Inferno – Canto XVII

Dante Alighieri, 1313

Testo

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!».

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,
ma ‘n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;

due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ‘l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: «Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca».

Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi ‘l maestro: «Acciò che tutta piena
esperienza d’esto giron porti»,
mi disse, «va, e vedi la lor mena.

Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti».

Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ‘l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ‘l loro occhio si pasca.

E com’ io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?

Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ‘l mio vicin Vitaliano
sederà qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fiate mi ‘ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ‘l cavalier sovrano,

che recherà la tasca con tre becchi!”».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ‘l naso lecchi.

E io, temendo no ‘l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ‘mmonito,
torna’mi in dietro da l’anime lasse.

Trova’ il duca mio ch’era salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: «Or sie forte e ardito.

Omai si scende per sì fatte scale;
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male».

Qual è colui che sì presso ha ‘l riprezzo
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ‘l rezzo,

tal divenn’ io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com’ io credetti: “Fa che tu m’abbracce”.

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;

e disse: «Gerion, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai».

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,

là ‘v’ era ‘l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse;

né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui: «Mala via tieni!»,

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ‘n giù la testa sporgo.

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’ io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ‘l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.

Come ‘l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere: «Omè, tu cali!»,

discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;

così ne puose al fondo Gerione
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,

si dileguò come da corda cocca.

Parafrasi integrale in prosa

Dante Alighieri vede apparire una creatura mostruosa: è Gerione, simbolo della frode, che ha il volto di un uomo giusto e il corpo di un serpente. Virgilio la indica e la invita ad avvicinarsi alla riva di pietra. La bestia mostra solo la parte superiore del corpo, mentre la lunga coda resta nel vuoto, pronta a colpire.

La sua pelle è variopinta come un tessuto orientale, ricoperta di nodi e cerchi intrecciati, e le sue zampe pelose arrivano fino alle ascelle. La creatura si comporta come una barca tirata a riva: parte sul terreno, parte sospesa sull’abisso. La coda si muove continuamente, armata come quella di uno scorpione.

Virgilio dice a Dante Alighieri che devono avvicinarsi alla bestia, perché sarà lei a trasportarli nel cerchio successivo. I due scendono lungo la riva destra, evitando la sabbia infuocata. Poco più avanti, Dante Alighieri vede un gruppo di anime sedute sulla sabbia, vicino al bordo del precipizio: sono gli usurai, puniti dalla pioggia di fuoco.

Virgilio invita Dante Alighieri a osservarli da vicino, mentre lui parlerà con Gerione per ottenere il permesso di salire sulla sua groppa. Dante Alighieri si avvicina agli usurai e nota che non riconosce nessuno dai volti, ma vede che ciascuno porta al collo una borsa con un simbolo araldico, che rappresenta la loro famiglia. Gli usurai fissano quelle borse come se fossero il loro unico interesse.

Uno di loro, con una borsa bianca segnata da una scrofa azzurra, gli chiede perché si trovi lì da vivo e lo invita ad andarsene. Gli dice che presto accanto a lui siederà Vitaliano, un altro usuraio. Aggiunge che i fiorentini lo tormentano gridando l’arrivo di un cavaliere che porterà una borsa con tre becchi.

Dante Alighieri, temendo di irritarlo, si allontana e torna da Virgilio, che è già salito sulla groppa di Gerione. Il maestro invita Dante Alighieri a essere coraggioso e a salire davanti a lui, così da essere protetto dalla coda velenosa.

Il poeta è preso dal terrore, come un malato che teme il ritorno della febbre quartana, ma la vergogna lo spinge a obbedire. Si siede sulle spalle della creatura, e Virgilio lo abbraccia per sostenerlo. Gerione si stacca lentamente dalla riva, muovendosi all’indietro come una barca che lascia il porto, poi gira la coda e inizia a scendere nel vuoto.

Dante Alighieri è terrorizzato: ricorda le cadute di Fetonte e Icaro, e teme di fare la stessa fine. La creatura scende lentamente, ruotando nell’aria, mentre il vento gli colpisce il volto. Sotto di loro si sente il fragore dell’acqua e si vedono fuochi e lamenti provenire dal cerchio inferiore.

