Giacomo Leopardi, 1819-1820
Indice
Spiegazione
La poesia intitolata Alla Luna, concepita da Giacomo Leopardi nella stagione autunnale del 1819 e successivamente inserita nella sublime raccolta dei Canti, costituisce uno dei momenti fondativi della lirica moderna europea. In questa composizione di soli sedici versi, il giovane poeta recanatese non si limita a dipingere un notturno di struggente bellezza, ma inaugura una vera e propria rivoluzione stilistica e filosofica. Con quest’opera prende forma la stagione dei primi Idilli, testi nei quali la contemplazione del paesaggio esteriore si trasforma immediatamente in un’avventura interiore, dove la natura diventa il teatro conoscitivo dell’anima.
La storia editoriale del testo rivela la cura meticolosa dell’autore per la costruzione del proprio sistema di pensiero. La lirica comparve per la prima volta nel gennaio del 1826 sulla rivista bolognese intitolata Nuovo Ricoglitore con il titolo originale La ricordanza. Fu soltanto nell’edizione fiorentina dei Canti del 1831 che Giacomo Leopardi scelse il titolo definitivo Alla Luna, per poi aggiungere, nell’edizione napoletana del 1835 curata insieme all’editore Saverio Starita, i celeberrimi quattro versi finali. Quest’ultima aggiunta non fu un semplice ritocco estetico, ma il completamento teorico di una riflessione decisiva sul valore terapeutico della memoria nell’età della giovinezza.
Attorno a questo capolavoro si è consolidato nel tempo un luogo comune critico tanto diffuso quanto fuorviante, che occorre smentire con rigore filologico. Una lettura superficiale ed eccessivamente zuccherosa tende spesso a liquidare la poesia come un ingenuo sfogo sentimentale, una sorta di dolce romanza serenata in cui un giovane malinconico cercherebbe e troverebbe consolazione affettiva nell’abbraccio materno e caloroso della natura notturna. Questa interpretazione stravolge completamente la reale portata del testo e la complessa visione filosofica maturata da Giacomo Leopardi già durante la stesura delle sue memorie nello Zibaldone.
La realtà storica e concettuale dell’opera è ben diversa. La luna descritta dal poeta non è una divinità provvidenziale né una madre pietosa pronta ad asciugare le lacrime dell’uomo. L’astro sospeso sulla selva è un’entità silenziosa, distante e fondamentalmente impassibile, che osserva lo scorrere delle vicende terrene senza poterle modificare. La frase “né cangia stile” (non cambia il suo modo di essere) riferita sia alla luna sia al dolore umano, esprime con spietata chiarezza che la natura non offre alcuna guarigione reale. L’illusione non nasce dalla luna, ma dalla mente dell’uomo che, attraverso l’atto del ricordare, riesce a distanziare l’angoscia del presente.
Il valore rivoluzionario dell’opera risiede dunque nell’invenzione della poetica della rimembranza. Per Giacomo Leopardi il dolore vissuto nel momento presente è sempre greve, intollerabile e privo di forma; quando però quel medesimo dolore viene proiettato nel passato e rievocato a distanza di tempo, la memoria ne smussa gli spigoli più affilati. Il ricordo purifica la sofferenza trasformandola in materia poetica. La lirica dimostra come la poesia sia l’unico strumento capace di riscattare la fragilità dell’esistenza umana, permettendo all’individuo di trovare un momento di dolcissima tregua anche di fronte all’immutabilità del proprio destino.
Parafrasi integrale in prosa
O luna amabile e piena di grazia, io mi ricordo chiaramente che, esattamente un anno fa, salivo sopra questo colle del Monte Tabor pieno di angoscia interiore per contemplarti: e tu stavi sospesa allora sopra quel bosco proprio come fai adesso, rischiarandolo interamente con la tua luce candida. Tuttavia, il tuo volto appariva ai miei occhi sfocato e tremolante a causa delle lacrime che salivano abbondanti fino alle mie ciglia, poiché la mia vita era piena di sofferenze e di travagli: e lo è ancora oggi, né cambia il suo andamento doloroso, o mia amata e cara luna.
Eppure mi reca un sincero e profondo beneficio il ricordo, così come mi giova il ripercorrere e il contare il tempo trascorso nella sofferenza. Oh, come si presenta gradito e piacevole nell’età della giovinezza — quando la speranza ha ancora un lungo cammino davanti a sé e la memoria ha invece un percorso ancora breve —, il rievocare gli eventi del passato, per quanto questo ricordo sia intriso di tristezza e anche se la sofferenza presente continui senza tregua!
