Dante Alighieri, 1313
Testo
Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ‘l colmo, quando
restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno – in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più viaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa – :
tal, non per foco ma per divin’ arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ‘nviscava la ripa d’ogne parte.
I’ vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che ‘l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
Mentr’ io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,
che, per veder, non indugia ‘l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ‘l nerbo.
Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita».
Là giù ‘l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio».
Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: «Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.
Lo buon maestro «Acciò che non si paia
che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’ altra volta fui a tal baratta».
Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’ el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.
Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,
usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;
ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli».
Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto», disse ‘l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri schermi,
sanza voler divino e fato destro?
Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
E ‘l duca mio a me: «O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi».
Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
così vid’ io già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.
I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ‘l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.
Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ‘l tocchi»,
diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.
Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.
Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei».
«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
Ciriatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.
Cercate ‘ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane».
«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?».
Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.
Parafrasi integrale in prosa
Dante Alighieri e Virgilio entrano nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio, dove sono puniti i barattieri, cioè coloro che hanno venduto incarichi pubblici o accettato denaro in cambio di favori politici. La bolgia è colma di una pece nera e bollente, che nasconde i peccatori come la corruzione nasconde i suoi meccanismi. Appena i due poeti si avvicinano, un gruppo di diavoli feroci li circonda con atteggiamento minaccioso. Il loro capo, Malacoda, spiega che il ponte successivo è crollato e indica un percorso alternativo.
I diavoli, chiamati Malebranche, si offrono di accompagnare Dante Alighieri e Virgilio, ma il loro comportamento è ambiguo e aggressivo. Virgilio mantiene la calma e cerca di guidare la situazione con autorità. I demoni intanto tormentano i peccatori, che emergono dalla pece solo per pochi istanti prima di essere ricacciati giù con gli uncini. Uno di questi dannati, un lucchese chiamato Ciampolo, viene catturato e interrogato, ma riesce a ingannare i diavoli e a fuggire tuffandosi nella pece. La sua fuga provoca una rissa tra i demoni, che cadono anch’essi nella pece bollente. Approfittando della confusione, Dante Alighieri e Virgilio si allontanano.
Spiegazione
Il Canto XXI dell’Inferno è stato composto da Dante Alighieri tra il 1306 e il 1309, durante il suo esilio da Firenze. È un periodo in cui Dante Alighieri vive una condizione di instabilità politica e personale, costretto a spostarsi tra Verona, Forlì e altre corti dell’Italia centro-settentrionale. La scrittura del Canto XXI dell’Inferno nasce in un clima di tensione civile, segnato da lotte tra Guelfi e Ghibellini e da una corruzione diffusa nelle istituzioni comunali. Il testo circola inizialmente in forma manoscritta, copiato da amanuensi e diffuso in ambienti colti, prima di diventare nei secoli successivi uno dei pilastri della letteratura europea. La forza del Canto XXI dell’Inferno deriva dal modo in cui Dante intreccia esperienza personale, osservazione politica e invenzione poetica.
Il Canto XXI dell’Inferno mette in scena la corruzione politica come un inganno che si nasconde sotto la superficie, proprio come la pece nasconde i peccatori. Dante Alighieri osserva come la corruzione non sia solo un atto individuale, ma un sistema che coinvolge più persone, spesso protette da complicità e silenzi. I diavoli rappresentano la brutalità del potere esercitato senza controllo, un potere che non cerca giustizia ma solo violenza. La fuga di Ciampolo mostra come l’inganno generi altro inganno, in un circolo vizioso che non porta mai a una vera liberazione. La scena ricorda situazioni reali in cui chi ha commesso un illecito tenta di salvarsi con nuove menzogne, peggiorando la situazione.
Baratteria significa corruzione politica, soprattutto legata alla vendita di incarichi pubblici. Malebranche è il nome della squadra di diavoli che presidia la bolgia, letteralmente “brutte braccia” o “brutti artigli”. Pece è una sostanza nera e viscosa, simile al catrame, simbolo dell’opacità morale. Malacoda significa “cattiva coda”, allusione alla natura ingannevole del capo dei diavoli. Ciampolo è un personaggio lucchese, probabilmente ispirato a figure realmente coinvolte in scandali politici dell’epoca.