Gerione scende come un falcone stanco che torna al falconiere, e infine posa i due poeti ai piedi della roccia. Poi, come una freccia scoccata, scompare rapidamente nel vuoto.

Spiegazione

Il Canto XVII dell’Inferno appartiene alla Divina Commedia di Dante Alighieri, composta tra il 1304 e il 1321, negli anni dell’esilio. Il Canto XVII dell’Inferno si colloca nel settimo cerchio, terzo girone, dove sono puniti gli usurai, e rappresenta il passaggio decisivo verso il mondo della frode, che sarà affrontato nei cerchi successivi. La datazione interna del viaggio è la primavera del 1300, durante il Giubileo, ma la stesura effettiva è successiva, in un periodo in cui Dante Alighieri riflette sulla crisi morale di Firenze e dell’Italia comunale. Il canto è noto soprattutto per la descrizione di Gerione, simbolo della frode, creatura dall’aspetto duplice: volto d’uomo onesto e corpo di serpente.

Nel Canto XVII dell’Inferno, Dante Alighieri mette in scena il passaggio decisivo dalla violenza alla frode, e lo fa attraverso una costruzione molto teatrale. La prima parte del Canto XVII dell’Inferno è dominata dalla figura di Gerione, che non è solo un mostro, ma un vero e proprio “ritratto morale” dell’inganno. Il volto umano, sereno e quasi rassicurante, contrasta con il corpo di serpente e con la coda armata come uno scorpione: è l’immagine di chi si presenta con modi gentili e rispettabili, ma nasconde intenzioni pericolose. Nella vita reale, questo corrisponde a tutte le situazioni in cui una persona, un’istituzione o un sistema si mostrano affidabili in superficie, mentre sotto agiscono in modo distorto, manipolatorio, fraudolento.

La scena degli usurai seduti sulla sabbia, sotto la pioggia di fuoco, è volutamente statica e ripetitiva. Non si muovono, non camminano, non dialogano tra loro: stanno seduti, con lo sguardo fisso sulle borse appese al collo. Quelle borse, con gli stemmi delle famiglie, sono il loro unico punto di interesse, come se la loro identità fosse ridotta al denaro e al casato. È un’immagine molto concreta: si può pensare a chi, nella vita quotidiana, misura tutto in termini di guadagno, rendita, interesse, e finisce per guardare il mondo solo attraverso il filtro del proprio tornaconto. Dante Alighieri non insiste sui loro volti, ma sui simboli che portano: è come se dicesse che, per chi vive solo di denaro, il volto non conta più, conta solo il segno del patrimonio.

Il dialogo con lo Scrovegni è breve, brusco, quasi sgarbato. L’usuraio non chiede chi sia Dante Alighieri per curiosità umana, ma per fastidio: lo vede come un intruso, uno che disturba la sua pena. Quando annuncia l’arrivo di Vitaliano e del fiorentino con la borsa dai tre becchi, lo fa con un tono che mescola ironia e risentimento. È un piccolo frammento di psicologia: anche nella dannazione, questi personaggi restano chiusi nel loro mondo di rivalità, di nomi, di famiglie, come se non riuscissero a uscire dalla logica che li ha portati lì. Nella vita reale, è l’immagine di chi, pur pagando le conseguenze delle proprie scelte, continua a ragionare con le stesse categorie che lo hanno rovinato.

La discesa in groppa a Gerione è uno dei momenti più forti del Canto XVII dell’Inferno, perché unisce paura fisica e consapevolezza morale. Dante Alighieri ha paura in modo molto umano: si sente come un malato che teme il ritorno della febbre, come qualcuno che ha già provato il panico e sa cosa significa. Non è un eroe freddo e imperturbabile, ma un uomo che deve vincere il proprio terrore per obbedire alla guida. Questo rende la scena vicina all’esperienza di chi deve affrontare un passaggio difficile, un cambiamento, un “salto nel vuoto” nella propria vita, sapendo che non può tornare indietro ma non avendo alcuna garanzia sul dopo.

