Dante Alighieri, 1313
Testo
O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.
Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ‘l fosso piomba.
O somma sapienza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!
Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.
Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;
l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
rupp’ io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.
Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.
Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.
«Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace».
Allor venimmo in su l’argine quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.
Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
«O qual che se’ che ‘l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa»,
comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
Io stava come ‘l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui per che la morte cessa.
Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?».
Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi”»;
e io rispuosi come a me fu imposto.
Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me richiedi?
Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.
Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
allor ch’i’ feci ‘l sùbito dimando.
Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:
ché dopo lui verrà di più laida opra,
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge».
Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.
Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!».
E mentr’ io li cantava cotai note,
o ira o coscienza che ‘l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.
I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.
Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.
Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ‘l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.
Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.
Indi un altro vallon mi fu scoperto.
Parafrasi integrale in prosa
Dante Alighieri e Virgilio arrivano nella terza bolgia di Malebolge, dove sono puniti i simoniaci. Prima di scendere, Dante Alighieri pronuncia un’invettiva contro la simonia, accusando i papi corrotti di aver trasformato la Chiesa in una prostituta che vende ciò che dovrebbe essere dono di Dio.
I due poeti scendono lungo la roccia e vedono una distesa di fori scavati nella pietra, simili alle vasche battesimali del Battistero di Firenze. Da ciascun foro sporgono solo le gambe e i piedi dei dannati, mentre il resto del corpo è conficcato sottosopra nella roccia. Le piante dei piedi bruciano violentemente, e i dannati scalpitano come fiamme che guizzano sulla superficie dell’olio.
Dante Alighieri nota uno di loro che si agita più degli altri e chiede a Virgilio chi sia. Il maestro gli propone di avvicinarsi per parlarci. Dante Alighieri accetta e viene portato da Virgilio fino al foro del dannato più agitato.
Dante Alighieri si rivolge all’anima come un confessore che interroga un criminale. Il dannato, credendo che Dante Alighieri sia Papa Bonifacio VIII, grida: “Sei già qui, Bonifacio? Lo scritto mi aveva detto che saresti arrivato più tardi!”. Il dannato è convinto che Dante Alighieri sia il papa che lo avrebbe seguito nella bolgia.
Dante Alighieri rimane confuso, e Virgilio gli suggerisce di chiarire che non è Bonifacio. Il dannato, deluso, spiega allora chi è: Papa Niccolò III, appartenente alla famiglia degli Orsini (“figliuol de l’orsa”). Ammette di aver venduto cariche ecclesiastiche e beni spirituali, e racconta che sotto di lui ci sono altri simoniaci, mentre sopra di lui verrà presto proprio Bonifacio VIII, e dopo ancora un papa peggiore, identificato come Clemente V.
Dante Alighieri, indignato, pronuncia una lunga invettiva contro la corruzione della Chiesa. Ricorda che San Pietro non chiese oro né argento, che gli apostoli non vendettero mai cariche, e accusa i papi simoniaci di aver trasformato la Chiesa in un idolo d’oro e d’argento. Condanna anche la “donazione di Costantino”, che secondo la tradizione avrebbe dato potere temporale alla Chiesa, considerandola l’origine di molti mali.
Mentre Dante Alighieri parla, il dannato scalcia furiosamente, come se fosse morso dalla coscienza o dall’ira. Virgilio, soddisfatto del discorso del poeta, lo prende in braccio e lo riporta sulla sommità dell’arco che conduce alla bolgia successiva.
Spiegazione
Il Canto XIX dell’Inferno appartiene alla Divina Commedia di Dante Alighieri, composta tra il 1304 e il 1321 durante gli anni dell’esilio. Questo canto si colloca nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i simoniaci, cioè coloro che hanno venduto beni spirituali, cariche ecclesiastiche o sacramenti in cambio di denaro. La datazione interna del viaggio è la primavera del 1300, ma la stesura effettiva è successiva, in un periodo in cui Dante Alighieri osserva con crescente amarezza la corruzione della Chiesa e il potere temporale dei papi. Il Canto XIX dell’Inferno è uno dei più duri e polemici dell’intera Divina Commedia, e contiene un attacco diretto contro la simonia e contro figure come Papa Niccolò III, che parla dalla bolgia.
