Dante Alighieri, 1313
Testo
Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;
e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
Come ‘l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso,
ché da le reni era tornato ‘l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché ‘l veder dinanzi era lor tolto.
Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’ io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ‘l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
Anfiarao? perché lasci la guerra?”.
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
Mira c’ha fatto petto de le spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che riavesse le maschili penne.
Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ‘l mar non li era la veduta tronca.
E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,
Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu’ io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.
Poscia che ‘l padre suo di vita uscìo
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.
Suso in Italia bella giace un laco,
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
Per mille fonti, credo, e più si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l’acqua che nel detto laco stagna.
Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino
pastore e quel di Brescia e ‘l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva ‘ntorno più discese.
Ivi convien che tutto quanto caschi
ciò che ‘n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.
Tosto che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
ne la qual si distende e la ‘mpaluda;
e suol di state talor esser grama.
Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.
Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.
Fer la città sovra quell’ ossa morte;
e per colei che ‘l loco prima elesse,
Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
Già fuor le genti sue dentro più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
Però t’assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi».
E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede».
Allor mi disse: «Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu – quando Grecia fu di maschi vòta,
sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ‘l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
Euripilo ebbe nome, e così ‘l canta
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe ‘l gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
Vedi le triste che lasciaron l’ago,
la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda».
Sì mi parlava, e andavamo introcque.
Parafrasi integrale in prosa moderna
Dante Alighieri introduce il canto dicendo che deve parlare di una nuova pena, quella degli indovini, e che questo sarà il tema del ventesimo canto dell’Inferno. Si trova già pronto a osservare il fondo della bolgia, che è bagnato dalle lacrime dei dannati. Vede persone che avanzano in silenzio e piangendo, come in una processione.
Quando guarda più attentamente, nota qualcosa di incredibile: ogni dannato ha il volto completamente girato all’indietro, tra il mento e la nuca, e per questo sono costretti a camminare all’indietro, perché non possono vedere davanti a sé. Dante Alighieri pensa che forse una malattia come la paralisi potrebbe produrre una simile deformazione, ma non crede che sia possibile in natura.
Rivolgendosi al lettore, Dante Alighieri dice che, se Dio gli permette di trarre frutto dalla lettura, deve immaginare quanto fosse difficile per lui trattenere le lacrime davanti a esseri umani così deformati, al punto che le loro lacrime scendevano lungo la schiena fino a bagnare le natiche. Dante Alighieri piange, appoggiato a una roccia, ma Virgilio lo rimprovera duramente, dicendogli che in Inferno la pietà deve morire, perché provare compassione per chi è giustamente punito significa opporsi al giudizio divino.
Virgilio gli ordina di alzare la testa e gli mostra vari personaggi: Anfiarao, indovino tebano inghiottito dalla terra; Tiresia, che cambiò sesso dopo aver colpito due serpenti; Aronta, astrologo che viveva tra le cave di marmo di Luni; e soprattutto Manto, la maga che, dopo aver vagato per molte terre, si fermò in una zona paludosa e contribuì alla fondazione di Mantova. Virgilio racconta in dettaglio la storia del lago Benaco, del fiume Mincio e della nascita della città, correggendo versioni errate che circolavano all’epoca.
Dante Alighieri ascolta e conferma di credere pienamente alle parole della sua guida. Poi chiede se tra i dannati ci sia qualcuno degno di nota. Virgilio gli indica Euripilo, indovino greco citato nella sua stessa Eneide, e poi Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente, tutti celebri per pratiche magiche o astrologiche. Mostra anche donne che abbandonarono i lavori domestici per dedicarsi alla magia.
Infine, Virgilio dice che è tempo di andare, perché la luna è già passata oltre l’orizzonte e il viaggio deve proseguire. I due continuano a camminare insieme nella bolgia.
Spiegazione
Il Canto XX dell’Inferno è stato composto da Dante Alighieri tra il 1306 e il 1309, durante il periodo dell’esilio. Il poeta sta costruendo la struttura dell’oltretomba e colloca in questo canto gli indovini, gli astrologi e i maghi, puniti per aver voluto conoscere il futuro violando l’ordine divino. Il contesto è quello della prima cantica della Divina Commedia, dove il viaggio attraverso l’Inferno diventa un percorso morale e conoscitivo. Il Canto XX dell’Inferno appartiene alla zona del Malebolge, nel cerchio dedicato alla frode, e riflette la visione medievale secondo cui predire il futuro è un atto di superbia spirituale.
