Giacomo Leopardi, 1832
Testo
Il genere umano e, dal solo individuo in fuori, qualunque minima porzione di esso, si divide in due parti: gli uni usano prepotenza, e gli altri la soffrono. Né legge né forza alcuna, né progresso di filosofia né di civiltà potendo impedire che uomo nato o da nascere non sia o degli uni o degli altri, resta che chi può eleggere, elegga. Vero è che non tutti possono, né sempre.
Spiegazione
Questo pensiero appartiene alla stagione matura di Giacomo Leopardi, quando la sua visione del mondo è ormai radicalmente disincantata. Siamo negli anni in cui la riflessione politica, sociale e antropologica si intreccia con il suo pessimismo più lucido.
In questo pensiero Giacomo Leopardi divide l’umanità in due grandi categorie: chi esercita la prepotenza e chi la subisce. Non ci sono vie di mezzo, non esistono zone neutre: ogni individuo, salvo casi rarissimi, finisce per appartenere a uno di questi due gruppi. È una visione drastica, ma coerente con l’idea che il mondo umano sia dominato da rapporti di forza.
Secondo Giacomo Leopardi, nessuna legge, nessuna forma di potere, nessun progresso della filosofia o della civiltà può eliminare questa divisione. Possiamo raffinare i costumi, cambiare le istituzioni, inventare nuove forme di governo, ma la struttura di fondo resta la stessa. Ci sarà sempre chi domina e chi è dominato, chi impone e chi subisce.
La frase decisiva è quella in cui Giacomo Leopardi afferma che, dato che questa divisione è inevitabile, chi può scegliere, scelga. Qui il pensiero diventa quasi provocatorio: se il mondo è fatto così, allora tanto vale decidere consapevolmente da che parte stare. Non tutti, però, hanno davvero la possibilità di scegliere, e non sempre: spesso le condizioni sociali, economiche o psicologiche determinano il ruolo.
Alcuni termini come “prepotenza” vanno intesi nel senso di abuso di forza, dominio, sopraffazione, non solo di arroganza caratteriale.
L’espressione “chi può eleggere, elegga” significa: chi ha la possibilità di scegliere, scelga consapevolmente da che parte stare.
Contesto Storico
Il pensiero nasce in un Ottocento attraversato da grandi trasformazioni politiche e sociali. L’Europa vive rivoluzioni, restaurazioni, nascita dei nazionalismi, primi movimenti liberali e democratici. Si parla molto di progresso, di civiltà, di diritti, ma la realtà concreta resta spesso segnata da disuguaglianze profonde.
Giacomo Leopardi osserva tutto questo con uno sguardo lucido e disincantato. Non si lascia sedurre facilmente dalle retoriche del progresso o dalle promesse di una società più giusta. Vede che, dietro le parole, i rapporti di forza continuano a governare la vita degli individui.
Sul piano personale, Giacomo Leopardi ha sperimentato sulla propria pelle forme di potere familiare e sociale. La figura del padre, la rigidità dell’ambiente di Recanati, le difficoltà economiche e di salute lo hanno reso molto sensibile ai meccanismi di dominio. Non parla quindi da teorico astratto, ma da uomo che ha conosciuto la dipendenza e la limitazione.
Analisi
Il pensiero si apre con una generalizzazione radicale: “Il genere umano… si divide in due parti”. Non è una classificazione psicologica, ma una classificazione di potere. Gli “uni” sono coloro che usano prepotenza, gli “altri” sono coloro che la soffrono.
La parola “prepotenza” va intesa come esercizio di forza, abuso, imposizione della propria volontà sugli altri. Non si tratta solo di violenza fisica, ma anche di potere economico, sociale, simbolico. Chi decide, chi comanda, chi orienta la vita altrui rientra in questa categoria.
La seconda frase è ancora più dura: nessuna legge, nessuna forza, nessun progresso filosofico o civile può impedire che ogni uomo sia o tra i prepotenti o tra i prepotenti subiti. Qui Giacomo Leopardi mette in discussione l’idea che la civiltà renda gli uomini più giusti. Possiamo cambiare le forme, ma la sostanza resta: qualcuno domina, qualcuno è dominato.
Il passaggio “resta che chi può eleggere, elegga” introduce un elemento di scelta. Non è una celebrazione della prepotenza, ma una constatazione fredda: se il gioco è questo, chi ha margine di scelta deve decidere consapevolmente. È come se dicesse: non illuderti di poter uscire dal sistema, ma almeno non fingere di esserne fuori.
L’ultima frase, “Vero è che non tutti possono, né sempre”, riporta il discorso alla realtà. Non tutti hanno la possibilità di scegliere se essere dominanti o dominati. Molti nascono già in condizioni tali da non poter mai esercitare alcuna forma di potere.