Nel Canto XIX dell’Inferno Dante Alighieri entra nel cuore della sua polemica contro la Chiesa corrotta. Dopo i ruffiani, i seduttori e i lusingatori, qui non si parla più di vizi “sociali”, ma di un tradimento interno alla stessa istituzione che dovrebbe custodire il sacro: la simonia, cioè la vendita di beni spirituali in cambio di denaro o favori. Non è un peccato qualunque: è un uso mercenario di ciò che dovrebbe essere gratuito per definizione, la grazia.
La struttura della bolgia è già un commento morale. I simoniaci sono conficcati a testa in giù in fori scavati nella roccia, con le gambe e i piedi che sporgono verso l’alto. È una parodia del battesimo: Dante Alighieri paragona i fori alle vasche del Battistero di Firenze, ma qui non si entra nell’acqua per rinascere, si entra nella pietra per essere bruciati. Il corpo è rovesciato, come rovesciato è l’ordine delle cose: chi doveva guidare verso il cielo è piantato nella roccia, chi doveva indicare la via è immobilizzato.
Il fuoco che brucia le piante dei piedi è un altro elemento chiave. La fiamma sale dal basso e consuma la parte più esposta del corpo. È un contrappasso preciso: chi ha usato la Chiesa per salire, per fare carriera, per ottenere potere, ora è costretto a “stare in basso” e a sentire il fuoco che sale. Il movimento dei piedi, che si agitano più o meno a seconda dell’intensità del fuoco, è come un linguaggio: più recente è la colpa, più forte è la fiamma.
L’incontro con Papa Niccolò III è costruito con una precisione quasi teatrale. Il papa dannato scambia Dante Alighieri per Bonifacio VIII: “Sei già qui, Bonifacio?”. Questo equivoco è potentissimo: mostra come, nella logica della bolgia, i papi simoniaci siano una serie, una catena di colpe simili. Uno entra dopo l’altro, come se la storia della Chiesa fosse diventata una successione di abusi. Niccolò non si stupisce che un altro papa sia dannato, si stupisce solo che sia arrivato “in anticipo”.
Quando Dante Alighieri chiarisce di non essere Bonifacio, Niccolò si presenta: è un Orsini, “figliuol de l’orsa”, e confessa apertamente la sua simonia. Ma non si limita a parlare di sé: indica una linea temporale della corruzione. Sotto di lui ci sono altri simoniaci; sopra di lui verrà Bonifacio; dopo ancora, un papa peggiore, identificato come Clemente V. La bolgia diventa così una specie di archivio della degenerazione ecclesiastica.
La reazione di Dante Alighieri è una delle più dure di tutta la Divina Commedia. Non si limita a registrare la pena, ma pronuncia una vera e propria invettiva. Ricorda che San Pietro non chiese oro né argento, che gli apostoli non vendettero mai cariche, che la Chiesa primitiva viveva di povertà e autenticità. Accusa i papi simoniaci di aver trasformato la Chiesa in una prostituta che si vende al miglior offerente. Il verbo “puttaneggiar” è volutamente violento: la Chiesa, sposa di Cristo, è diventata una donna che si vende.
La “dote di Costantino” è un altro punto centrale. Dante Alighieri allude alla tradizione secondo cui l’imperatore Costantino avrebbe donato alla Chiesa poteri temporali e territori. Per lui, questa “dote” è l’origine simbolica della corruzione: quando la Chiesa ha ricevuto potere terreno, ha iniziato a confondere il Vangelo con la politica, la cura delle anime con la gestione dei beni. Non interessa a Dante Alighieri la verità storica del documento (che oggi sappiamo essere un falso medievale): gli interessa il significato morale. La Chiesa, accettando quella “dote”, ha aperto la porta alla simonia.
