Dante Alighieri, 1313
Testo
Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’le a colui, ch’era già fioco.
Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
La dolorosa selva l’è ghirlanda
intorno, come ‘l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.
Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa.
O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei!
D’anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente.
Quella che giva ‘ntorno era più molta,
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.
Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
Quali Alessandro in quelle parti calde
d’India vide sopra ‘l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo:
tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’ esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca.
I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ‘ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra usci,
chi è quel grande che non par che curi
lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ‘l marturi?».
E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi ‘l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;
o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra».
Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
la tua superbia, se’ tu più punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito».
Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che ‘l pregi;
ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.
Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’ era ‘n pietra, e ‘ margini da lato;
per ch’io m’accorsi che ‘l passo era liscio.
«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,
cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com’ è ‘l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
Queste parole fuor del duca mio;
per ch’io ‘l pregai che mi largisse ‘l pasto
di cui largito m’avëa il disio.
«In mezzo mar siede un paese guasto»,
diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto.
Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.
Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.
La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ‘l petto,
poi è di rame infino a la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ‘l destro piede è terra cotta;
e sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto.
Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.
Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,
infin, là dove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta».
E io a lui: «Se ‘l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?».
Ed elli a me: «Tu sai che ‘l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,
non se’ ancor per tutto ‘l cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto».
E io ancor: «Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
«In tutte tue question certo mi piaci»,
rispuose, «ma ‘l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci.
Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa».
Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,
e sopra loro ogne vapor si spegne».
Parafrasi integrale in prosa
Dopo aver lasciato il bosco dei suicidi, Dante Alighieri e Virgilio raggiungono il margine di una landa sabbiosa, simile a un deserto, dove cade una pioggia di fuoco. Dante Alighieri, per rispetto verso le anime che vi sono punite, raccoglie il mantello e lo avvolge intorno al corpo, cercando di proteggersi dal calore. Il terreno è coperto da sabbia rovente, e la pioggia di fiammelle cade lentamente, come neve che scende dritta in una giornata senza vento, ma qui ogni scintilla brucia ciò che tocca. Il poeta paragona questo paesaggio a quello visto in alcune rappresentazioni antiche, come la piana dove cadde il fuoco di Giove contro i giganti ribelli.
In questo luogo Dante Alighieri vede tre tipi di dannati: alcuni giacciono supini sulla sabbia, altri siedono rannicchiati, altri ancora camminano senza sosta. Quelli distesi soffrono di più, perché sono colpiti direttamente dalla pioggia di fuoco e non possono muoversi per alleviare il dolore. Dante Alighieri nota un’anima che si raddrizza con fierezza, nonostante la pena, e guarda con disprezzo la pioggia di fuoco. Quest’anima si presenta come Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, che sfidò Giove e fu colpito dal suo fulmine. Anche all’Inferno, Capaneo continua a bestemmiare e a disprezzare Dio, e la sua superbia è parte stessa della sua pena.
Virgilio interviene e spiega a Dante Alighieri che la grandezza di Capaneo non sta nella forza fisica, ma nella ostinazione del suo disprezzo verso Dio, che rende la sua pena ancora più dura. Poi invita Dante Alighieri a seguirlo lungo il margine della sabbia, dove scorre un piccolo ruscello d’acqua bollente che non si spegne nonostante il fuoco che cade. Dante Alighieri osserva che l’acqua sembra proteggere le rive dalla pioggia di fuoco, come se fosse un argine contro le fiamme. Chiede a Virgilio di spiegargli l’origine di quel fiume e la struttura complessiva dell’Inferno, perché ha visto più volte corsi d’acqua infernali e vuole capire come siano collegati.
Virgilio, soddisfatto della domanda, gli promette una spiegazione ordinata. Gli ricorda che l’Inferno è formato da vari cerchi e che i fiumi che Dante Alighieri ha già incontrato, come il Flegetonte, sono parte di un unico sistema che nasce da una fonte comune. Racconta che, secondo una “teologia poetica”, le acque infernali hanno origine dalle lacrime e dal sangue versati sulla terra dopo la caduta di Lucifero dal cielo. Quando l’angelo ribelle precipitò, la terra si ritrasse per paura, creando la cavità infernale e spostandosi dall’altra parte del globo, dove si formò la montagna del Purgatorio.