Il paragone con Fetonte e Icaro non è solo letterario, ma psicologico. Fetonte e Icaro sono due giovani che hanno osato troppo, senza misura, e sono precipitati. Dante Alighieri teme di fare la stessa fine, non perché stia peccando di superbia, ma perché si affida a una creatura che incarna la frode. È come se dicesse: “Sto scendendo nel regno dell’inganno, e potrei esserne travolto”. Nella vita reale, questo si può leggere come la paura di entrare in ambienti, sistemi o dinamiche in cui l’inganno è la regola, sapendo che non è facile uscirne senza danni.

Il modo in cui Gerione si muove è significativo. Prima arretra lentamente, come una barca che lascia il porto, poi scende in cerchio, poi si lascia cadere come un falcone stanco che torna al falconiere. Non è una caduta caotica, ma un movimento controllato, quasi professionale. La frode, per Dante Alighieri, non è improvvisazione, ma tecnica, metodo, abitudine. Chi inganna sa come muoversi, come dosare i tempi, come non farsi notare. È un messaggio molto attuale: l’inganno più pericoloso non è quello grossolano, ma quello raffinato, che sembra quasi naturale.

Infine, il modo in cui il Canto XVII dell’Inferno si chiude, con Gerione che scompare come una freccia, lascia una sensazione di precarietà. I due poeti sono arrivati in basso, ma la creatura che li ha portati lì è già lontana. È come quando, nella vita, si attraversa una fase rischiosa con l’aiuto di qualcuno o qualcosa che non è affidabile, e una volta arrivati al punto di arrivo ci si ritrova soli a gestire le conseguenze. Il Canto XVII dell’Inferno, in questo senso, non è solo una tappa del viaggio ultraterreno, ma una riflessione su come ci si espone alla frode, su quanto sia facile affidarsi a ciò che appare rassicurante, e su quanto sia necessario, invece, avere una guida solida come Virgilio, cioè la ragione e il discernimento.

Fiera con la coda aguzza: creatura mostruosa con coda appuntita e velenosa, simbolo della frode. Sozza imagine di froda: immagine sporca, corrotta, che rappresenta l’inganno. Branche: zampe o artigli. Nodi e rotelle: motivi decorativi circolari, come intrecci o cerchi. Burchi: barche pesanti da fiume. Tedeschi lurchi: popolazioni germaniche viste come rozze o feroci. Bivero: castoro, animale che si difende mordendo. Forca venenosa: la punta della coda, armata come uno scorpione. Mena: comportamento, modo di muoversi. Tasca: borsa appesa al collo, simbolo araldico della famiglia dell’usuraio. Borsa gialla con leone azzurro: stemma dei Gianfigliazzi. Borsa rossa con oca bianca: stemma degli Ubriachi. Scrofa azzurra: stemma degli Scrovegni. Quartana: febbre malarica ricorrente ogni quattro giorni. Logoro: esca usata dal falconiere per richiamare il falcone. Corda cocca: freccia scoccata dalla corda dell’arco.

Contesto Storico

Il Canto XVII dell’Inferno si colloca nel momento in cui Dante Alighieri affronta il tema della frode, che nella sua visione è più grave della violenza fisica. Gli usurai rappresentano una forma di violenza contro l’ordine naturale, perché traggono profitto dal denaro senza lavoro, violando la legge morale e teologica del tempo. Le famiglie citate — Gianfigliazzi, Ubriachi, Scrovegni — erano note per attività finanziarie e prestiti a interesse.

La figura di Gerione deriva dalla mitologia classica, ma Dante Alighieri la trasforma in un simbolo morale: volto onesto, corpo ingannevole. È il ritratto perfetto della frode, che si presenta con un’apparenza rassicurante ma nasconde un pericolo mortale. Il viaggio in groppa a Gerione segna il passaggio dal cerchio dei violenti a quello dei fraudolenti, cioè dalla violenza “aperta” alla violenza “nascosta”.

Analisi

Il Canto XVII dell’Inferno è un punto di svolta nell’Inferno, perché segna il passaggio dalla violenza alla frode, cioè dal peccato che usa la forza al peccato che usa l’inganno. La figura di Gerione è costruita come un simbolo perfetto: volto umano, rassicurante, quasi gentile; corpo di serpente, sinuoso, pericoloso; coda armata come uno scorpione. È l’immagine di chi inganna con modi cortesi, di chi si presenta come affidabile ma nasconde intenzioni distorte. In questo senso, Gerione è una delle creature più moderne della Commedia: rappresenta la doppiezza, la manipolazione, la seduzione dell’apparenza.