Il tono del Canto XX dell’Inferno è cupo e doloroso, perché la pena dei dannati è una delle più impressionanti dell’intera cantica: il volto è girato all’indietro, costringendoli a camminare guardando solo il passato. È un canto che unisce geografia, mito, storia e autobiografia, con un lungo episodio dedicato alla fondazione di Mantova, città natale di Virgilio.
Il Canto XX dell’Inferno è uno dei più intensi dell’Inferno perché mette in scena una pena che colpisce immediatamente l’immaginazione: il volto girato all’indietro. È una punizione che non infligge solo dolore fisico, ma soprattutto umiliazione e perdita di orientamento. Chi in vita ha voluto guardare troppo avanti, pretendendo di conoscere il futuro, ora è costretto a guardare solo indietro. È un rovesciamento morale perfetto, che traduce in immagine la logica del contrappasso.
Dante Alighieri reagisce con un pianto spontaneo, umano, che nasce dal vedere esseri umani deformati in modo così crudele. È una reazione comprensibile: nella vita reale, quando si assiste a una sofferenza estrema, il primo impulso è quello della compassione. Ma Virgilio lo corregge, ricordandogli che nell’Inferno la pietà è fuori luogo, perché significherebbe mettere in discussione la giustizia divina. È un momento educativo, in cui Dante Alighieri deve imparare a distinguere tra sentimento umano e ordine morale.
Il lungo episodio di Manto e della fondazione di Mantova ha una funzione narrativa e affettiva. Virgilio parla della sua città con precisione geografica e con un tono che tradisce un legame personale. È come quando una persona racconta la storia del proprio paese d’origine, mescolando memoria, orgoglio e conoscenza del territorio. Questo episodio crea una pausa nel ritmo del canto, offrendo un momento di respiro prima di tornare alla lista dei dannati.
Il Canto XX dell’Inferno si chiude con un richiamo al tempo astronomico: la luna è già passata oltre l’orizzonte. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, serve a ricordare che il viaggio è reale, scandito da un tempo preciso, e non solo simbolico. È un modo per ancorare la visione poetica a un’esperienza concreta, come se Dante Alighieri stesse davvero camminando in un luogo fisico.
“Nova pena” indica una punizione mai vista prima, che richiede versi nuovi per essere descritta. “Canzon” è un modo antico per indicare la cantica, cioè l’Inferno. “Scoperto fondo” significa il fondo della bolgia, visibile senza ostacoli. “Letane” sono processioni penitenziali, lente e silenziose.
“Casso” è la nuca, la parte posteriore della testa. “Parlasia” è la paralisi, citata come possibile causa naturale della deformazione, anche se Dante Alighieri la esclude. “Rocchi” sono sporgenze rocciose, punti d’appoggio nel paesaggio infernale.
“Scellerato” significa malvagio, colpevole. “Augure” è un indovino dell’antica Roma o della Grecia. “Verga” è il bastone rituale usato da Tiresia. “Ronca” indica il lavoro di taglio del marmo nelle cave. “Lama” è una zona paludosa, un pantano.
“Consorzio umano” significa la vita sociale, la convivenza con gli altri. “Ossa morte” indica il corpo sepolto di Manto, su cui sorgerà la città. “Mattia” è la follia politica che colpì i Casalodi. “Fune” è la corda che tratteneva le navi greche in Aulide.
“Emisperi” indica i due emisferi terrestri. “Sobilia” è un punto astronomico legato al moto della luna. “Introcque” significa “fin lì”, “fino a quel punto”.