Virgilio spiega che, nel punto in cui Lucifero cadde, si formò una roccia frantumata e da lì scaturiscono i fiumi infernali. Questi corsi d’acqua scorrono attraverso i vari cerchi, assumendo forme diverse: talvolta sono fiumi di sangue, talvolta di lacrime, talvolta di acqua bollente. Il ruscello che ora vedono è uno di questi, e serve a proteggere il margine della sabbia dalla pioggia di fuoco, permettendo a Dante Alighieri e Virgilio di camminare senza essere bruciati. Il maestro invita Dante Alighieri a ricordare bene questa spiegazione, perché gli sarà utile per comprendere l’ordine morale e fisico dell’Inferno.
Nel corso del dialogo, Virgilio richiama anche la distinzione tra i vari tipi di violenza: contro il prossimo, contro sé stessi e contro Dio, la natura e l’arte. Il terzo girone, in cui si trovano ora, è quello dei violenti contro Dio, rappresentati dai bestemmiatori come Capaneo, contro la natura, come i sodomiti, e contro l’arte, come gli usurai. La sabbia infuocata e la pioggia di fuoco sono il contrappasso per chi ha disprezzato l’ordine divino e naturale, vivendo come se non ci fosse un limite da rispettare. Dante Alighieri ascolta con attenzione, cercando di fissare nella memoria la struttura complessiva del regno infernale.
Spiegazione
Il Canto XIV dell’Inferno appartiene alla Divina Commedia di Dante Alighieri, composta negli anni dell’esilio, tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, con datazione tradizionale dell’Inferno intorno al 1307–1313. Il Canto XIV dell’Inferno si colloca nel terzo girone del settimo cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio, la natura e l’arte, in un paesaggio di sabbia infuocata e pioggia di fuoco. Il contesto è quello di un Medioevo attraversato da conflitti politici, tensioni religiose e riflessioni teologiche sul peccato e sulla giustizia divina. Il testo è giunto fino a noi attraverso una ricca tradizione manoscritta, poi fissata nelle edizioni critiche moderne che ne hanno stabilito la lezione di riferimento.
Il Canto XIV dell’Inferno è un passaggio di forte densità simbolica, in cui Dante Alighieri unisce la descrizione di un paesaggio infernale a una lezione di teologia morale e cosmologia poetica. La sabbia infuocata e la pioggia di fuoco rappresentano un mondo in cui non c’è più riparo: chi ha vissuto disprezzando Dio e l’ordine naturale è ora esposto a un castigo continuo, senza ombra né tregua. È un’immagine che colpisce perché ribalta l’idea di una pioggia che dà vita: qui la pioggia brucia, non feconda, e la sabbia non è terreno fertile, ma superficie sterile e dolorosa.
La figura di Capaneo è centrale per capire il senso del Canto XIV dell’Inferno. Non è solo un personaggio mitologico, ma il simbolo della superbia che non si piega neppure davanti alla pena. Capaneo non chiede pietà, non si lamenta come gli altri dannati, ma continua a sfidare Dio. Nella vita reale, questo atteggiamento ricorda chi, pur di non riconoscere un errore, preferisce restare chiuso nella propria posizione, anche quando le conseguenze sono evidenti. Dante Alighieri mostra che questa ostinazione non è forza, ma una forma di prigionia interiore.
Il dialogo tra Dante Alighieri e Virgilio sul ruscello e sull’origine dei fiumi infernali è un momento di “lezione” all’interno del poema. Virgilio non si limita a guidare fisicamente Dante Alighieri, ma gli offre una mappa mentale dell’Inferno, spiegando come i vari elementi siano collegati. È come se, in un percorso di studio, un maestro non mostrasse solo i capitoli di un libro, ma spiegasse anche l’indice e la logica che li tiene insieme. Per un lettore moderno, questo è un invito a non vedere il poema come una serie di episodi isolati, ma come un sistema coerente.
