Inferno – Canto XII

Dante Alighieri, 1313

Testo

Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’era,
tal ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse;

cotal di quel burrato era la scesa;
e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamia di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io giva pensando; ed ei disse: «Tu pensi
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ira bestial ch’io ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fiata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’appressa
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per violenza in altrui fessa».

O cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ’l piè de la ripa ed essa in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò di lungi: «A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta
faremo a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò e disse: «Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quel l’altro è Folo, che fu sì pien d’ira».

Per entro la fossa vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille.

Noi ci appressammo a quelle fiere snelle;
Chirón prese uno strale e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Li piè de’ morti non soglion fare orme».
E ’l mio buon duca, che già li era al petto
dove le due nature son consorte,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
mostrarsi mi convien che ’l dimostri
la necessità, non il diletto.

Tal si partì da cantare a’ suoi mostri
che non volle la via con me venire;
ma questi ha sì gran colpa, e sì non nostri,

che, com’io dissi, venni per servire,
non per piacer: da colui che di tutto
è sire fu’ io mandato a lui condurre.

Però ti prego che a noi ti sia aiuto,
e che un di questi tuoi a noi s’accosti,
che ne mostri là ove si varca il fiume,

e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere voli».

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sii lor duca,
e fa che l’altra schiera non li tocca».

Noi ci movemmo con la scorta fiduca
lungo la riva del bollente sangue,
nel qual bollian color che féro oltraggio a altrui.

Grande fossa era, e la sua ripa stagne
avea, e di sangue ne venìa tal pieno,
che sovra i piè facea a taluni branche.

«Ecco tiranni, che dier nel sangue e nel ben altrui»,
disse il centauro, «qui si piangon le lor empie voglie.

Qui è Alessandro, e Dionisio fero,
che fé Sicilia aver dolorosi anni;
e quella fronte che ha sì nero pelo

è Azzolino, e quell’altro è Obizzo d’Este,
che veramente fu dal figliastro in terra
sù morto».

Allora mi volsi al poeta, e questi
mi disse: «Sii or primo, e io secondo».

Sempre più giù venimmo al gran mondo
del sangue, fin che giungemmo a gente
che ne usciva fuor sì che ’l sangue lor giungea al mento.

Qui Nesso si fermò un poco, e disse:
«Ecco qui gente che per violenza
ferì sé stessi e i lor beni, e per tal vizio

son qui più giù, dove il sangue è men caldo».

Poi ci guidò ancora, e vedemmo anime
che avean la testa fuor del sangue e il busto in giù,
e molte altre più immerse.

A poco a poco il fiume si abbassava,
sì che i dannati avean solo i piedi immersi;
e qui lasciammo la riva sanguinosa,

e Nesso tornò indietro solo,
per la via che avea fatto prima.

Parafrasi integrale in prosa

Il luogo in cui Dante Alighieri e Virgilio iniziano a scendere la riva è scosceso, roccioso e così aspro che chiunque ne sarebbe spaventato. Dante Alighieri lo paragona a una frana famosa vicino a Trento, dove l’Adige è stato colpito da una rovina di monte, forse per un terremoto o per il cedimento del terreno. La roccia, staccatasi dalla cima, è precipitata fino al piano, creando un pendio che potrebbe offrire un passaggio a chi si trovasse in alto. Allo stesso modo, la discesa in quel burrone infernale è formata da rocce spezzate.

Sulla punta di quella rupe spezzata, Dante Alighieri vede la figura mostruosa del Minotauro, “l’infamia di Creta”, nato dall’unione innaturale tra Pasifae e un toro, grazie a una finta vacca costruita da Dedalo. Quando il Minotauro vede Dante Alighieri e Virgilio, si morde da solo, come chi è divorato dall’ira. Virgilio lo provoca, ricordandogli la sua sconfitta per mano del “duca d’Atene”, cioè Teseo, e gli ordina di allontanarsi, perché Dante Alighieri non è lì per ucciderlo, ma per vedere le pene dei dannati. Il Minotauro, furioso, si agita come un toro ferito a morte che non sa dove andare e salta qua e là. Approfittando di questo momento di confusione, Virgilio invita Dante Alighieri a correre verso il varco, finché il mostro è in preda alla furia.