Contesto Storico
Il Canto XX dell’Inferno nasce in un periodo di forte instabilità personale e politica per Dante Alighieri, che sta vivendo l’esilio e sta ripensando radicalmente il rapporto tra uomo, conoscenza e ordine divino. La Firenze del tempo è attraversata da lotte tra Guelfi e Ghibellini, e poi tra Guelfi Bianchi e Neri, conflitti che hanno segnato profondamente la vita del poeta. In questo clima, la figura dell’indovino assume un valore simbolico: rappresenta chi pretende di conoscere ciò che non gli è concesso sapere, violando l’armonia stabilita da Dio.
La cultura medievale attribuiva grande importanza alla distinzione tra conoscenza lecita e illecita. L’astrologia giudiziaria, la magia e la divinazione erano viste come forme di superbia spirituale, perché cercavano di sottrarre a Dio il controllo del futuro. Il Canto XX dell’Inferno riflette questa visione, collocando gli indovini tra i fraudolenti, nel cerchio dedicato a chi ha ingannato gli altri con parole e previsioni.
Il lungo episodio dedicato alla fondazione di Mantova si inserisce in un contesto più ampio: Virgilio, guida e simbolo della ragione umana, racconta la storia della sua città con precisione geografica e storica. È un modo per radicare la narrazione in un territorio reale, mostrando come la Divina Commedia intrecci continuamente mito, storia e autobiografia. Il Canto XX dell’Inferno, pur ambientato nell’oltretomba, è profondamente legato alla cultura e alla mentalità del Medioevo cristiano.
Analisi
Il Canto XX dell’Inferno si apre con un tono quasi tecnico: Dante Alighieri annuncia che deve descrivere una “nova pena”, come se stesse introducendo un nuovo capitolo di un trattato morale. La scena che segue è una delle più impressionanti dell’Inferno: i dannati camminano con il volto girato all’indietro, costretti a guardare solo il passato. È un’immagine che colpisce per la sua forza visiva e per la sua coerenza simbolica. Chi ha voluto vedere troppo avanti ora non può più vedere nulla davanti a sé.
La reazione di Dante Alighieri è profondamente umana: piange. È un momento di fragilità che lo avvicina al lettore moderno, perché mostra come la sofferenza altrui possa suscitare compassione anche quando è “meritata”. Ma Virgilio lo rimprovera, ricordandogli che la pietà, in Inferno, è un errore. È un passaggio educativo, in cui Dante Alighieri deve imparare a distinguere tra sentimento e giudizio morale. È come quando una persona deve prendere una decisione difficile e deve mettere da parte l’emotività per rispettare un principio più alto.
La sfilata degli indovini è costruita come una piccola galleria di figure mitiche e storiche. Anfiarao, Tiresia, Aronta, Manto: ognuno porta con sé una storia che intreccia mito e morale. Il racconto di Manto, in particolare, permette a Virgilio di parlare della sua città, Mantova, con un tono che mescola precisione e affetto. È un momento di pausa narrativa, in cui la geografia diventa racconto e il paesaggio si trasforma in memoria personale.
La parte finale del Canto XX dell’Inferno introduce figure più vicine al tempo di Dante Alighieri, come Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente. Sono personaggi che il poeta conosceva per fama, e che rappresentano la persistenza della divinazione anche nel Medioevo cristiano. Il Canto XX dell’Inferno si chiude con un richiamo al tempo astronomico, che ricorda al lettore che il viaggio è reale, scandito da un ritmo preciso. È un modo per mantenere l’equilibrio tra visione e concretezza, tra simbolo e narrazione.
Temi e Significati
Il tema centrale del Canto XX dell’Inferno è la presunzione umana di conoscere il futuro. Gli indovini sono puniti non solo per aver ingannato gli altri, ma per aver violato un limite fondamentale: il futuro appartiene a Dio, non agli uomini. La pena del volto girato all’indietro è un simbolo perfetto di questa violazione. È come se la realtà stessa si fosse ribellata al loro tentativo di forzarla.
Un altro tema importante è il rapporto tra pietà e giustizia. Dante Alighieri prova compassione, ma Virgilio lo corregge. È un conflitto che attraversa tutta la Divina Commedia: l’uomo sente, ma deve imparare a giudicare secondo un ordine superiore. Nella vita reale, questo tema si ritrova ogni volta che una persona deve conciliare empatia e responsabilità, come un giudice, un medico o un insegnante che deve prendere decisioni difficili.