Nel Canto XIV dell’Inferno compaiono termini che appartengono sia al lessico teologico sia a quello mitologico. “Bestemmiatori” indica coloro che insultano Dio con parole di disprezzo, non solo in un momento di rabbia, ma come atteggiamento abituale. “Violenti contro Dio, natura e arte” è una formula che riassume tre tipi di peccato: chi bestemmia Dio, chi viola l’ordine naturale (per esempio con la sodomia, intesa allora come peccato contro natura) e chi offende l’arte, cioè il lavoro umano, attraverso l’usura. “Sabbione” è una distesa di sabbia, qui rovente, che richiama l’immagine del deserto.
La “pioggia di fuoco” è una pioggia di piccole fiammelle che cadono lentamente, come neve, ma bruciano ciò che toccano. Il paragone con il fuoco di Giove che colpisce i giganti ribelli richiama il mito classico della Gigantomachia, la guerra dei giganti contro gli dei dell’Olimpo. Capaneo è uno dei sette re che assediarono Tebe, noto per la sua superbia: secondo il mito, sfidò Giove a colpirlo, e fu ucciso da un fulmine. “Superbia” qui non è semplice orgoglio, ma rifiuto ostinato di riconoscere la superiorità divina.
Il “ruscelletto” che scorre lungo il margine della sabbia è un corso d’acqua bollente, parte del sistema dei fiumi infernali. Il “Flegetonte” è il fiume di sangue bollente visto nel canto precedente, dove sono puniti i violenti contro il prossimo. La “caduta di Lucifero” è l’evento mitico-teologico in cui l’angelo ribelle viene scacciato dal cielo e precipita al centro della terra, creando la cavità infernale. La “montagna del Purgatorio” è il rilievo che si forma dalla terra che si ritrae, sull’emisfero opposto rispetto a Gerusalemme.
Contesto Storico
Il Canto XIV dell’Inferno riflette la visione medievale della violenza contro Dio e contro l’ordine naturale. La bestemmia era considerata un peccato gravissimo, non solo come offesa verbale, ma come rifiuto dell’autorità divina. Allo stesso modo, l’usura era vista come un attacco all’ordine economico e sociale voluto da Dio, perché faceva “fruttare il denaro” senza lavoro, violando l’idea che il guadagno dovesse derivare dall’arte, cioè dal lavoro umano. La sodomia, nel contesto dell’epoca, era interpretata come un uso della sessualità contrario al fine naturale della procreazione.
La presenza di Capaneo e il richiamo alla guerra dei Sette contro Tebe mostrano come Dante Alighieri intrecci la cultura classica con la teologia cristiana. I miti antichi non sono semplici ornamenti, ma diventano esempi di atteggiamenti morali: la ribellione dei giganti e di Capaneo contro gli dei è riletta come simbolo della superbia contro Dio. Allo stesso tempo, la spiegazione sull’origine dell’Inferno e del Purgatorio risente delle discussioni cosmologiche del tempo, in cui si cercava di conciliare la geografia biblica con la cosmologia aristotelico-tolemaica.
Analisi
Il Canto XIV dell’Inferno è costruito su un doppio registro: da un lato la narrazione della pena dei bestemmiatori, dall’altro la spiegazione dottrinale di Virgilio. Questo alternarsi di racconto e dottrina è tipico della Divina Commedia e ricorda, per struttura, alcuni passi della Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, dove alla descrizione di un problema segue una sistematizzazione razionale. Dante Alighieri, però, non scrive un trattato, ma un poema: la dottrina è sempre incarnata in immagini e personaggi.
La figura di Capaneo può essere messa in dialogo con altri superbi della Divina Commedia, come Farinata degli Uberti nel Canto X dell’Inferno o i superbi del Purgatorio che portano massi sulle spalle. A differenza di Farinata, che mantiene una certa grandezza tragica pur nel suo errore, Capaneo è quasi monolitico nella sua bestemmia. Non c’è in lui alcuna apertura, nessun dubbio, nessuna incrinatura. Questo lo rende un personaggio potente ma anche “bloccato”, come se la sua identità fosse ridotta a una sola nota.