Un altro elemento importante è il ruolo di Virgilio. In questo canto, il maestro non è solo guida, ma anche giudice del discorso di Dante Alighieri. Quando il poeta si scaglia contro la simonia, Virgilio lo approva, lo abbraccia, lo porta via quasi con orgoglio. È come se la ragione (Virgilio) riconoscesse la legittimità dell’indignazione morale di Dante Alighieri. Non è uno sfogo emotivo, è una denuncia fondata.
Sul piano esistenziale, il Canto XIX dell’Inferno parla di un tema molto preciso: cosa succede quando ciò che dovrebbe essere gratuito viene messo in vendita. Non riguarda solo la Chiesa medievale. Ogni volta che qualcosa di essenziale – la cura, la fiducia, la parola, la giustizia – viene trasformato in merce, si entra nella logica della simonia. Dante Alighieri lo vede nella Chiesa del suo tempo, ma il meccanismo è più ampio: è la perversione di ogni istituzione che nasce per servire e finisce per servirsi.
Simoniaci: coloro che vendono beni spirituali o cariche ecclesiastiche (da Simon Mago). Avolterate: adulterate, corrotte. Soperchiava: sporgeva, usciva fuori. Giunte: articolazioni, giunture. Roggia fiamma: fiamma rossastra, più intensa. Zanca: gamba, arto inferiore. Pal commessa: palo conficcato, qui indica la posizione rovesciata del dannato. Gran manto: la veste papale. Figliuol de l’orsa: membro della famiglia Orsini. Simoneggiando: praticando simonia. Piote: piedi. Balìa: autorità, potere. Pravi: malvagi, corrotti. Puttaneggiar: comportarsi come una prostituta, in senso morale. Dote di Costantino: la presunta donazione che avrebbe dato potere temporale alla Chiesa.
Contesto Storico
Il Canto XIX dell’Inferno è uno dei più politici e polemici dell’Inferno. Dante Alighieri denuncia la corruzione della Chiesa del suo tempo, dominata da lotte di potere, nepotismo e vendita di cariche. La figura di Papa Niccolò III rappresenta la simonia istituzionalizzata: apparteneva alla potente famiglia degli Orsini e favorì i suoi parenti. L’allusione a Bonifacio VIII è un attacco diretto al papa che Dante Alighieri considerava responsabile del suo esilio. L’accenno a Clemente V anticipa la critica al trasferimento della sede papale ad Avignone.
Il Canto XIX dell’Inferno riflette la crisi morale della Chiesa medievale e la convinzione di Dante Alighieri che il potere spirituale debba essere separato da quello temporale. La “dote di Costantino” è vista come l’origine simbolica della corruzione ecclesiastica.
Analisi
Il Canto XIX dell’Inferno è uno dei momenti più duri e più lucidi dell’intera Divina Commedia. Qui Dante Alighieri non osserva soltanto una pena: la interpreta, la giudica, la trasforma in un atto di accusa contro la corruzione della Chiesa. La bolgia dei simoniaci è costruita come una parodia del sacro: i fori nella roccia ricordano le vasche battesimali, ma invece dell’acqua c’è la pietra; invece della rinascita c’è il rovesciamento; invece della benedizione c’è il fuoco. È un rovesciamento simbolico che dice molto più di qualsiasi discorso teologico.
La posizione dei dannati è fondamentale. Sono conficcati a testa in giù, come se fossero piantati nella roccia. È un gesto che richiama la crocifissione di Pietro, ma in forma perversa: Pietro chiese di essere crocifisso a testa in giù per umiltà; i simoniaci lo sono per vergogna. La fiamma che brucia le piante dei piedi è un contrappasso preciso: chi ha usato la Chiesa per salire, ora sente il fuoco che sale verso di lui. Il movimento dei piedi, più o meno agitati, è un segnale della gravità della colpa: più recente è il peccato, più forte è la fiamma.
L’incontro con Papa Niccolò III è costruito con una teatralità controllata. Il papa dannato scambia Dante Alighieri per Bonifacio VIII, e questo equivoco è uno dei punti più taglienti del canto. Non è solo un errore: è la prova che, nella logica della bolgia, i papi simoniaci sono una catena continua, una successione di colpe simili. Niccolò non si stupisce che un altro papa sia dannato; si stupisce solo che sia arrivato “troppo presto”. È un modo per dire che la corruzione non è un episodio, ma un sistema.