Contesto Storico
Il Canto XXI dell’Inferno riflette la realtà politica dell’Italia comunale del Trecento, segnata da lotte tra fazioni, corruzione diffusa e instabilità istituzionale. Dante Alighieri, esule politico, conosceva bene questi meccanismi: la sua esperienza diretta con la corruzione dei funzionari fiorentini alimenta la durezza del giudizio. La bolgia dei barattieri è una denuncia esplicita contro chi usa il potere per interesse personale. La rappresentazione dei diavoli come una milizia disorganizzata richiama l’immagine delle compagnie mercenarie che devastavano l’Italia dell’epoca, spesso più pericolose dei nemici che avrebbero dovuto combattere.
Analisi
Il Canto XXI dell’Inferno è uno dei momenti più teatrali dell’Inferno, costruito da Dante Alighieri con un equilibrio particolare tra comicità grottesca e violenza morale. La presenza dei Malebranche introduce un registro quasi farsesco, che ricorda la tradizione della commedia medievale, dove il male viene ridicolizzato per mostrarne la fragilità. I nomi dei diavoli, come Barbariccia o Libicocco, hanno un suono caricaturale, simile ai personaggi buffi delle sacre rappresentazioni popolari. Questa scelta non è casuale: Dante Alighieri usa il ridicolo come strumento critico, per smascherare la corruzione politica e mostrarla come un sistema caotico e disordinato.
Il rapporto tra Virgilio e i diavoli richiama la tensione tra ragione e caos. Virgilio rappresenta la guida razionale, simile alla figura che aveva già incarnato nell’Eneide di Publio Virgilio Marone, dove conduce Enea attraverso luoghi ostili. Qui, però, la sua autorità è messa alla prova da creature che non rispettano alcun ordine. La scena in cui Ciampolo inganna i diavoli ricorda episodi di astuzia presenti nel Decameron di Giovanni Boccaccio, dove l’inganno diventa una forma di sopravvivenza. Dante Alighieri mostra come il male generi altro male: i diavoli, che dovrebbero punire i peccatori, cadono essi stessi vittime della loro impulsività.
Il Canto XXI dell’Inferno anticipa anche temi che Dante Alighieri svilupperà nel Purgatorio, come la distinzione tra giustizia e vendetta. La violenza dei diavoli non è giustizia, ma puro sadismo. La pece bollente diventa così un simbolo della corruzione che brucia chi l’ha praticata, ma anche di un sistema che si autoalimenta senza mai purificarsi. La scena del ponte crollato, infine, è un’immagine potente della frattura morale della società: non esiste un passaggio sicuro attraverso la corruzione, e chi tenta di attraversarla deve affrontare pericoli imprevedibili.
Temi e Significati
Il tema centrale del Canto XXI dell’Inferno è la corruzione politica, vista come una malattia che contamina l’intera società. La pece rappresenta l’opacità morale, una sostanza che nasconde e brucia allo stesso tempo. I diavoli incarnano la brutalità del potere esercitato senza controllo, un potere che non cerca giustizia ma solo violenza. Il Canto XXI dell’Inferno esplora anche il tema dell’inganno, che si manifesta sia nei peccatori sia nei demoni. Ciampolo inganna i diavoli, ma la sua astuzia non lo salva: è un inganno che genera altro inganno, in un circolo vizioso senza uscita.
Un altro tema importante è la fragilità dell’autorità. Virgilio, pur essendo guida saggia e razionale, deve negoziare con i diavoli, mostrando che anche la ragione può incontrare ostacoli imprevedibili. Il Canto XXI dell’Inferno riflette anche il rapporto tra ordine e caos: i diavoli sono disordinati, rumorosi, incapaci di autocontrollo, mentre Virgilio rappresenta la calma e la misura. Questa contrapposizione crea una tensione narrativa che attraversa tutto il Canto XXI dell’Inferno.
Forma Poetica
Il Canto XXI dell’Inferno è scritto in terzine incatenate, con schema metrico ABA BCB CDC, tipico della terza rima. Ogni verso è un endecasillabo, cioè composto da undici sillabe metriche. La struttura a terzine crea un ritmo incalzante, che si adatta bene alla scena movimentata dei diavoli. La musicalità della terza rima permette a Dante Alighieri di alternare momenti di tensione e momenti più comici, mantenendo sempre un equilibrio tra narrazione e riflessione morale. La scelta dell’endecasillabo conferisce solennità anche alle scene più grottesche, creando un contrasto che amplifica l’effetto satirico.