La spiegazione sull’origine dei fiumi infernali e sulla caduta di Lucifero è uno dei momenti in cui Dante Alighieri costruisce una vera e propria “fisica dell’aldilà”. L’idea che la terra si sia ritratta per paura, formando la cavità infernale e la montagna del Purgatorio, è una soluzione poetica a un problema teologico e cosmologico: dove si trova l’Inferno? Come si concilia la sua esistenza con la sfericità della terra? Dante Alighieri risponde con un racconto che ha la forza di un mito fondativo, simile, per struttura, ai grandi racconti delle origini presenti nella Genesi o nelle cosmogonie antiche.
Temi e Significati
Uno dei temi centrali è la superbia contro Dio. Capaneo incarna la volontà di non piegarsi, di non riconoscere alcuna autorità superiore. La sua pena non è solo il fuoco esterno, ma anche l’incapacità di cambiare atteggiamento. Nella vita quotidiana, questo tema si ritrova in tutte le situazioni in cui una persona, pur vedendo le conseguenze negative delle proprie scelte, rifiuta di ammettere un errore per non intaccare la propria immagine.
Un altro tema è l’ordine morale dell’universo. La distinzione tra violenza contro il prossimo, contro sé stessi e contro Dio, natura e arte mostra che, per Dante Alighieri, il peccato non è un fatto isolato, ma un modo di collocarsi rispetto a Dio, agli altri e a sé. Il terzo girone del settimo cerchio è il luogo di chi ha voluto colpire l’ordine più alto, quello che regge il mondo. La pioggia di fuoco e la sabbia infuocata sono la traduzione visiva di un disordine interiore che si è fatto stile di vita.
Il tema della conoscenza ritorna nel dialogo tra Dante Alighieri e Virgilio. Il poeta non si accontenta di vedere, vuole capire. Chiede spiegazioni, cerca collegamenti, desidera una visione d’insieme. È un atteggiamento che parla anche al lettore moderno: non basta accumulare informazioni, occorre cercare il filo che le unisce. In questo senso, il Canto XIV dell’Inferno è anche una riflessione sul modo di studiare e di interpretare la realtà.
Forma Poetica
Come il resto della Divina Commedia, il Canto XIV dell’Inferno è scritto in terzine di endecasillabi a rima incatenata (schema ABA BCB CDC e così via). Questo ritmo permette a Dante Alighieri di passare dalla descrizione alla riflessione senza bruschi stacchi, perché ogni terzina si aggancia alla successiva attraverso la rima. Nel Canto XIV dell’Inferno, il ritmo si fa particolarmente solenne nelle invettive di Capaneo e nelle spiegazioni di Virgilio, mentre diventa più descrittivo nelle immagini della pioggia di fuoco e della sabbia.
La lingua alterna termini tecnici, riferimenti mitologici e immagini concrete. Le similitudini con la neve che cade, con i fulmini di Giove, con i deserti bruciati dal sole rendono il paesaggio infernale più vicino all’esperienza del lettore. Anche quando parla di cosmologia, Dante Alighieri non rinuncia a immagini vive, che permettono di “vedere” ciò che spiega.
Riassunto Lampo
Dante Alighieri e Virgilio entrano nel terzo girone del settimo cerchio, una distesa di sabbia infuocata su cui cade una pioggia di fuoco. Qui sono puniti i violenti contro Dio, la natura e l’arte. Tra i bestemmiatori spicca Capaneo, che continua a sfidare Dio anche nella pena. Lungo il margine della sabbia scorre un ruscello bollente che protegge le rive dal fuoco. Virgilio spiega a Dante Alighieri l’origine dei fiumi infernali e la struttura dell’Inferno, collegandola alla caduta di Lucifero e alla formazione della montagna del Purgatorio.
Cosa Ricordare
Il Canto XIV dell’Inferno è il canto dei violenti contro Dio, natura e arte, puniti in una landa di sabbia infuocata sotto una pioggia di fuoco. La figura di Capaneo rappresenta la superbia ostinata, che non si piega neppure davanti alla pena. Il dialogo tra Dante Alighieri e Virgilio offre una delle spiegazioni più importanti sulla struttura dell’Inferno e sull’origine dei suoi fiumi. Il Canto XIV dell’Inferno mostra come, per Dante Alighieri, il peccato non sia solo un atto, ma un modo di stare nel mondo, e come la giustizia divina si traduca in immagini che parlano alla mente e ai sensi.