Quando Dante Alighieri chiarisce di non essere Bonifacio, Niccolò si presenta come un Orsini, “figliuol de l’orsa”, e confessa apertamente la sua simonia. Ma non si limita a parlare di sé: indica una linea temporale della degenerazione ecclesiastica. Sotto di lui ci sono altri simoniaci; sopra di lui verrà Bonifacio; dopo ancora, un papa peggiore, identificato come Clemente V. La bolgia diventa così un archivio della storia morale della Chiesa.
La reazione di Dante Alighieri è una delle più dure della Divina Commedia. Non osserva soltanto: giudica. Ricorda che San Pietro non chiese oro né argento, che gli apostoli non vendettero mai cariche, che la Chiesa primitiva viveva di povertà e autenticità. Accusa i papi simoniaci di aver trasformato la Chiesa in una prostituta che si vende al miglior offerente. Il verbo “puttaneggiar” è volutamente violento: la Chiesa, sposa di Cristo, è diventata una donna che si vende.
La “dote di Costantino” è un altro punto centrale. Dante Alighieri allude alla tradizione secondo cui l’imperatore Costantino avrebbe donato alla Chiesa poteri temporali e territori. Per lui, questa “dote” è l’origine simbolica della corruzione: quando la Chiesa ha ricevuto potere terreno, ha iniziato a confondere il Vangelo con la politica, la cura delle anime con la gestione dei beni. Non interessa a Dante Alighieri la verità storica del documento: gli interessa il significato morale. La Chiesa, accettando quella “dote”, ha aperto la porta alla simonia.
Il ruolo di Virgilio è significativo. Non è solo guida, ma giudice del discorso di Dante Alighieri. Quando il poeta si scaglia contro la simonia, Virgilio lo approva, lo abbraccia, lo porta via quasi con orgoglio. È come se la ragione riconoscesse la legittimità dell’indignazione morale di Dante Alighieri. Non è uno sfogo emotivo, è una denuncia fondata.
Il Canto XIX dell’Inferno parla di un tema preciso: cosa succede quando ciò che dovrebbe essere gratuito viene messo in vendita. Non riguarda solo la Chiesa medievale. Ogni volta che qualcosa di essenziale – la cura, la fiducia, la parola, la giustizia – viene trasformato in merce, si entra nella logica della simonia. Dante Alighieri lo vede nella Chiesa del suo tempo, ma il meccanismo è più ampio: è la perversione di ogni istituzione che nasce per servire e finisce per servirsi.
Temi e Significati
Il primo tema è la corruzione del sacro. La simonia è la vendita di ciò che dovrebbe essere gratuito: la grazia, il perdono, la benedizione. È un tradimento dell’essenza stessa della Chiesa.
Il secondo tema è il rovesciamento dell’ordine. I simoniaci sono conficcati a testa in giù perché hanno rovesciato l’ordine morale: hanno messo il denaro sopra lo spirito, il potere sopra la fede.
Il terzo tema è la storia come degenerazione. Niccolò III, Bonifacio VIII, Clemente V: una successione di papi corrotti che rappresentano la crisi della Chiesa medievale.
Il quarto tema è la responsabilità personale. Niccolò confessa la sua colpa senza attenuanti. La bolgia non è un luogo di scuse, ma di verità.
Il quinto tema è la separazione dei poteri. Dante Alighieri sostiene che la Chiesa deve occuparsi delle anime, non dei territori. Il potere temporale è visto come la radice della corruzione.
Forma Poetica
Il Canto XIX dell’Inferno è scritto in terzine incatenate, con versi endecasillabi e schema di rime ABA BCB CDC, tipico della Divina Commedia. La struttura a catena crea un ritmo continuo, che accompagna la discesa nella bolgia. Le similitudini sono forti e concrete: le vasche battesimali, le fiamme che guizzano, i piedi che scalpitano. La lingua alterna registri diversi: solenne nell’invettiva, narrativo nella descrizione, drammatico nel dialogo con Niccolò. Le figure retoriche più frequenti sono le metafore, le apostrofi e le invettive.