La scena degli usurai è volutamente povera di movimento. Sono seduti, immobili, sotto la pioggia di fuoco, e non guardano il mondo: guardano solo le borse appese al collo, con gli stemmi delle loro famiglie. È un’immagine che parla da sola: l’identità ridotta al denaro, la vita ridotta al profitto, la memoria ridotta a un simbolo araldico. Dante Alighieri non descrive i loro volti, perché per lui non hanno più un volto: hanno solo un “segno”, come se la loro umanità fosse stata consumata dal denaro stesso. È un’immagine che ricorda certe ossessioni moderne, quando una persona si definisce solo attraverso ciò che possiede.

Il dialogo con lo Scrovegni è breve e tagliente. L’usuraio non mostra curiosità, ma fastidio: vede Dante Alighieri come un disturbo, non come un interlocutore. Anche nella dannazione, resta chiuso nella logica del guadagno e della rivalità. È un tratto psicologico molto realistico: chi vive solo per il denaro tende a portare quella logica ovunque, anche quando non ha più senso.

La discesa in groppa a Gerione è una delle scene più cinematografiche della Commedia. Dante Alighieri prova paura vera, fisica, quasi infantile. Si sente come un malato che teme il ritorno della febbre, come qualcuno che ha già conosciuto il panico. La vergogna lo spinge a obbedire a Virgilio, perché davanti a un “buon segnor” non si può indietreggiare. È un momento di grande umanità: il poeta non è un eroe invincibile, ma un uomo che deve vincere se stesso.

Il paragone con Fetonte e Icaro è un modo per dire che la caduta è sempre possibile, soprattutto quando ci si affida a ciò che inganna. La frode non è solo un peccato: è un rischio, una vertigine, un pericolo che può trascinare chiunque. La discesa lenta, circolare, quasi ipnotica di Gerione è un’immagine della seduzione dell’inganno: non è un precipitare, ma un lasciarsi portare, un abbandono graduale.

Quando Gerione posa i due poeti e scompare come una freccia, resta una sensazione di precarietà. La creatura che li ha portati giù non è affidabile, non è una guida: è solo un mezzo. È come quando, nella vita, si attraversa una fase rischiosa con l’aiuto di qualcosa o qualcuno che non è degno di fiducia, e una volta arrivati si resta soli a gestire le conseguenze.

Temi e Significati

Il tema centrale è la frode, intesa come inganno che si presenta con un volto rassicurante. Gerione è la personificazione di questa idea: la frode non si mostra mai per ciò che è, ma si traveste, si adorna, si rende piacevole. È un tema che attraversa tutta la Commedia, ma qui assume una forma concreta e memorabile.

Un altro tema è la disumanizzazione attraverso il denaro. Gli usurai non hanno volto, ma solo stemmi. Non guardano il mondo, ma solo le loro borse. È un modo per dire che chi vive solo per il profitto perde la propria identità, si riduce a un simbolo, a un marchio, a un segno.

Il tema della paura è trattato con grande delicatezza. Dante Alighieri non nasconde il suo terrore, anzi lo descrive con paragoni concreti: il malato che teme la febbre, il giovane che precipita. È un modo per dire che il viaggio nell’Inferno non è solo un percorso teologico, ma un’esperienza emotiva, psicologica, umana.

Infine, il tema della guida: Virgilio è la ragione che sostiene, che abbraccia, che protegge. Senza di lui, Dante Alighieri non potrebbe affrontare la frode. È un messaggio molto attuale: per attraversare ciò che inganna, serve una guida solida, un criterio, una luce.

Forma Poetica

Il Canto XVII dell’Inferno è scritto in terzine incatenate, con versi endecasillabi e schema di rime ABA BCB CDC, tipico della Divina Commedia. La struttura a catena crea un movimento continuo, che rispecchia la discesa ininterrotta dei due poeti. Le similitudini sono numerose e molto concrete: i burchi tirati a riva, i cani che si grattano d’estate, il falcone stanco che torna al falconiere. Sono immagini prese dalla vita quotidiana, che rendono il mondo infernale più vicino e più credibile.