Immagini Simboliche
La sabbia infuocata è l’immagine di un terreno che non accoglie, non nutre, ma brucia chi lo calpesta, simbolo di una vita vissuta contro l’ordine naturale. La pioggia di fuoco che cade lentamente come neve rovescia l’idea di una pioggia che dà vita, trasformandola in strumento di distruzione. Capaneo che bestemmia sotto il fuoco è l’immagine di una superbia che non si arrende, neppure davanti all’evidenza del castigo. Il ruscello bollente che protegge le rive dal fuoco è il segno di un ordine nascosto anche nel caos infernale, come se persino il castigo obbedisse a una logica precisa.
Collegamenti Utili
Il Canto XIV dell’Inferno si collega direttamente al Canto XIII, dove sono puniti i violenti contro sé stessi e i propri beni, e prepara il passaggio ai canti successivi, in cui compariranno i sodomiti e gli usurai. Sul piano tematico, dialoga con altri canti in cui la superbia è centrale, come il Canto X dell’Inferno con Farinata degli Uberti e i canti del Purgatorio dedicati ai superbi. Sul piano culturale, richiama i miti della Gigantomachia e della guerra dei Sette contro Tebe, presenti nelle opere di Stazio e Ovidio, e li rilegge in chiave cristiana. Sul piano teologico, può essere messo in relazione con le riflessioni di Tommaso d’Aquino sulla bestemmia, sull’usura e sulla violenza contro l’ordine divino.
FAQ
Chi sono i dannati puniti nel Canto XIV dell’Inferno? Sono i violenti contro Dio, la natura e l’arte: bestemmiatori, sodomiti e usurai. Nel Canto XIV dell’Inferno compaiono soprattutto i bestemmiatori, rappresentati da Capaneo, che sfida Dio anche nella pena, sotto la pioggia di fuoco.
Perché la pena consiste in sabbia infuocata e pioggia di fuoco? Perché chi ha disprezzato Dio e l’ordine naturale è ora esposto a un castigo che non dà riparo. La sabbia brucia i piedi, la pioggia brucia dall’alto: non c’è ombra, non c’è rifugio. È il contrappasso di una vita vissuta come se non ci fosse alcun limite da rispettare.
Chi è Capaneo e perché è importante? Capaneo è un eroe mitologico, uno dei sette re che assediarono Tebe, noto per aver sfidato Giove. Dante Alighieri lo sceglie come simbolo della superbia contro Dio: anche all’Inferno, Capaneo non si pente, ma continua a bestemmiare. La sua grandezza tragica sta proprio in questa ostinazione, che però è anche la sua condanna.
Che ruolo ha il ruscello che scorre lungo la sabbia? Il ruscello è parte del sistema dei fiumi infernali e protegge le rive dalla pioggia di fuoco, permettendo a Dante Alighieri e Virgilio di camminare. È anche il pretesto per la spiegazione di Virgilio sull’origine dei fiumi infernali e sulla struttura dell’Inferno, collegata alla caduta di Lucifero.
Perché Dante Alighieri inserisce spiegazioni cosmologiche nel poema? Perché la Divina Commedia non è solo un racconto di incontri, ma anche una costruzione di un mondo coerente. Le spiegazioni cosmologiche servono a dare un ordine all’aldilà, mostrando che la giustizia divina non è arbitraria, ma si riflette anche nella struttura fisica dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Come si collega questo Canto XIV dell’Inferno alla vita reale? Il Canto XIV dell’Inferno parla a chi, nella vita, tende a disprezzare ogni limite, a considerare le regole come un fastidio, a rifiutare qualsiasi autorità. La figura di Capaneo è un monito contro la superbia che non sa riconoscere i propri errori. La pioggia di fuoco e la sabbia infuocata sono immagini di conseguenze che, prima o poi, arrivano quando si vive come se nulla avesse un ordine.
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