Il Canto XX dell’Inferno affronta anche il tema della memoria e dell’identità. Il lungo racconto di Mantova non è un semplice excursus geografico, ma un modo per radicare la narrazione in un luogo reale, legato alla vita di Virgilio. È un momento in cui la guida si rivela non solo come simbolo della ragione, ma come uomo con una storia e un’origine.
Infine, il Canto XX dell’Inferno riflette sul limite della conoscenza umana. Gli indovini hanno cercato di superarlo, e per questo sono puniti. È un tema che attraversa tutta la Divina Commedia e che trova il suo compimento nel Paradiso, dove la conoscenza è possibile solo attraverso la grazia.
Forma Poetica
Il Canto XX dell’Inferno è composto in terzine incatenate, la struttura metrica tipica della Divina Commedia. Ogni terzina è formata da tre versi endecasillabi, legati tra loro da uno schema di rime incrociate: ABA BCB CDC, e così via. Questo sistema crea un movimento continuo, come una catena che trascina il lettore da una terzina all’altra.
La lingua è un volgare fiorentino maturo, ricco di termini tecnici, geografici e mitologici. Dante Alighieri alterna registri diversi: il tono solenne dell’invocazione iniziale, la descrizione cruda della pena, il linguaggio tecnico del racconto geografico, il tono affettuoso del ricordo di Mantova. È una varietà che riflette la complessità del canto e la capacità del poeta di adattare la lingua al contenuto.
Dal punto di vista stilistico, il Canto XX dell’Inferno è costruito su immagini forti e immediate: il volto girato all’indietro, le lacrime che bagnano le natiche, la processione silenziosa dei dannati. Sono immagini che colpiscono per la loro concretezza e che rendono la pena memorabile. La presenza di figure mitiche e storiche crea un ponte tra passato e presente, tra cultura classica e Medioevo cristiano.
Riassunto Lampo
Nel Canto XX dell’Inferno, Dante Alighieri e Virgilio incontrano gli indovini, puniti con il volto girato all’indietro perché in vita hanno voluto conoscere il futuro. Dante Alighieri piange alla vista della loro sofferenza, ma Virgilio lo rimprovera, ricordandogli che la pietà è un errore in Inferno. La guida gli mostra vari personaggi mitici e storici, tra cui Anfiarao, Tiresia, Aronta e Manto, e racconta la fondazione di Mantova. Il Canto XX dell’Inferno si chiude con un richiamo al tempo astronomico e con la ripresa del cammino.
Cosa Ricordare
Il Canto XX dell’Inferno è uno dei momenti più intensi della prima cantica, perché mette in scena una pena che colpisce immediatamente l’immaginazione: il volto girato all’indietro. È una punizione che non riguarda solo il corpo, ma soprattutto la dignità e l’orientamento dell’essere umano. Chi ha voluto guardare troppo avanti, pretendendo di conoscere il futuro, ora è costretto a guardare solo il passato. È un’immagine che sintetizza perfettamente la logica del contrappasso.
È importante ricordare anche il ruolo educativo del rimprovero di Virgilio. Dante Alighieri piange, ma la guida gli ricorda che la pietà, in Inferno, è un errore. È un passaggio fondamentale nella crescita morale del poeta, che deve imparare a distinguere tra sentimento umano e giustizia divina. Il lungo episodio dedicato alla fondazione di Mantova mostra invece un Virgilio più umano, legato alla sua città, capace di raccontare con precisione e affetto la storia del suo territorio.
Il Canto XX dell’Inferno unisce mito, storia, geografia e morale, mostrando come la Divina Commedia sia un’opera che attraversa tutti i livelli della conoscenza. È un canto che parla dei limiti dell’uomo, della presunzione di sapere troppo e della necessità di accettare che il futuro non appartiene alla volontà umana.
Immagini Simboliche
L’immagine più potente del Canto XX dell’Inferno è quella dei dannati che camminano con il volto girato all’indietro. È una deformazione che non ha solo un valore fisico, ma soprattutto morale. Guardare solo il passato significa essere privati della possibilità di orientarsi, di scegliere, di avanzare con consapevolezza. È come se la vita stessa fosse stata capovolta.