Riassunto Lampo
Dante Alighieri e Virgilio entrano nella bolgia dei barattieri, immersi nella pece bollente. Una squadra di diavoli li circonda e li accompagna lungo un tratto del cammino. I demoni catturano un peccatore lucchese, Ciampolo, che però li inganna e fugge. I diavoli litigano tra loro e cadono nella pece, permettendo ai due poeti di proseguire.
Cosa Ricordare
Il Canto XXI dell’Inferno è una denuncia diretta della corruzione politica, rappresentata attraverso immagini forti e simboliche. La pece bollente è il simbolo dell’inganno che brucia chi lo pratica, una sostanza che nasconde e punisce allo stesso tempo. I diavoli sono caricature del potere violento e disordinato, incapace di autocontrollo e dominato da rivalità interne. Ciampolo rappresenta l’astuzia che nasce dalla disperazione, un inganno che genera altro inganno senza possibilità di riscatto. Virgilio incarna la ragione che tenta di orientarsi in un mondo dominato dal caos, mostrando che la guida morale non è mai semplice né lineare.
Immagini Simboliche
La pece nera e bollente è l’immagine dominante del Canto XXI dell’Inferno, simbolo della corruzione nascosta e della punizione che non concede tregua. I diavoli con i loro nomi grotteschi rappresentano il potere deformato, un’autorità che non ha nulla di giusto o ordinato. Gli uncini che afferrano i peccatori evocano la violenza cieca delle istituzioni corrotte, che colpiscono senza criterio. La fuga di Ciampolo è un’immagine di inganno che si ripete, un gesto che non porta salvezza ma solo ulteriore caos. Il ponte crollato simboleggia la frattura morale della società, un passaggio interrotto che obbliga a cercare vie alternative.
Collegamenti Utili
Il Canto XXI dell’Inferno dialoga con la tradizione epica dell’Eneide di Publio Virgilio Marone, soprattutto nella figura della guida che affronta luoghi ostili. Richiama anche la satira politica medievale, come quella presente nelle opere di Cecco Angiolieri, dove il potere viene ridicolizzato per mostrarne la fragilità. Il tema dell’inganno è affine a episodi del Decameron di Giovanni Boccaccio, dove l’astuzia diventa una forma di sopravvivenza. La rappresentazione grottesca dei diavoli anticipa elementi della letteratura comica rinascimentale, come nelle opere di Ludovico Ariosto, dove il fantastico si intreccia con la critica sociale.
FAQ
Perché Dante Alighieri usa un tono comico in questo canto? Il tono comico serve a ridicolizzare il male, mostrando che la corruzione è meschina e disordinata, non potente come sembra. La comicità diventa uno strumento critico, capace di smascherare la fragilità del potere corrotto.
Chi è Ciampolo e perché è importante? Ciampolo è un barattiere lucchese che inganna i diavoli, mostrando come l’inganno sia una spirale senza fine. La sua figura rappresenta l’astuzia nata dalla disperazione, un comportamento che non porta salvezza ma solo ulteriore caos.
Perché la pece è il simbolo della corruzione? La pece è nera, viscosa e nasconde ciò che contiene, proprio come la corruzione nasconde i suoi meccanismi. È una sostanza che brucia e soffoca, simbolo perfetto dell’inganno politico.
Perché Virgilio tratta con i diavoli? Virgilio rappresenta la ragione che deve confrontarsi anche con il caos. La sua calma e la sua autorità mostrano che la guida morale non è mai semplice, soprattutto quando si attraversano territori dominati dal disordine.
Cosa rappresentano i Malebranche? I Malebranche sono la caricatura del potere violento, incapace di autocontrollo e dominato da rivalità interne. La loro disorganizzazione mostra che il male non è mai solido o coerente, ma fragile e ridicolo.
Perché il ponte è crollato? Il ponte crollato simboleggia la frattura morale della società e la difficoltà di trovare un percorso sicuro nella corruzione. È un’immagine che richiama la necessità di cercare vie alternative quando l’ordine è compromesso.
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