone sono puniti coloro che usano violenza contro Dio, contro la natura e contro i suoi doni: bestemmiatori, sodomiti e usurai.
Virgilio passa poi a spiegare la frode. La frode può essere esercitata verso chi si fida e verso chi non ha un rapporto di fiducia. Nel primo caso, si spezza il vincolo naturale dell’amore che unisce gli uomini, e per questo i fraudolenti contro chi non è legato da fiducia sono puniti nel cerchio superiore dei fraudolenti. Lì si trovano ipocriti, adulatori, maghi, falsari, ladri, simoniaci, ruffiani, imbroglioni e altre categorie simili. Nel cerchio più basso, invece, sono puniti i traditori, cioè coloro che tradiscono la fiducia speciale che nasce da legami particolari, come quelli familiari, politici o religiosi. In quel punto, dove siede Dite, sono consumati per l’eternità tutti i traditori.
Dante Alighieri riconosce che la spiegazione di Virgilio è chiara e distingue bene la struttura dell’abisso e le categorie di dannati. Tuttavia, gli pone una domanda: perché le anime che si trovano nella palude fangosa, trascinate dal vento, battute dalla pioggia e coinvolte in litigi violenti, non sono punite dentro la città infuocata di Dite, se Dio le odia? E se Dio non le odia, perché sono punite in quel modo? Virgilio lo rimprovera dolcemente, chiedendogli perché la sua mente si allontani da ciò che ha già imparato, e gli ricorda l’insegnamento dell’Etica di Aristotele, che distingue tre disposizioni che il cielo non vuole: incontinenza, malizia e bestialità.
Virgilio spiega che l’incontinenza, cioè la mancanza di controllo sui propri desideri, offende meno Dio e merita una pena meno severa rispetto alla malizia e alla bestialità. Per questo i peccatori incontinenti, come i lussuriosi, i golosi e gli iracondi, sono puniti nei cerchi superiori, fuori dalla città di Dite, con pene meno dure. I maliziosi e i bestiali, invece, sono puniti dentro la città rossa, con pene più severe, perché la loro colpa è più grave. Dante Alighieri, soddisfatto, paragona Virgilio al sole che guarisce ogni vista offuscata, e confessa che il dubbio, quando viene sciolto, gli è gradito quanto il sapere.
Dante Alighieri chiede ancora un chiarimento: come può l’usura offendere la bontà divina? Virgilio risponde che la filosofia, per chi la comprende, insegna che la natura segue un corso stabilito dall’intelletto divino e dalla sua arte. L’arte umana, cioè il lavoro e l’ingegno, imita la natura, come il discepolo imita il maestro, e per questo l’arte umana è quasi “nipote” di Dio. Dalla natura e dall’arte derivano i mezzi leciti per procurarsi da vivere e far progredire l’umanità, come si legge nel libro della Genesi. L’usuraio, invece, disprezza la natura e il lavoro, perché pone la sua speranza nel guadagno ottenuto dal denaro stesso, senza passare per il lavoro e la produzione.
Con questa spiegazione, Virgilio scioglie il nodo del dubbio di Dante Alighieri sull’usura. Poi lo invita a seguirlo, perché è tempo di riprendere il cammino: le costellazioni dei Pesci stanno salendo sull’orizzonte, il Carro si trova sopra il punto del cielo chiamato Coro, e il pendio su cui si trovano scende dall’altra parte. Il riferimento astronomico indica che il tempo passa e che devono continuare la discesa nei cerchi inferiori.
Spiegazione
Il Canto XI dell’Inferno appartiene alla Divina Commedia di Dante Alighieri, composta negli anni dell’esilio, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. La datazione tradizionale per la stesura di questa parte del poema è intorno al 1313, in un contesto di forte crisi politica e personale per l’autore. Il Canto XI dell’Inferno si colloca nel momento in cui Dante Alighieri, guidato da Virgilio, si ferma sull’orlo del cerchio dei violenti e riceve una spiegazione dottrinale sulla struttura morale dell’Inferno. Il testo circolò inizialmente in manoscritti copiati a mano, letti da ambienti colti e religiosi, e solo secoli dopo fu fissato in edizioni a stampa che ne hanno consolidato la forma.