Le lacrime che scendono lungo la schiena e bagnano le natiche sono un’altra immagine forte. Mostrano come il dolore, che normalmente si esprime attraverso il volto, sia costretto a scorrere in una direzione innaturale, accentuando la violenza della pena. La processione silenziosa dei dannati ricorda una lunga fila di persone che avanzano senza speranza, come in certe scene della vita reale in cui la sofferenza collettiva diventa un movimento lento e inevitabile.
Il racconto di Mantova introduce un’immagine diversa: il paesaggio del lago Benaco, del Mincio e della palude in cui Manto si ferma. È un’immagine di natura che si trasforma in città, di un luogo che nasce da una storia personale. È un momento di respiro, che contrasta con la durezza della bolgia.
Collegamenti Utili
Il Canto XX dell’Inferno dialoga con altri momenti della Divina Commedia in cui Dante Alighieri riflette sui limiti della conoscenza umana. Nel Paradiso, soprattutto nei canti dedicati alla sapienza divina, il poeta comprenderà che la conoscenza autentica non può essere forzata, ma è un dono che arriva attraverso la grazia. Il tema della presunzione intellettuale ritorna anche nel Canto XXVI dell’Inferno, con la figura di Ulisse, che spinge la ragione oltre i confini leciti.
Il rimprovero di Virgilio richiama altri momenti in cui la guida corregge Dante Alighieri, come nel Canto V dell’Inferno, quando il poeta si commuove per Paolo e Francesca. È un percorso educativo che attraversa tutta la cantica. Il racconto di Mantova si collega invece alla tradizione classica, in particolare all’Eneide di Virgilio, dove la geografia e la storia dei luoghi hanno un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità dei personaggi.
Il tema della divinazione è presente anche nella letteratura medievale e classica, come nelle Metamorfosi di Ovidio, dove figure come Tiresia compaiono con ruoli simbolici legati alla conoscenza proibita. Il Canto XX dell’Inferno si inserisce quindi in una tradizione ampia, che attraversa secoli e culture.
FAQ
Perché gli indovini hanno il volto girato all’indietro? Perché in vita hanno voluto conoscere il futuro, violando un limite imposto da Dio. La pena li costringe a guardare solo il passato, rendendo visibile la loro colpa. È un contrappasso perfetto, che traduce in immagine la presunzione di sapere troppo.
Perché Dante Alighieri piange davanti ai dannati? Perché la deformazione è così crudele da suscitare una reazione spontanea di compassione. Dante Alighieri reagisce come un essere umano che vede una sofferenza estrema. Ma Virgilio lo rimprovera, ricordandogli che la pietà, in Inferno, è un errore.
Chi è Manto e perché è importante nel Canto XX dell’Inferno? Manto è una maga dell’antichità, figlia di Tiresia. La sua storia permette a Virgilio di raccontare la fondazione di Mantova, la sua città natale. È un momento in cui la narrazione si intreccia con la geografia e con la memoria personale della guida.
Perché Virgilio insiste tanto sulla storia di Mantova? Perché vuole correggere versioni errate che circolavano all’epoca e perché la città ha per lui un valore affettivo. È un modo per radicare la Divina Commedia in un territorio reale, mostrando come il viaggio nell’oltretomba sia anche un viaggio nella memoria.
Chi sono gli altri personaggi citati nel Canto XX dell’Inferno? Anfiarao, Tiresia, Aronta, Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente. Sono figure legate alla divinazione, alla magia o all’astrologia. Ognuno rappresenta un modo diverso di violare il limite della conoscenza umana.
Perché Virgilio dice che la pietà deve morire in Inferno? Perché provare compassione per chi è giustamente punito significa mettere in discussione la giustizia divina. È un insegnamento duro, ma necessario per comprendere la logica dell’Inferno.
Che ruolo ha il tempo astronomico nel Canto XX dell’Inferno? Il riferimento alla luna che scende oltre l’orizzonte serve a ricordare che il viaggio è reale, scandito da un tempo preciso. È un modo per ancorare la visione poetica a un’esperienza concreta.
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