Riassunto Lampo
Dante Alighieri e Virgilio entrano nella terza bolgia di Malebolge, dove sono puniti i simoniaci, conficcati a testa in giù nella roccia con i piedi bruciati dal fuoco. Dante Alighieri parla con Papa Niccolò III, che lo scambia per Bonifacio VIII. Niccolò confessa la sua simonia e annuncia l’arrivo di altri papi corrotti. Dante Alighieri pronuncia una dura invettiva contro la Chiesa del suo tempo. Virgilio lo approva e lo porta via verso la bolgia successiva.
Cosa Ricordare
Il Canto XIX dell’Inferno è una denuncia della corruzione ecclesiastica. I simoniaci sono puniti con un contrappasso perfetto: rovesciati, bruciati, immobilizzati. Il dialogo con Niccolò III è uno dei momenti più politici della Divina Commedia. La “dote di Costantino” è vista come l’origine simbolica della degenerazione della Chiesa. Dante Alighieri non osserva soltanto: giudica, accusa, difende la purezza del messaggio cristiano.
Immagini Simboliche
La prima immagine è quella dei fori nella roccia, simili alle vasche battesimali: è la parodia del sacramento. La seconda immagine è quella dei piedi bruciati dal fuoco: è la fiamma che sale verso chi ha voluto salire troppo. La terza immagine è quella del papa conficcato nella pietra: è il rovesciamento del potere spirituale. La quarta immagine è l’invettiva di Dante Alighieri: una parola che brucia più del fuoco.
Collegamenti Utili
Il Canto XIX dell’Inferno si collega al Canto XVIII dell’Inferno, dove inizia la descrizione di Malebolge. Si collega anche ai canti successivi, che mostrano altre forme di frode. Sul piano tematico, dialoga con il De Monarchia, dove Dante Alighieri sostiene la separazione tra potere spirituale e temporale. In prospettiva più ampia, il tema della corruzione del sacro si ritrova anche nella tradizione biblica e patristica.
FAQ
Perché i simoniaci sono conficcati a testa in giù? Perché hanno rovesciato l’ordine morale: hanno messo il denaro sopra lo spirito, il potere sopra la fede. Il loro corpo ripete fisicamente il capovolgimento che hanno compiuto nella Chiesa.
Perché i piedi bruciano? La fiamma sale dal basso come l’ambizione che li ha spinti verso il potere. Più recente è la colpa, più forte è il fuoco: la pena misura il tempo e la gravità dell’inganno.
Perché Niccolò III scambia Dante Alighieri per Bonifacio VIII? Perché nella logica della bolgia i papi simoniaci arrivano uno dopo l’altro, come una catena continua di colpe. L’equivoco rivela che la corruzione non è un episodio, ma un sistema.
Che cos’è la “dote di Costantino”? È la presunta donazione con cui Costantino avrebbe dato potere temporale alla Chiesa. Per Dante Alighieri è l’origine simbolica della degenerazione ecclesiastica: quando la Chiesa ha ricevuto potere terreno, ha iniziato a confondere il Vangelo con la politica.
Perché Dante Alighieri è così duro in questo canto? Perché la simonia non è solo un peccato: è un tradimento del sacro. Chi vende ciò che dovrebbe essere gratuito — la grazia, il perdono, la benedizione — corrompe la radice stessa della fede.
Perché Virgilio approva l’invettiva di Dante Alighieri? Perché la ragione riconosce la giustezza dell’indignazione morale. Virgilio non è solo guida: è la misura che conferma che la denuncia di Dante Alighieri è fondata, non impulsiva.
Perché la bolgia ricorda un battistero? Perché è una parodia del sacramento. Le vasche battesimali diventano fori di pietra; la rinascita diventa rovesciamento; l’acqua diventa fuoco. È il sacramento capovolto da chi lo ha venduto.
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