Il Canto XI dell’Inferno è un canto di pausa e di spiegazione dottrinale. Dante Alighieri non assiste a nuove pene, ma si ferma con Virgilio per comprendere la struttura morale dell’Inferno. È come se, prima di scendere in una zona ancora più dura, avesse bisogno di una mappa concettuale. Nella vita reale, questo ricorda quei momenti in cui, prima di affrontare una situazione complessa, si sente il bisogno di chiarire i principi di fondo: capire le regole prima di giocare la partita.
La distinzione tra incontinenza, malizia e bestialità è centrale. L’incontinenza riguarda chi cede ai desideri senza controllo, come chi mangia troppo, si lascia trascinare dall’ira o dalla lussuria. La malizia riguarda chi progetta il male con lucidità, come i truffatori o i traditori. La bestialità è il livello più basso, in cui l’uomo rinuncia alla ragione. Nella vita quotidiana, si può pensare alla differenza tra chi sbaglia per debolezza e chi sbaglia per calcolo freddo.
La spiegazione sull’usura è un esempio di come Dante Alighieri intrecci teologia, filosofia e vita economica. L’idea che il denaro debba essere legato al lavoro e alla produzione è ancora oggi al centro di molte riflessioni etiche sull’economia. L’usuraio, che guadagna dal denaro senza lavoro, è visto come qualcuno che rompe il legame naturale tra fatica, produzione e guadagno. È un tema che si può collegare alle discussioni moderne su speculazione finanziaria e distacco tra economia reale e finanza.
La “ripa” è una scarpata rocciosa, un pendio ripido che delimita il cerchio inferiore. Le “gran pietre rotte in cerchio” sono massi frantumati che formano una sorta di muraglia naturale. “Stipa” indica un ammasso, una massa compatta, qui riferita ai dannati e alle pene. Il “puzzo” è il cattivo odore, il fetore che sale dal baratro infernale. L’“avello” è un sepolcro di pietra, un grande sarcofago.
“Malizia” è la volontà deliberata di fare il male, distinta dall’“incontinenza”, che è la mancanza di controllo sui desideri. “Bestialitade” indica una condizione in cui l’uomo si comporta come una bestia, rinunciando alla ragione. “Frode” è l’inganno consapevole, soprattutto quando tradisce la fiducia altrui. “Simonia” è la compravendita di beni spirituali, come cariche ecclesiastiche. “Ruffian” è chi sfrutta la prostituzione altrui, “baratti” sono gli imbroglioni, i truffatori.
“Etica” è il trattato di Aristotele sulla condotta morale, che Dante Alighieri conosce e cita. “Fisica” è l’opera di Aristotele sulla natura, che spiega il funzionamento del mondo naturale. “Usura” è il prestito di denaro a interesse, considerato peccaminoso quando il guadagno è separato dal lavoro e dalla produzione reale. “Spene” è la speranza, qui intesa come fiducia riposta nel denaro invece che in Dio e nella natura.
Contesto Storico
Il Canto XI dell’Inferno riflette il contesto culturale del Medioevo cristiano, in cui la teologia, la filosofia aristotelica e il diritto canonico si intrecciano. La distinzione tra peccati di incontinenza e peccati di malizia deriva dalla lettura cristiana dell’Etica Nicomachea di Aristotele, mediata da autori come Tommaso d’Aquino. L’idea che l’usura sia un peccato grave è radicata nella dottrina della Chiesa, che condannava il prestito a interesse come sfruttamento del bisogno altrui.
