Ne la stagion che ‘l ciel… (Canzoniere – L)

Francesco Petrarca, intorno al 1340–1350

Testo

Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina
verso occidente, et che ’l dì nostro vola
a gente che di là forse l’aspetta,
veggendosi in lontan paese sola,
la stancha vecchiarella pellegrina
raddoppia i passi, et più et più s’affretta;
et poi così soletta
al fin di sua giornata
talor è consolata
d’alcun breve riposo, ov’ella oblia
la noia e ’l mal de la passata via.

Ma, lasso, ogni dolor che ’l dì m’adduce
cresce qualor s’invia
per partirsi da noi l’eterna luce.

Come ’l sol volge le ’nfiammate rote
per dar luogo a la notte, onde discende
dagli altissimi monti maggior l’ombra,
l’avaro zappador l’arme riprende,
et con parole et con alpestri note
ogni gravezza del suo petto sgombra;
et poi la mensa ingombra
di povere vivande,
simili a quelle ghiande
le qua’ fuggendo tutto ’l mondo onora.
Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora,
ch’i’ pur non ebbi anchor, non dirò lieta,
ma riposata un’hora,
né per volger di ciel né di pianeta.

Quando vede ’l pastor calare i raggi
del gran pianeta al nido ov’egli alberga,
e ’nbrunir le contrade d’oriente,
drizzasi in piedi, et co l’usata verga,
lassando l’erba et le fontane e i faggi,
move la schiera sua soavemente;
poi lontan da la gente
o casetta o spelunca
di verdi frondi ingiuncha:
ivi senza pensier s’adagia et dorme.
Ahi crudo Amor, ma tu allor più mi ’nforme
a seguir d’una fera che mi strugge,
la voce e i passi et l’orme,
et lei non stringi che s’appiatta et fugge.

E i naviganti in qualche chiusa valle
gettan le menbra, poi che ’l sol s’asconde,
sul duro legno, et sotto a l’aspre gonne.
Ma io, perché s’attuffi in mezzo l’onde,
et lasci Hispagna dietro a le sue spalle,
et Granata et Marroccho et le Colonne,
et gli uomini et le donne
e ’l mondo et gli animali
aquetino i lor mali,
fine non pongo al mio obstinato affanno;
et duolmi ch’ogni giorno arroge al danno,
ch’i’ son già pur crescendo in questa voglia
ben presso al decim’anno,
né poss’indovinar chi me ne scioglia.

Et perch’un poco nel parlar mi sfogo,
veggio la sera i buoi tornare sciolti
da le campagne et da’ solcati colli:
i miei sospiri a me perché non tolti
quando che sia? perché no ’l grave giogo?
perché dì et notte gli occhi miei son molli?
Misero me, che volli
quando primier sì fiso
gli tenni nel bel viso
per iscolpirlo imaginando in parte
onde mai né per forza né per arte
mosso sarà, fin ch’i’ sia dato in preda
a chi tutto diparte!
Né so ben ancho che di lei mi creda.

Canzon, se l’esser meco dal matino
a la sera t’à fatto di mia schiera,
tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;
et d’altrui loda curerai sì poco,
ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio
come m’à concio ’l foco
di questa viva petra, ov’io m’appoggio.

Spiegazione

Francesco Petrarca compone la canzone Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina (canzone L del Canzoniere) negli anni centrali della sua maturità, tra la metà del Trecento e il 1350 circa. Come molte liriche del Canzoniere, non abbiamo una datazione assoluta, ma il testo appartiene alla fase in cui l’esperienza amorosa per Laura è ormai lunga, consapevole e segnata dalla riflessione sul tempo che passa.

Siamo nel pieno dell’età umanistica, ma la struttura mentale di Francesco Petrarca è ancora profondamente medievale: il conflitto tra desiderio terreno e tensione spirituale attraversa tutta la raccolta. In questa canzone, il poeta guarda al ciclo del giorno e alle attività degli uomini per misurare, per contrasto, la propria incapacità di trovare pace.

La canzone si apre con una scena di tramonto. Quando il cielo si inclina verso occidente e il giorno “vola” verso altre genti, una vecchietta pellegrina, rimasta sola in un paese lontano, accelera il passo per raggiungere un luogo di riposo.

Questa “stancha vecchiarella pellegrina” è una figura concreta e insieme simbolica. Chiunque abbia visto un’anziana camminare affrettata verso casa, prima che faccia buio, può riconoscere la scena. Ma allo stesso tempo la vecchiarella rappresenta l’uomo che, alla fine della vita, cerca un riparo, una consolazione.