Testo
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!
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Contesto Storico
Per comprendere appieno l’origine di Alla Luna, occorre calarsi nell’atmosfera soffocante e cupa della Recanati del 1819. L’Europa intera sta vivendo gli anni rigidi della Restaurazione, seguiti al Congresso di Vienna, e la cittadina marchigiana appartiene allo Stato Pontificio, un ambiente politico e culturale profondamente reazionario, isolato dalle grandi correnti del pensiero illuminista e romantico che attraversavano le capitali europee. In questa provincia periferica, il giovane Giacomo Leopardi, nato il 29 Giugno 1798, si sente prigioniero di uno spazio fisico e mentale che soffoca ogni sua ambizione.
La vita privata del poeta è segnata da una disciplina familiare ferrea e priva di slanci d’affetto. Il padre, il conte Monaldo Leopardi, pur possedendo una straordinaria biblioteca di oltre quindicimila volumi, coltiva idee politiche ultraconservatrici e paternalistiche, mentre la madre, la marchesa Adelaide Antici, gestisce la casa con un rigore contabile e una religiosità anaffettiva che rasenta la crudeltà psicologica. Chiuso per anni in quel che definirà lo “studio matto e disperatissimo”, Giacomo Leopardi compromette irrimediabilmente la propria salute fisica, sviluppando gravi problemi alla colonna vertebrale e una dolorosa affezione agli occhi.
Il 1819 rappresenta l’anno della grande crisi e della svolta fondamentale per l’autore. Nei mesi estivi, precisamente verso la fine di luglio del 1819, stremato dall’isolamento e incoraggiato per corrispondenza dal suo grande mentore e amico Pietro Giordani, il giovane tenta la fuga da Recanati procurandosi un passaporto segreto per Milano. Il piano viene però scoperto dal padre Monaldo Leopardi, scatenando in casa un dramma tremendo che precipita il poeta in uno stato di prostrazione psicologica e di profondissima depressione.
A questo trauma morale si aggiunge, nel corso del medesimo anno, una spaventosa infezione agli occhi che gli impedisce quasi del tutto la lettura e lo studio per diversi mesi. Paradossalmente, questa forzata privazione visiva si trasforma nella scintilla di una straordinaria metamorfosi artistica: impossibilitato a guardare i libri, Giacomo Leopardi comincia a guardare dentro di sé. Si compie così la cosiddetta “conversione dal bello al vero”, ovvero il passaggio da una lirica prevalentemente erudita e traduttiva a una poesia d’invenzione, intima e filosofica.
È proprio nell’autunno del 1819 che il poeta inizia a frequentare abitualmente la sommità del Monte Tabor, un piccolo colle poco distante dalla sua abitazione, immerso nella campagna marchigiana. Nelle notti limpide, arrampicandosi tra le siepi e i boschi del colle, Giacomo Leopardi trova nella contemplazione della luna l’unica interlocutrice discreta delle sue sofferenze. La stesura originaria della lirica, inizialmente intitolata La ricordanza, prende forma in questa cornice di solitudine, trasformando la collina di Recanati nello scenario mitico dell’anima moderna.
Analisi: Lo Stile e la Forma Poetica
Dal punto di vista della struttura metrica, la lirica Alla Luna è composta da sedici versi endecasillabi sciolti (versi di undici sillabe non legati da uno schema di rime fisso e preordinato). Questa scelta stilistica, apparentemente semplice ma di estrema raffinatezza, consente a Giacomo Leopardi di liberarsi dalle gabbie rigide della tradizione classicista, modellando il ritmo del verso sulle reali pause del pensiero e del respiro emotivo. L’assenza di rime regolari restituisce al testo una musicalità intima, sommessa e colloquiale, simile a un monologo interiore pronunciato a voce bassa.
L’architettura del periodo è sorretta da un uso maestro e costante dell’enjambement (la figura retorica che spezza la continuità sintattica tra due versi, separando elementi grammaticali strettamente legati). Ne troviamo esempi folgoranti al verso sesto e settimo con la frattura “torbide / lagrime”, oppure al verso settimo e ottavo con “travagliosa / era mia vita”, fino ad arrivare al verso dodicesimo con “grato / occorre” e al verso tredicesimo con “lungo / la speme”. Queste spezzature sintattiche dilatano il tempo della lettura, creando esitazioni ritmiche che mimano visivamente il tremolio delle lacrime e l’affanno del ricordo.