Il riferimento a papa Anastasio e a Fotino richiama antiche controversie dottrinali, anche se la tradizione che collega quel papa all’eresia è discussa dagli studiosi. Dante Alighieri, però, utilizza questo riferimento per collocare nel sepolcro un esempio di deviazione dalla “via dritta”. Il contesto politico ed economico del tempo vedeva la crescita delle città, dei commerci e delle attività bancarie, con un aumento delle pratiche usurarie che la Chiesa cercava di regolamentare.
Analisi
Il Canto XI dell’Inferno è spesso definito un “canto scolastico” perché presenta una struttura argomentativa simile a quella delle lezioni universitarie medievali. Virgilio espone una tesi, la articola in distinzioni, risponde a obiezioni. È un modo poetico di tradurre in versi la logica delle Summae teologiche, come la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino. Dante Alighieri non si limita a raccontare, ma costruisce un sistema morale coerente.
La distinzione tra forza e frode richiama anche l’Eneide di Virgilio, dove i traditori e gli ingannatori sono spesso considerati più odiosi dei semplici violenti. La collocazione dei traditori nel punto più basso dell’Inferno anticipa figure come Giuda Iscariota, Bruto e Cassio, che saranno incontrati nel Canto XXXIV. Il Canto XI dell’Inferno prepara quindi il lettore a comprendere perché quei peccatori sono considerati i peggiori.
La riflessione sull’usura è collegata alla visione del lavoro presente nella Genesi, dove l’uomo è chiamato a “coltivare e custodire” la terra. L’arte umana, che imita la natura, è vista come una collaborazione con Dio. Questo tema è stato ripreso anche da autori successivi, come Giovanni Paolo II nelle encicliche sociali, dove il lavoro è presentato come partecipazione all’opera creatrice. Dante Alighieri anticipa questa visione, condannando chi cerca scorciatoie che disprezzano natura e lavoro.
Temi e Significati
Uno dei temi centrali è la gerarchia del male. Non tutti i peccati sono uguali: c’è una scala che va dalla debolezza alla malizia, fino alla distruzione dei legami fondamentali. Questo tema è attuale ogni volta che si discute se sia più grave un errore commesso per impulsività o un danno causato con premeditazione. Il Canto XI dell’Inferno invita a riflettere sulla responsabilità morale e sull’intenzionalità.
Un altro tema è il rapporto tra fede e ragione. Virgilio, simbolo della ragione umana, spiega a Dante Alighieri una struttura morale che si appoggia su Aristotele e sulla filosofia naturale. La fede non è in contrasto con la ragione, ma la integra. Nella vita reale, questo si traduce nella ricerca di un equilibrio tra convinzioni religiose, principi etici e analisi razionale dei fatti.
Il tema dell’economia e dell’usura introduce una riflessione sul valore del lavoro e del denaro. Il guadagno scollegato dal lavoro è visto come una deviazione dall’ordine naturale. È un tema che si può collegare alle discussioni contemporanee su speculazione, debito e giustizia sociale.
Forma Poetica
Il Canto XI dell’Inferno è scritto, come il resto della Divina Commedia, in terzine di endecasillabi a rima incatenata (schema ABA BCB CDC…). Questo schema crea un flusso continuo, adatto a sostenere un discorso argomentativo che procede per passaggi logici. L’endecasillabo permette a Dante Alighieri di inserire termini tecnici, riferimenti filosofici e teologici senza spezzare il ritmo. Il tono è più didascalico rispetto ad altri canti, ma la forma poetica mantiene viva l’attenzione del lettore.
Le immagini, pur in un contesto dottrinale, non mancano: la ripa alta, il sepolcro di Anastasio, il fetore del baratro, le costellazioni che segnano il passare del tempo. Questi elementi visivi rendono concreto un discorso che, altrimenti, potrebbe apparire astratto. La poesia diventa così un veicolo per la filosofia morale.