La vecchiarella, alla fine della giornata, trova “alcun breve riposo” in cui dimentica la fatica del cammino. Subito dopo, però, Francesco Petrarca introduce il contrasto: per lui, al contrario, ogni dolore cresce proprio quando la luce eterna, cioè il giorno, si allontana. Il tramonto, che per la pellegrina è sollievo, per il poeta è aggravamento del male.

Nella seconda parte della canzone, il poeta passa a un’altra scena: il contadino che, al calare del sole, depone gli strumenti di lavoro, canta, si sfoga, poi si siede a una mensa povera ma sufficiente. Anche qui l’esempio è molto concreto: si può immaginare un uomo che rientra dai campi, parla con i familiari, mangia pane e verdure, forse un po’ di vino.

Per Francesco Petrarca, però, questa possibilità di alleggerire il cuore non esiste. Mentre il contadino si rallegra “ad ora ad ora”, lui confessa di non aver avuto nemmeno un’ora non diciamo lieta, ma almeno “riposata”, né per il movimento del cielo né per quello dei pianeti. È un modo per dire che nessun cambiamento esterno, nessun ciclo naturale, riesce a portargli pace.

La stessa struttura si ripete con il pastore. Quando il Sole cala e le contrade d’oriente si scuriscono, il pastore raduna il gregge, lo conduce a una casetta o a una grotta coperta di fronde, e lì si sdraia e dorme “senza pensier”. È un’immagine che ricorda le scene bucoliche di Publio Virgilio Marone nelle Bucoliche, o, in epoca molto più tarda, certe atmosfere serene di La sera del dì di festa di Giacomo Leopardi.

Per il poeta, invece, proprio in quel momento “crudo Amor” lo spinge ancora di più a inseguire una “fera” che lo strugge: Laura, paragonata a un animale selvatico che lascia tracce di voce, passi e orme, ma che sfugge e si nasconde. L’amore non concede tregua, nemmeno quando il mondo si prepara al riposo.

La quarta parte introduce i naviganti. Quando il Sole tramonta, i marinai cercano una valle riparata, gettano le membra stanche sul duro legno della nave e si coprono con coperte ruvide. Anche loro, pur nella durezza della vita, trovano un momento di pausa.

Francesco Petrarca, invece, non si ferma. Anche se il Sole si tuffa nel mare, lasciando alle spalle Spagna, Granada, Marocco e le Colonne d’Ercole, e tutto il mondo – uomini, donne, animali – placa i propri mali, il suo “obstinato affanno” continua. Anzi, ogni giorno si aggiunge dolore al dolore, e l’amore dura ormai da quasi dieci anni.

Nella parte finale, il poeta torna a parlare direttamente di sé. Vede la sera i buoi tornare sciolti dai campi e dai colli arati, ma si chiede perché i suoi sospiri non siano mai sciolti, perché il giogo del dolore non venga mai tolto, perché i suoi occhi siano sempre pieni di lacrime.

Ricorda il momento in cui, per la prima volta, fissò lo sguardo nel “bel viso” di Laura, con l’intenzione di scolpirlo nella memoria. Da allora quell’immagine non si è mai mossa, né per forza né per arte, e resterà lì finché il poeta non sarà consegnato a Dio, “a chi tutto diparte”.

La canzone si chiude con un congedo alla propria poesia. La chiama “canzon” e le dice che, essendo stata con lui dal mattino alla sera, non vorrà mostrarsi ovunque, né cercherà la lode altrui. Le basterà ricordare, “di poggio in poggio”, come lo ha ridotto il fuoco di questa “viva petra”, cioè Laura.

“Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina verso occidente” significa “nel momento del giorno in cui il cielo si inclina rapidamente verso occidente”, cioè al tramonto. “Vecchiarella pellegrina” è una “vecchietta pellegrina”, una donna anziana che viaggia a piedi verso un luogo sacro.

Quando Francesco Petrarca parla di “l’avaro zappador”, indica il contadino che lavora duramente la terra e che, alla sera, si concede un pasto povero, simile alle “ghiande” che il mondo civile disprezza. L’espressione “gran pianeta” indica il Sole, considerato un pianeta nel sistema astronomico antico.

“Obstinato affanno” è un dolore ostinato, che non si lascia vincere. “Viva petra” è una “pietra viva”, cioè Laura, paragonata a una roccia dura ma affascinante, immagine che ritorna in altre liriche del Canzoniere, come in Chiare, fresche et dolci acque.

Contesto Storico

La canzone nasce in un’epoca segnata da grandi cambiamenti politici e culturali. L’Italia del Trecento è frammentata in comuni, signorie, poteri ecclesiastici, e Francesco Petrarca vive tra Avignone, la Provenza, l’Italia centro-settentrionale, in un continuo movimento.