Dal punto di vista del tessuto fonico e lessicale, la poesia è intessuta di una trama sottilissima di allitterazioni (la ripetizione di medesimi suoni consonantici o vocalici) che conferiscono al testo un’armonia liquida e malinconica. Si noti la frequenza delle consonanti liquide e nasali nei primi tre versi (“mi rammento”, “or volge l’anno”, “sovra questo colle”, “rimirarti”), che riproducono la dolcezza della memoria che riaffiora. Le scelte lessicali attingono sia al registro aulico della tradizione letteraria, con termini come “rammento”, “luci” (metonimia, ovvero la figura retorica che indica la causa per l’effetto, usata qui per indicare gli occhi), “speme” o “noverar” (contare), sia a una lingua dell’affetto e della quotidianità.
Se poniamo questo testo a confronto con la celeberrima lirica L’infinito, composta da Giacomo Leopardi nello stesso prodigioso 1819 e anch’essa ambientata sul medesimo colle, notiamo una complementarità straordinaria. Se in L’infinito l’ostacolo visivo della siepe spinge l’immaginazione a superare i confini dello spazio e del tempo verso un’immensità cosmica, in Alla Luna la vista non è ostacolata da un elemento vegetale, bensì dal velo affettivo delle lacrime che bagnano gli occhi del poeta.
È altresì illuminante il rimando interno con le grande liriche della maturità, in particolare con la poesia A Silvia, scritta nel 1828, e con il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, composto tra il 1829 e il 1830. In quest’ultimo componimento la luna tornerà a essere la protagonista assoluta del colloquio umano, ma il tono perderà la dolcezza elegiaca dell’idillio giovanile per tingersi di un pessimismo cosmico e radicale, in cui l’astro diventa il simbolo supremo di una Natura matrigna, completamente indifferente e sorda alle domande di senso del genere umano.
Temi e Significati
Il tema centrale e dominante attorno al quale ruota l’intero componimento è il concetto di memoria, intesa da Giacomo Leopardi come “la ricordanza”, uno dei cardini teorici più importanti del suo pensiero filosofico, ampiamente analizzato nelle pagine dello Zibaldone. Per il poeta, l’uomo non può trovare un appagamento reale nel presente, poiché il momento attuale è costantemente inquinato dalla percezione diretta del dolore, dalla limitatezza dei sensi e dall’impossibilità di raggiungere un piacere infinito. Il presente è, per sua natura, arido, circoscritto e doloroso.
La memoria possiede invece una straordinaria e quasi magica virtù purificatrice. Quando un evento, un paesaggio o persino un dolore passato vengono rievocati a distanza di tempo, essi perdono la loro durezza materiale e vengono rielaborati dall’immaginazione. Il ricordo sfuma i contorni della realtà, rendendo le cose “vaghe e indefinite”, ed è proprio in questa indeterminatezza che la mente umana trova un’illusione di piacere. Rievocare la sofferenza patita un anno prima sul medesimo colle non significa riaprire una ferita per masochismo, ma stendere un velo poetico sul dolore, trasformando l’angoscia grezza in un oggetto di contemplazione estetica.
La luna agisce come il grande catalizzatore simbolico di questo processo psicologico. Nella mitologia classica e nella tradizione poetica da Virgilio a Francesco Petrarca, l’astro notturno è da sempre legato alla dimensione del mistero e del femminile. In Giacomo Leopardi, tuttavia, la luna assume una valenza simbolica ambivalente: essa è al tempo stesso un’amica affettuosa a cui confidare i segreti più intimi (“o mia diletta luna”) e uno specchio fisso, immobile e impersonale. La luna “non cangia stile”, ovvero non modifica il suo corso né il suo aspetto; la sua luce bianca e costante continua a rischiarare la selva con la medesima distaccata purezza, incurante che sotto di essa gli uomini piangano o sperino.