Riassunto Lampo
Dante Alighieri e Virgilio si fermano sull’orlo del cerchio dei violenti, a causa del fetore che sale dal baratro. Appoggiati a un sepolcro, Virgilio spiega la struttura dei tre cerchi inferiori: violenti, fraudolenti e traditori. Distingue tra incontinenza, malizia e bestialità, e chiarisce perché i peccatori incontinenti sono puniti fuori da Dite. Infine, spiega perché l’usura è un peccato contro Dio, la natura e il lavoro umano.
Cosa Ricordare
Il Canto XI dell’Inferno è la chiave di lettura morale dell’Inferno: qui Dante Alighieri espone la logica che sta dietro alla disposizione dei peccatori. La distinzione tra peccati di incontinenza e peccati di malizia è fondamentale per capire perché alcuni peccatori sono puniti più duramente di altri. L’usura è presentata come un peccato contro l’ordine naturale e divino, perché separa il guadagno dal lavoro. Il Canto XI dell’Inferno mostra come la Divina Commedia non sia solo un racconto di visioni, ma anche un trattato di etica in versi.
Immagini Simboliche
La ripa alta e le pietre rotte in cerchio sono l’immagine di un confine: Dante Alighieri è sul limite tra una parte dell’Inferno e un’altra, tra la visione e la spiegazione. Il sepolcro di Anastasio è il simbolo della deviazione dottrinale, del rischio di allontanarsi dalla “via dritta”. Il fetore che sale dal baratro rappresenta la corruzione morale che emana dai peccati più gravi. Le costellazioni dei Pesci e del Carro indicano il tempo che scorre e la necessità di proseguire il cammino: la ricerca della verità non può fermarsi troppo a lungo.
Collegamenti Utili
Il Canto XI dell’Inferno si collega direttamente ai canti precedenti, in particolare al Canto VI, dove si parla degli iracondi e degli accidiosi, e al Canto VII, con gli avari e i prodighi, tutti peccatori di incontinenza. Si collega anche ai canti successivi, in cui Dante Alighieri incontrerà i violenti (Canto XII–XVII), i fraudolenti (Malebolge, Canti XVIII–XXX) e i traditori (Canti XXXII–XXXIV). Sul piano filosofico, il Canto XI dell’Inferno dialoga con l’Etica Nicomachea di Aristotele e con la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, che riprende e sviluppa la distinzione tra tipi di peccato.
FAQ
Perché Dante Alighieri si ferma in questo punto dell’Inferno? Perché il fetore che sale dal baratro è troppo forte e i sensi devono abituarsi. Questo momento di pausa diventa l’occasione per una spiegazione dottrinale sulla struttura morale dei cerchi inferiori.
Perché la frode è considerata più grave della violenza? Perché la frode è un male tipicamente umano, che implica l’uso della ragione per ingannare. Rompe il vincolo di fiducia e di amore che dovrebbe unire gli uomini, e per questo è più odiosa a Dio.
Che differenza c’è tra incontinenza e malizia? L’incontinenza è la mancanza di controllo sui desideri, come nei peccati di lussuria o gola. La malizia è il male compiuto con piena consapevolezza e deliberazione, come la frode o il tradimento. La seconda è più grave della prima.
Perché l’usura è un peccato contro Dio e la natura? Perché l’usuraio guadagna dal denaro senza passare per il lavoro e la produzione, disprezzando il corso naturale stabilito da Dio e imitato dall’arte umana. È un guadagno che non nasce dalla fatica né dalla trasformazione della realtà.
Che ruolo ha Aristotele in questo canto? Le categorie di incontinenza, malizia e bestialità derivano dall’Etica di Aristotele, che Dante Alighieri conosce e integra nella sua visione cristiana. Virgilio diventa la voce di questa filosofia, traducendola in termini comprensibili.
Perché Dante Alighieri cita la Fisica e la Genesi? Per mostrare che natura e rivelazione concordano: la natura segue un corso voluto da Dio, e la Genesi conferma che l’uomo deve vivere del proprio lavoro. L’usura rompe questa armonia.
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