Sul piano culturale, siamo nel passaggio dal Medioevo all’Umanesimo. Francesco Petrarca è uno dei protagonisti di questo passaggio: studia i classici latini, riscopre Cicerone, dialoga idealmente con Agostino d’Ippona nelle Confessioni, ma allo stesso tempo resta profondamente legato alla tradizione cristiana e alla visione religiosa della vita.

Il Canzoniere è il luogo in cui questa tensione si manifesta in forma lirica. L’amore per Laura non è solo un sentimento privato, ma anche un banco di prova per la coscienza del poeta, divisa tra desiderio terreno e aspirazione a Dio. In questo senso, Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina dialoga idealmente con altre canzoni del Canzoniere, come Chiare, fresche et dolci acque o Italia mia, dove il tema amoroso si intreccia con quello politico e morale.

Il riferimento a luoghi come Hispagna, Granata, Marroccho, le Colonne d’Ercole mostra anche la conoscenza geografica e culturale di Francesco Petrarca, che guarda al Mediterraneo come a uno spazio ampio, attraversato da rotte e viaggi. È un mondo ancora medievale, ma già aperto a una curiosità più “moderna”, simile a quella che troveremo, secoli dopo, in I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, pur in un contesto completamente diverso.

Analisi

La struttura della canzone è costruita per analogie e contrasti. In ogni sezione, Francesco Petrarca presenta una figura o una categoria di persone che, alla sera, trova riposo: la pellegrina, il contadino, il pastore, i naviganti, i buoi. Dopo aver mostrato la loro condizione, il poeta contrappone la propria, segnata da un dolore che non conosce tregua.

Questa tecnica ricorda, per certi versi, quella di Giacomo Leopardi in Il sabato del villaggio, dove la gioia del sabato sera è contrapposta alla delusione della domenica. In Francesco Petrarca, però, il contrasto non è tra attesa e realtà, ma tra la vita “normale” degli altri e l’eccezione dolorosa del poeta innamorato.

La figura della “vecchiarella pellegrina” è particolarmente significativa. È un’immagine umile, lontana dai grandi personaggi della letteratura cortese. Non è una dama, non è un cavaliere, ma una donna anziana che cammina. In questo, Francesco Petrarca anticipa una certa attenzione alle figure minori che ritroveremo, in chiave diversa, in I promessi sposi di Alessandro Manzoni, dove personaggi come Lucia Mondella o Agnese Mondella sono umili ma centrali.

Il contadino “avaro” non è avaro nel senso morale, ma nel senso di povero, costretto a risparmiare su tutto. La sua mensa “ingombra di povere vivande” è un’immagine di miseria dignitosa. Il fatto che il mondo onori le ghiande fuggendole è un modo ironico per dire che la civiltà disprezza ciò che è troppo semplice e naturale.

Il pastore che dorme “senza pensier” rappresenta un ideale di vita semplice, in armonia con la natura. È una figura che richiama la tradizione bucolica, ma anche un sogno di pace interiore che Francesco Petrarca sente lontano. Quando dice “Ahi crudo Amor”, il tono cambia bruscamente: l’invocazione ad Amore, personificato, introduce il nucleo drammatico della canzone.

L’immagine della “fera” che il poeta insegue è molto forte. Laura non è più solo una donna, ma una creatura selvaggia, che lascia tracce ma non si lascia catturare. Questo modo di rappresentare l’amata come qualcosa di irraggiungibile e ferino ha influenzato molta poesia successiva, fino a certi ritratti femminili inquieti in I Canti di Giacomo Leopardi o in I fiori del male di Charles Pierre Baudelaire.

La parte sui naviganti allarga ulteriormente lo sguardo. Non siamo più in un paesaggio rurale, ma sul mare aperto. Il fatto che il poeta elenchi Hispagna, Granata, Marroccho, le Colonne d’Ercole, uomini, donne, animali, serve a dare l’idea di un mondo intero che si placa, mentre solo lui resta in preda all’“obstinato affanno”.

Nella penultima sezione, il ritorno dei buoi dai campi è un’immagine di ciclicità naturale. Ogni sera gli animali tornano sciolti, liberati dal giogo. Il poeta, invece, si chiede perché il suo giogo non venga mai tolto. Qui il simbolismo è molto chiaro: il giogo è il peso dell’amore, i sospiri sono il segno del tormento interiore.