L’integrazione dei quattro versi finali, aggiunti da Giacomo Leopardi nel 1835, definisce con precisione chirurgica la dimensione cronologica di questa illusione consolatoria. La memoria può recare un reale giovamento soltanto nell’età giovanile (“nel tempo giovanil”), una stagione della vita in cui la speranza per il futuro possiede ancora un cammino lunghissimo (“lungo la speme”) e il bagaglio dei ricordi accumulati è ancora ridotto (“breve ha la memoria il corso”). Nella giovinezza, il futuro appare illimitato e persino il ricordo della tristezza passata si tinge della fiducia che il domani possa portare un riscatto.
Per l’uomo moderno, spesso travolto dall’ansia del presente e dal consumo frenetico delle esperienze, il messaggio contenuto in questa poesia si rivela di un’attualità sconvolgente. Giacomo Leopardi dimostra che la vera ricchezza dell’individuo non risiede nel possesso immediato o nella fuga in avanti, ma nella capacità di sostare, di guardare indietro e di dialogare con le proprie fragilità. La poesia insegna che il dolore non va rimosso o negato, ma compreso, attraversato e riscattato attraverso la bellezza della forma artistica.
Forma Poetica
La forma poetica di Alla Luna è caratterizzata da una mirabile fusione tra il tono elegiaco (ovvero doloroso, nostalgico e intimistico) e una rigorosa struttura argomentativa di natura filosofica. La poesia non si sviluppa come un’esplosione caotica di sentimenti, ma come un discorso perfettamente logico e progressivo, diviso idealmente in tre movimenti interni che conducono il lettore dalla contemplazione visiva alla meditazione teorica finale.
Il primo movimento (versi da uno a cinque) si apre con una rievocazione spazio-temporale precisa: il poeta rivolge un’apostrofe (l’appello diretto a un interlocutore assente o inanimato, qui rappresentato dalla “graziosa luna”) e confronta il presente con il passato di un anno prima (“or volge l’anno”). Il ritmo è fluido, pacato e avvolgente, dominato dalla visione della luce lunare che rischiara la selva.
Il secondo movimento (versi da sei a dieci) introduce la frattura drammatica della realtà soggettiva. Attraverso l’uso dell’anastrofe (l’inversione dell’ordine naturale delle parole all’interno della frase, come in “nebuloso e tremulo dal pianto / che mi sorgea sul ciglio”), la vista del paesaggio si appanna. Il volto della luna appare deformato dal pianto del poeta. Qui la sintassi si fa più frammentata e tormentata, culminando nel constatazione amara che la vita era ed è tuttora travagliosa (“né cangia stile”).
Il terzo e ultimo movimento (versi da dieci a sedici) compie la sintesi filosofica dell’opera. Il poeta introduce la svolta logica con una congiunzione avversativa (“E pur mi giova”), ribaltando la prospettiva: la memoria del dolore, per quanto triste, reca sollievo. Il periodo si distende in una sentenza universale sulla condizione giovanile, dove l’uso di termini specifici tra parentesi stilistiche chiarisce come l’illusione della speranza riesca a addolcire persino il persistere dell’affanno presente.
Riassunto Lampo
Nel sonetto e idillio intitolato Alla Luna, il poeta Giacomo Leopardi ritorna sulla sommità del colle del Monte Tabor a Recanati per contemplare l’astro notturno, esattamente a un anno di distanza da una sua precedente visita compiuta in uno stato di profonda angoscia interiore. Osservando la luna che pende luminosa sopra la medesima selva e rischiara il paesaggio circostante, l’autore ricorda come allora la vista dell’astro gli apparisse sfocata e tremolante a causa delle lacrime che salivano ai suoi occhi per via di una vita dolorosa, che continua a rimanere tale anche nel presente senza cambiare andamento.
Tuttavia, il poeta riconosce che la rievocazione del passato e il conteggio del tempo trascorso nella sofferenza recano un sincero beneficio all’animo umano. Questa sensazione di sollievo appare particolarmente intensa ed efficace durante l’età della giovinezza, un periodo in cui la speranza ha ancora un cammino lunghissimo davanti a sé e la memoria ha un percorso breve. In questa fase della vita, il rievocare le cose passate, per quanto venato di tristezza e pur al cospetto di un affanno che dura nel presente, riesce ad addolcire la percezione dell’esistenza.
Cosa Ricordare
Di questo capolavoro fondamentale della lirica italiana occorre ricordare innanzitutto il suo valore di manifesto della poetica della rimembranza. Giacomo Leopardi dimostra come la memoria non sia un semplice contenitore passivo del passato, ma uno strumento attivo e terapeutico capace di purificare il dolore presente, trasformando la sofferenza grezza in un’emozione vaga, indefinita e profondamente poetica.