I due iniziano a scendere tra le pietre, che si muovono sotto il peso di Dante Alighieri, non abituate a sopportare il passo di un vivo. Dante Alighieri cammina pensieroso, e Virgilio intuisce che sta riflettendo su quella rovina. Gli spiega allora che, quando lui era sceso la prima volta nel basso Inferno, quella roccia non era ancora crollata. Il crollo è avvenuto poco prima dell’arrivo di Cristo nell’Inferno, quando questi è sceso per liberare le anime dei giusti del Limbo. In quel momento, tutta la valle infernale ha tremato così forte che sembrava che l’universo fosse scosso dall’amore divino, e alcuni hanno creduto che il mondo fosse tornato nel caos. In quell’istante, quella vecchia roccia si è spezzata e rovesciata, lì e in altri luoghi.

Virgilio invita poi Dante Alighieri a guardare in basso, perché si avvicinano al fiume di sangue, il Flegetonte, in cui bollono le anime di coloro che hanno fatto violenza contro il prossimo. Dante Alighieri lancia un’invettiva contro la cupidigia cieca e l’ira folle, che spingono gli uomini a commettere violenze nella breve vita terrena e li condannano a pene terribili nell’eternità. Vede una grande fossa che forma un arco, abbracciando tutto il piano, come Virgilio gli aveva anticipato. Tra il piede della ripa e il margine della fossa corrono dei centauri, metà uomini e metà cavalli, armati di frecce, come facevano un tempo quando andavano a caccia.

Vedendo Dante Alighieri e Virgilio scendere, i centauri si fermano, e tre di loro si staccano dalla schiera, con archi e frecce già pronti. Uno di loro grida da lontano, chiedendo a quale pena siano destinati e minacciando di scoccare una freccia se non rispondono. Virgilio replica che risponderanno da vicino a Chirone, il loro capo, e rimprovera il centauro per la sua fretta. Poi spiega a Dante Alighieri chi sono quei tre: il primo è Nesso, che morì per la bella Deianira e si vendicò di Ercole con il suo sangue avvelenato; il secondo, al centro, è Chirone, il grande maestro di Achille; il terzo è Folo, noto per la sua ira.

I centauri percorrono la fossa in gran numero, colpendo con le frecce le anime che cercano di uscire dal sangue più di quanto la loro colpa consenta. Dante Alighieri e Virgilio si avvicinano, e Chirone, per osservare meglio, prende una freccia e si gratta la barba con il fondo, scoprendo la bocca. Nota che Dante Alighieri muove ciò che tocca e fa orme, e fa notare ai compagni che i piedi dei morti non lasciano tracce. Virgilio, arrivato all’altezza del petto di Chirone, dove si uniscono le due nature del centauro, spiega che Dante Alighieri è vivo e che è costretto a mostrarsi così, non per piacere ma per necessità. Racconta che un tempo un altro spirito si è rifiutato di seguirlo, ma che ora è stato mandato da colui che è signore di tutto per condurre Dante Alighieri attraverso l’Inferno.

Virgilio chiede a Chirone di aiutarli, facendo accompagnare Dante Alighieri da uno dei centauri, che lo porti in groppa e li guidi fino al punto in cui si può attraversare il fiume di sangue, proteggendoli dagli altri. Chirone si volta verso destra e ordina a Nesso di tornare indietro e fare da guida, impedendo alla schiera di attaccarli. Dante Alighieri e Virgilio si muovono lungo la riva del sangue bollente, in cui sono immersi coloro che hanno fatto violenza contro il prossimo. Il sangue è così alto che ad alcuni arriva fino alle sopracciglia.

Nesso indica a Dante Alighieri alcuni tiranni che hanno versato sangue e depredato i beni altrui. Tra questi cita Alessandro (identificato tradizionalmente con Alessandro di Fere o con Alessandro Magno, secondo le interpretazioni), Dionisio tiranno di Siracusa, che rese dolorosi gli anni della Sicilia, Ezzelino da Romano, chiamato Azzolino, noto per la sua ferocia, e Obizzo d’Este, ucciso, secondo la voce popolare, dal figliastro. Dante Alighieri osserva queste anime immerse nel sangue, e Nesso continua a guidarli lungo il fiume.