Temi e Significati
Uno dei temi centrali è il potere come struttura inevitabile della vita sociale. Per Giacomo Leopardi, il potere non è un incidente, ma una condizione stabile dell’umanità. Ogni gruppo umano, anche il più piccolo, tende a organizzarsi in rapporti di forza.
Un altro tema è la disillusione rispetto al progresso. Il progresso della filosofia e della civiltà non elimina la prepotenza, la rende solo più sofisticata. È un po’ come dire che, invece di catene visibili, usiamo catene invisibili, ma pur sempre catene.
C’è poi il tema della responsabilità individuale. Chi ha la possibilità di scegliere non può nascondersi dietro le scuse. Se decidi di stare dalla parte di chi esercita il potere, devi assumerti la responsabilità morale di quella scelta.
Infine, c’è un tema etico implicito: è meglio subire o esercitare la prepotenza? Giacomo Leopardi non lo dice esplicitamente, ma il tono del pensiero è più descrittivo che normativo. Non invita a diventare prepotenti, ma mostra quanto sia difficile sottrarsi a questa logica.
Forma del Testo
Il testo è brevissimo, ma densissimo. Ha la forma di una massima, ma il contenuto è quello di una piccola teoria del potere. Il tono è filosofico, ma non astratto: parla dell’umanità concreta, non di concetti puri.
La struttura è tripartita. Prima la definizione: l’umanità si divide in chi esercita prepotenza e chi la subisce. Poi la constatazione dell’inevitabilità: nessuna legge o progresso può cambiare questo fatto. Infine, la conclusione pratica: chi può scegliere, scelga, sapendo che non tutti possono.
Il ritmo del periodo è tipico della prosa matura di Giacomo Leopardi. Le frasi sono lunghe ma ben bilanciate, con una progressione logica chiara. Ogni segmento aggiunge un tassello al ragionamento, senza deviazioni retoriche.
Si può immaginare questo pensiero come una lente che si stringe. All’inizio guarda il genere umano nel suo insieme, poi passa alle leggi e alla civiltà, infine arriva al singolo individuo che deve scegliere. È un movimento dall’universale al personale, molto efficace.
Riassunto Lampo
In Pensieri (XXVIII), Giacomo Leopardi sostiene che l’umanità si divide in due gruppi: chi esercita la prepotenza e chi la subisce. Nessuna legge, nessuna forma di progresso filosofico o civile può eliminare questa divisione. Dato che il sistema è inevitabile, chi ha la possibilità di scegliere deve decidere consapevolmente da che parte stare, anche se non tutti possono farlo, e non sempre.
Cosa Ricordare
Il mondo, per Giacomo Leopardi, non è governato dall’uguaglianza, ma dai rapporti di forza. La prepotenza non è un’eccezione, è una regola di fondo della vita sociale. Il progresso non cancella questa realtà, la maschera.
Una frase che aiuta a ricordare il senso del pensiero potrebbe essere: “Gli uomini si dividono in chi comanda e chi subisce: il resto è illusione.”
Immagini Simboliche
Si può immaginare l’umanità come una grande scacchiera. Su questa scacchiera, alcuni pezzi muovono gli altri, decidono le strategie, attaccano. Altri pezzi vengono spostati, sacrificati, usati per proteggere i più forti.
Un’altra immagine è quella di una nave. Su una nave, pochi comandano la rotta, molti eseguono gli ordini. La nave può cambiare bandiera, può modernizzarsi, ma la struttura di comando resta.
Si può pensare anche a una classe scolastica. In ogni classe, spesso, c’è chi impone il proprio carattere sugli altri e chi tende a subire. Le regole esistono, ma non sempre riescono a eliminare i piccoli rapporti di potere quotidiani.
Collegamenti Utili
Questo pensiero si collega bene ad altri testi di Giacomo Leopardi, come le Operette morali, dove il tema della natura umana e dei rapporti di forza è centrale. Per esempio, nel “Dialogo di un folletto e di uno gnomo”, la piccolezza dell’uomo è vista in rapporto alla grandezza del cosmo, ma anche alla sua tendenza a dominare.
Sul piano filosofico, si può accostare a opere come Il Principe di Niccolò Machiavelli, dove il potere è analizzato in modo realistico, senza moralismi. Oppure a testi come Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche, che riflette sulla volontà di potenza come forza fondamentale dell’esistenza. Anche in La fattoria degli animali di George Orwell, pur in forma narrativa, vediamo come ogni rivoluzione rischi di ricreare nuovi dominanti e nuovi dominati.
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