La lingua alterna registri diversi: descrittivo nella parte dedicata a Gerione, narrativo nella scena degli usurai, lirico e drammatico nella discesa nel vuoto. Le figure retoriche più frequenti sono le similitudini, le metafore e le apostrofi implicite. La costruzione è molto visiva: ogni scena sembra un quadro, con colori, movimenti, suoni.

Riassunto Lampo

Dante Alighieri e Virgilio incontrano Gerione, simbolo della frode, creatura con volto umano e corpo di serpente. Poco più avanti vedono gli usurai, seduti sotto la pioggia di fuoco, riconoscibili solo dalle borse con gli stemmi delle loro famiglie. Dopo un breve dialogo con lo Scrovegni, Dante Alighieri torna da Virgilio, che lo invita a salire sulla groppa di Gerione. La creatura li trasporta nel cerchio successivo con una discesa lenta e spaventosa, poi scompare nel vuoto.

Cosa Ricordare

Il Canto XVII dell’Inferno introduce la frode, il peccato più sottile e pericoloso dell’Inferno. Gerione è una delle immagini più potenti della Commedia: volto onesto, corpo ingannevole. Gli usurai rappresentano la riduzione dell’identità al denaro, la perdita del volto umano. La discesa in groppa a Gerione è un momento di grande intensità emotiva, che mostra la fragilità di Dante Alighieri e la forza rassicurante di Virgilio. È un canto di passaggio, di vertigine, di consapevolezza.

Immagini Simboliche

La prima immagine è quella di Gerione, con la pelle variopinta come un tessuto orientale e la coda armata come uno scorpione. È un’immagine che unisce bellezza e pericolo, seduzione e minaccia. La seconda immagine è quella degli usurai seduti, immobili, con lo sguardo fisso sulle borse: è la rappresentazione visiva dell’ossessione per il denaro. La terza immagine è la discesa nel vuoto, lenta e circolare, come un falcone stanco che torna al falconiere: è la vertigine dell’inganno, la paura di cadere, la perdita di punti di riferimento.

Collegamenti Utili

Il Canto XVII dell’Inferno si collega direttamente al Canto XVI dell’Infenro, dove compare la corda che servirà a richiamare Gerione. Si collega anche al Canto XVIII, dove inizia il viaggio tra i fraudolenti. Sul piano simbolico, dialoga con il Canto XXVI, dove la frode assume la forma dell’ingegno distorto di Ulisse. Sul piano tematico, richiama il Canto XI dell’Inferno, dove Virgilio spiega la struttura morale dell’Inferno e la gravità della frode. In prospettiva più ampia, il tema dell’inganno si ritrova anche nel Convivio di Dante Alighieri, dove si parla della necessità di distinguere il vero dal falso.

FAQ

Perché Gerione ha un volto umano e un corpo di serpente? Perché rappresenta la frode, che si presenta con un volto rassicurante ma nasconde un pericolo. È la doppiezza dell’inganno: gentile in superficie, velenoso in profondità.

Perché gli usurai guardano solo le borse? Perché la loro identità è stata consumata dal denaro. Non hanno più un volto, ma solo un simbolo araldico che rappresenta la loro famiglia e il loro patrimonio.

Perché Dante Alighieri ha paura di salire su Gerione? Perché la creatura incarna l’inganno, e affidarsi all’inganno è sempre rischioso. La paura è fisica, psicologica, umana.

Che ruolo ha Virgilio nel Canto XVII dell’Inferno? È la guida che protegge, sostiene, abbraccia. Senza di lui, Dante Alighieri non potrebbe affrontare la frode.

Perché la discesa è così lenta e circolare? Perché la frode non precipita: seduce, avvolge, trascina. È un movimento ipnotico, non violento, ma pericoloso.

Chi sono gli usurai citati? Appartengono a famiglie note dell’epoca: Gianfigliazzi, Ubriachi, Scrovegni. Dante Alighieri li identifica attraverso gli stemmi, non attraverso i volti.

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