Man mano che procedono, il livello del sangue si abbassa, e Dante Alighieri vede anime che hanno il sangue fino al petto, poi fino alla vita, poi solo ai piedi. Questo indica la diversa gravità delle colpe. Quando giungono al punto in cui il sangue arriva solo alle caviglie, Nesso si ferma e li lascia, tornando indietro lungo la stessa strada. Dante Alighieri e Virgilio, invece, proseguono verso il cerchio successivo, avendo compreso la pena dei violenti contro il prossimo.

Spiegazione

Il Canto XII dell’Inferno appartiene alla Divina Commedia di Dante Alighieri, composta negli anni dell’esilio, tra il 1307 e il 1321 circa. Siamo nella parte centrale del viaggio infernale, subito dopo il canto dottrinale sulla struttura dei peccati, e qui Dante Alighieri entra finalmente nel cerchio dei violenti. Il contesto è quello di una Firenze lacerata da lotte politiche, di un’Europa attraversata da conflitti tra poteri laici e religiosi, e di un autore che riflette sulla giustizia divina confrontandola con la violenza umana. Il Canto XII dell’Inferno circolò inizialmente in manoscritti copiati a mano, letti in ambienti colti, e solo più tardi fu fissato nelle grandi edizioni a stampa che ne hanno consolidato il testo.

Il Canto XII dell’Inferno segna l’ingresso nel cerchio dei violenti, dopo che nel Canto XI Virgilio ha spiegato la struttura morale dell’Inferno. Qui quella teoria si traduce in immagini concrete: il fiume di sangue bollente, i centauri armati, i tiranni immersi fino alle sopracciglia. È come passare da una lezione teorica a una visita sul campo. Nella vita reale, succede qualcosa di simile quando, dopo aver studiato una legge o un principio, se ne vedono gli effetti concreti nelle storie delle persone.

La presenza del Minotauro all’ingresso del cerchio dei violenti è simbolica. È una creatura nata da una violenza contro natura, frutto di un desiderio distorto e di un inganno. La sua furia cieca rappresenta la violenza irrazionale, quella che esplode senza controllo. Virgilio lo domina con la parola, ricordandogli la sconfitta subita da Teseo: la ragione che vince sulla bestialità. È un’immagine che si può collegare a tutte le situazioni in cui la lucidità riesce a contenere l’aggressività.

Il fiume di sangue, il Flegetonte, è una rappresentazione diretta del contrappasso: chi ha versato sangue altrui è ora immerso nel sangue. I tiranni che hanno oppresso i popoli sono costretti a bollire in ciò che hanno sparso. È una forma di giustizia poetica che rende visibile ciò che, nella vita reale, spesso resta nascosto: le conseguenze delle azioni violente. I centauri che sorvegliano il fiume, pronti a colpire chi cerca di emergere oltre il dovuto, sono come guardiani che impediscono ai colpevoli di sfuggire alla misura della loro pena.

“Alpestro” indica un luogo aspro, montuoso, difficile da percorrere. “Ruina” è una frana, un crollo di roccia che precipita a valle. “Burrato” è un burrone, un abisso profondo e scosceso. “Lacca” è una lastra di roccia, qui spezzata. “Infamia di Creti” è il Minotauro, simbolo di vergogna per l’isola di Creta, nato da un’unione contro natura. “Falsa vacca” è il congegno costruito da Dedalo per permettere a Pasifae di unirsi al toro.

“Bestia” è usato per indicare il Minotauro, creatura irrazionale dominata dall’ira. “Scarco” è il pendio di pietre sciolte, difficile da percorrere. “Gran preda levò a Dite” si riferisce alla discesa di Cristo nell’Inferno, che liberò le anime dei giusti. “Caòsso” è il caos, lo stato di disordine primordiale. “Riviera del sangue” è il fiume Flegetonte, dove bollono i violenti. “Cieca cupidigia” è l’avidità che non vede le conseguenze, “ira folle” è la rabbia incontrollata.

“Centauri” sono creature mitologiche metà uomini e metà cavalli. “Saette” sono frecce, “asticciuole” sono le aste delle frecce. “Martiro” è la pena, il tormento. “Nesso”, “Chirone” e “Folo” sono centauri della mitologia greca, ciascuno con una storia legata alla violenza e alla vendetta. “Tiranni” sono governanti che abusano del potere, versando sangue e depredando i sudditi. “Sortille” indica la misura assegnata, qui la quantità di sangue in cui ciascuno deve stare in base alla propria colpa.