Il ricordo del primo sguardo al “bel viso” di Laura è il cuore autobiografico della canzone. Francesco Petrarca confessa di aver voluto fissare quell’immagine nella mente, come uno scultore che incide una figura nella pietra. Da allora, quell’immagine non si è più mossa. È un’idea che ritroviamo, in forma diversa, anche in Vita nova di Dante Alighieri, dove il primo incontro con Beatrice Portinari segna per sempre la vita del poeta.

Il congedo finale alla canzone è tipico della tradizione lirica medievale. Il poeta parla al proprio testo come a una compagna di viaggio, che lo ha seguito dal mattino alla sera. Le chiede di non cercare la lode altrui, ma di ricordare come lo ha ridotto il fuoco di questa “viva petra”. È un modo per chiudere la canzone riportando tutto al nucleo centrale: l’amore per Laura come fuoco che consuma e non si spegne.

Temi e Significati

Il tema dominante è il contrasto tra il ciclo naturale del giorno e il non-ciclo del dolore amoroso. Tutti, alla sera, trovano riposo: la pellegrina, il contadino, il pastore, i marinai, i buoi. Solo il poeta resta sveglio, inquieto, incapace di sciogliere il proprio giogo.

Questo contrasto mette in luce un altro tema fondamentale: l’eccezionalità dell’esperienza amorosa. Per Francesco Petrarca, l’amore non è un semplice sentimento, ma una condizione esistenziale che altera il rapporto con il tempo, con il corpo, con il mondo. In questo senso, la canzone dialoga con altre liriche del Canzoniere, come Solo et pensoso, dove il poeta vaga solitario per sfuggire agli sguardi altrui, o come Pace non trovo, dove elenca le contraddizioni interiori dell’innamorato.

C’è poi il tema del tempo che passa. Il riferimento al “decim’anno” indica una lunga durata del sentimento, che non si attenua ma cresce. Il tramonto, la sera, il ritorno degli animali, il riposo degli uomini sono tutti segni di un tempo che scorre secondo un ordine naturale. L’amore, invece, sembra sottrarsi a questo ordine, restando sempre uguale a sé stesso.

Un altro tema importante è il rapporto tra amore e colpa. Quando Francesco Petrarca dice “Misero me, che volli quando primier sì fiso gli tenni nel bel viso”, riconosce una responsabilità: è stato lui a voler fissare lo sguardo su Laura. Non è solo vittima, è anche, in parte, causa del proprio male. Questa consapevolezza morale avvicina la canzone a certe pagine delle Confessioni di Agostino d’Ippona, dove il santo riflette sulle proprie scelte passate.

Infine, c’è il tema della parola poetica come sfogo. “Et perch’un poco nel parlar mi sfogo”, dice il poeta. La poesia non risolve il dolore, ma permette di esprimerlo, di dargli forma. È un’idea che attraversa tutta la tradizione lirica, fino a Eugenio Montale in Ossi di seppia, dove la poesia è spesso un tentativo di “scavare” nel male di vivere senza poterlo eliminare.

Forma Poetica

Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina è una canzone, forma metrica alta della tradizione italiana. La canzone è composta da più stanze (strofe) di lunghezza variabile, seguite da un congedo finale. Ogni stanza alterna endecasillabi (versi di undici sillabe) e settenari (versi di sette sillabe), secondo uno schema regolare.

Le rime seguono uno schema complesso, tipico della canzone petrarchesca, con corrispondenze interne tra le stanze (le cosiddette “coblas unissonans”, cioè stanze che ripetono lo stesso disegno di rime). Questo conferisce al testo una grande compattezza formale, che contrasta con il tema del disordine interiore.

Dal punto di vista ritmico, Francesco Petrarca usa spesso enjambement, facendo proseguire il senso da un verso all’altro. Per esempio, nella prima stanza, “veggendosi in lontan paese sola, / la stancha vecchiarella pellegrina / raddoppia i passi” distribuisce l’immagine su più versi, creando un movimento lento, che imita il cammino della pellegrina.

Il lessico è alto, ma non oscuro. Termini come “spelunca” (grotta), “obstinato” (ostinato), “viva petra” (pietra viva) appartengono a un vocabolario colto, ma vengono sempre inseriti in contesti che ne chiariscono il senso. Quando il poeta parla di “ghiande le qua’ fuggendo tutto ’l mondo onora”, usa un’immagine quasi ironica per indicare il disprezzo del mondo civile verso il cibo povero.

La presenza del congedo, in cui la canzone viene apostrofata direttamente, è un tratto tipico della forma. Lo ritroviamo anche in altre canzoni del Canzoniere e, più tardi, in autori come Torquato Tasso o Giacomo Leopardi, che talvolta si rivolgono alle proprie liriche come a interlocutori.

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