Contesto Storico

Il Canto XII dell’Inferno riflette un contesto storico in cui la violenza politica era frequente. Tiranni, signori di guerra, condottieri spietati segnavano la vita delle città italiane e dei regni europei. Figure come Ezzelino da Romano e Obizzo d’Este erano note ai contemporanei di Dante Alighieri per la loro crudeltà o per le vicende sanguinose che li avevano coinvolti. Inserirli nel fiume di sangue significa collocare la storia concreta dentro la struttura morale dell’Inferno.

Il riferimento al terremoto che ha fatto crollare la roccia è collegato, in chiave simbolica, alla discesa di Cristo agli inferi, evento teologico che, nella tradizione medievale, ha un forte valore cosmico. L’idea che l’universo abbia tremato per l’amore divino richiama una visione del mondo in cui gli eventi spirituali hanno effetti anche fisici. Il Canto XII dell’Inferno si colloca quindi all’incrocio tra mitologia classica, storia politica e teologia cristiana.

Analisi

La struttura del Canto XII dell’Inferno alterna momenti di azione e momenti di spiegazione. L’incontro con il Minotauro è rapido e violento, ma serve soprattutto a introdurre il tema della bestialità. La discesa tra le rocce, spiegata da Virgilio, collega il paesaggio infernale a un evento teologico preciso, la discesa di Cristo. È un modo per dire che anche la geografia dell’Inferno è segnata dalla storia della salvezza.

L’incontro con i centauri richiama direttamente la mitologia greca. Chirone, maestro di Achille, è qui trasformato in guardiano infernale, ma conserva la sua saggezza: è lui che si accorge che Dante Alighieri è vivo. Nesso, legato alla storia di Ercole e Deianira, è un simbolo di vendetta che continua oltre la morte. Dante Alighieri utilizza queste figure per dare spessore al paesaggio infernale, collegandolo a un immaginario condiviso dai lettori colti del suo tempo.

Il contrappasso dei violenti contro il prossimo è chiaro: chi ha versato sangue è immerso nel sangue. Ma la diversa profondità in cui sono immersi i dannati introduce una graduazione della colpa. Non tutti i violenti sono uguali: c’è chi è stato più spietato e chi meno. È una riflessione che si può collegare alla giustizia umana, che distingue tra gradi di responsabilità e di intenzionalità.

Temi e Significati

Uno dei temi centrali è la violenza come rottura dell’ordine naturale e sociale. I tiranni che opprimono i popoli, i predoni che saccheggiano, tutti coloro che usano la forza per il proprio vantaggio sono qui rappresentati come immersi nel sangue. È un modo per dire che la violenza non è solo un fatto di cronaca, ma una ferita profonda nell’ordine del mondo.

Un altro tema è il rapporto tra ragione e bestialità. Il Minotauro rappresenta la furia cieca, mentre Virgilio rappresenta la ragione che la domina. I centauri, metà uomini e metà cavalli, sono figure intermedie, che uniscono razionalità e istinto. La loro presenza nel cerchio dei violenti suggerisce che la violenza nasce spesso da una parte animale che non viene governata dalla ragione.

Il tema della giustizia divina attraversa tutto il Canto XII dell’Inferno. Il fiume di sangue è una risposta simbolica alla domanda su come vengano puniti i violenti. La misura della pena, indicata dal livello del sangue, richiama l’idea che ogni azione abbia una conseguenza proporzionata. È un tema che parla anche alla sensibilità moderna, quando si discute di responsabilità, colpa e pena.

Forma Poetica

Il Canto XII dell’Inferno è scritto in terzine di endecasillabi a rima incatenata, lo schema tipico della Divina Commedia. Questo ritmo continuo sostiene il passaggio dalle descrizioni paesaggistiche alle scene d’azione e alle spiegazioni morali. Le immagini sono vivide: la frana, il Minotauro che si morde, i centauri che corrono armati, il sangue bollente. La lingua alterna termini tecnici, riferimenti mitologici e invettive morali, mantenendo un tono serio e solenne.

La struttura del Canto XII dell’Inferno è ben calibrata: apertura descrittiva, incontro con il mostro, spiegazione della frana, invettiva morale, presentazione del fiume di sangue, incontro con i centauri, identificazione dei tiranni. Ogni sezione contribuisce a costruire un quadro coerente del cerchio dei violenti contro il prossimo.

Riassunto Lampo

Dante Alighieri e Virgilio scendono lungo una frana rocciosa, causata dal terremoto avvenuto quando Cristo discese nell’Inferno. All’ingresso del cerchio dei violenti incontrano il Minotauro, simbolo di furia bestiale, che Virgilio mette in fuga. Giunti al fiume di sangue, il Flegetonte, vedono i violenti contro il prossimo bollire nel sangue, sorvegliati da centauri armati. Nesso li guida lungo la riva, mostrando loro tiranni e violenti immersi a diverse profondità, secondo la gravità delle loro colpe.

Cosa Ricordare

Il Canto XII dell’Inferno è il canto dei violenti contro il prossimo, puniti nel fiume di sangue bollente. Il Minotauro rappresenta la violenza cieca, mentre i centauri sono i guardiani che impediscono ai dannati di emergere oltre il dovuto. La frana che permette la discesa è collegata alla discesa di Cristo agli inferi, segno che anche l’Inferno è stato scosso dalla storia della salvezza. Il Canto XII dell’Inferno mostra come la violenza, nella prospettiva di Dante Alighieri, non sia solo un fatto umano, ma una rottura profonda dell’ordine voluto da Dio.

Immagini Simboliche

La frana rocciosa è l’immagine di un mondo sconvolto da un evento straordinario, la discesa di Cristo. Il Minotauro che si morde da solo è la rappresentazione della violenza che si ritorce contro chi la esercita. Il fiume di sangue è il simbolo più evidente del contrappasso: chi ha versato sangue è immerso nel sangue. I centauri armati, che colpiscono chi emerge oltre il dovuto, sono l’immagine di una giustizia che non permette di sfuggire alla misura della colpa.

Collegamenti Utili

Il Canto XII dell’Inferno si collega direttamente al Canto XI, dove Virgilio ha spiegato la struttura dei peccati di violenza, frode e tradimento. Anticipa i canti successivi dedicati agli altri violenti: contro sé stessi (suicidi e scialacquatori) e contro Dio, natura e arte (bestemmiatori, sodomiti, usurai). Sul piano mitologico, richiama le storie di Teseo, Minotauro, Nesso, Chirone, Achille, che appartengono al patrimonio epico greco. Sul piano morale, dialoga con la riflessione sulla violenza presente in opere come l’Etica Nicomachea di Aristotele e, in epoca successiva, in testi come il De civitate Dei di Agostino, dove si riflette sul ruolo dei tiranni nella storia.

FAQ

Perché Dante Alighieri mette il Minotauro all’ingresso del cerchio dei violenti? Perché il Minotauro è una creatura nata da una violenza contro natura e rappresenta la furia cieca. Metterlo all’ingresso del cerchio dei violenti significa usare un simbolo mitologico per introdurre il tema della violenza come perdita di razionalità.

Perché la frana è collegata alla discesa di Cristo agli inferi? Perché Dante Alighieri vuole mostrare che la storia della salvezza ha effetti anche sull’Inferno. Il terremoto che fa crollare la roccia è il segno fisico di un evento spirituale: la discesa di Cristo per liberare i giusti.

Chi sono i centauri e perché sorvegliano il fiume di sangue? I centauri sono figure mitologiche metà uomini e metà cavalli, spesso associate alla violenza e alla sfrenatezza. Sorvegliano il fiume di sangue perché la loro natura li rende adatti a controllare i violenti, colpendo chi cerca di emergere oltre la misura stabilita.

Perché i tiranni sono immersi nel sangue? Perché hanno versato sangue altrui e depredato i beni dei sudditi. Il sangue in cui bollono è il contrappasso delle loro azioni: ciò che hanno fatto agli altri diventa la loro pena eterna.

Perché il livello del sangue cambia da dannato a dannato? Per indicare la diversa gravità delle colpe. Chi è stato più violento è immerso più profondamente, fino alle sopracciglia; chi lo è stato meno, solo fino ai piedi. È una graduazione della pena proporzionata alla colpa.

Che ruolo ha Virgilio in questo canto? Virgilio è la guida razionale che domina il Minotauro, spiega la frana, chiede l’aiuto dei centauri e interpreta per Dante Alighieri ciò che vede. È la ragione che orienta il viaggio attraverso la violenza.

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