È altresì indispensabile tenere a mente la complessa genesi testuale della lirica, nata nel 1819 con il titolo La ricordanza e portata a compimento definitivo nell’edizione napoletana dei Canti del 1835 attraverso l’aggiunta dei quattro versi finali. Questa integrazione chiarisce che il beneficio della memoria è una prerogativa dell’età giovanile, quando la speranza supera di gran lunga il peso del passato. Infine, va ricordata l’impassibilità della luna, che non rappresenta una consolatrice provvidenziale, ma uno specchio silenzioso e immutabile di fronte al quale l’uomo misura la propria irrimediabile solitudine.
Immagini Simboliche
La figura della luna domina l’intero componimento, configurandosi come una presenza simbolica complessa e stratificata. Essa non è soltanto un elemento del paesaggio notturno, ma incarna l’immutabilità della Natura rispetto alla caducità e alla sofferenza dell’uomo. La sua luce candida che “tutta la rischiari” rappresenta la chiarezza razionale e la bellezza ideale, mentre la sua caratteristica di non cambiare mai atteggiamento (“né cangia stile”) evidenzia l’indifferenza del cosmo nei confronti delle vicende umane.
L’immagine del pianto e delle lacrime che rendono il volto lunare “nebuloso e tremulo” costituisce un altro simbolo visivo di straordinaria potenza. Il velo d’acqua che appanna le ciglia del poeta altera la percezione della realtà, trasformando la nitidezza del disco lunare in un’immagine sfocata. Questo tremolio visivo simboleggia l’irruzione della soggettività emotiva sulla fredda oggettività del mondo naturale: il dolore umano filtra e deforma il paesaggio, rendendolo partecipe dell’angoscia dell’individuo.
Infine, la contrapposizione spaziale e temporale tra il colle e la selva racchiude il senso del percorso interiore del poeta. Il colle del Monte Tabor rappresenta il luogo della meditazione, della solitudine e dell’elevazione spirituale, mentre la selva scura sottostante simboleggia la macchia intricata dell’esistenza e dei suoi travagli. La luce della luna, stendendosi sopra la selva e accarezzando il colle, unisce visivamente l’abisso della sofferenza terrena con l’altezza della contemplazione poetica.
Collegamenti Utili
La lirica Alla Luna si inserisce al centro di una fitta rete di rimandi interni all’interno della produzione poetica e filosofica di Giacomo Leopardi. Il primo legame ineludibile è con l’idillio intitolato L’infinito, composto nello stesso anno e ambientato sul medesimo colle di Recanati. Mentre in quel testo l’ostacolo materiale della siepe stimola l’immaginazione a varcare i confini dello spazio e del tempo, in Alla Luna è il velo interiore delle lacrime a modificare la percezione della realtà, spostando l’attenzione sul tema della memoria temporale.
Una fondamentale chiave di lettura filosofica dell’opera si ritrova nelle pagine dello Zibaldone, dove Giacomo Leopardi annota capillarmente le sue teorie sulla rimembranza, sul vago e sull’indefinito. Per approfondire il tema della giovinezza e della memoria che riaffiora a distanza di anni, la lirica dialoga in modo perfetto con la grande poesia della maturità intitolata A Silvia, nonché con i grandi notturni leopardiani come il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in cui il colloquio con l’astro acquisisce una piega ancor più filosofica e cosmica.
Sul piano della tradizione letteraria italiana ed europea, la figura della luna come interlocutrice d’elezione richiama le elegie di Virgilio e i notturni di Francesco Petrarca, mentre il tema dell’esilio interiore e del dolore esistenziale si collega idealmente alla sensibilità romantica espressa da Ugo Foscolo nel sonetto intitolato A Zacinto. Tuttavia, a differenza dell’eroismo passionale foscoliano, il poeta recanatese risponde alla tragedia della vita con una dolcissima e lucida meditazione contemplativa.
FAQ Domande Frequenti su “Alla luna”
Quando e in quale contesto è stata composta la poesia Alla Luna di Giacomo Leopardi? La lirica è stata composta da Giacomo Leopardi nell’autunno del 1819 nel borgo di Recanati, in un periodo di profonda solitudine, isolamento culturale e gravi sofferenze fisiche, in seguito al fallimento del suo tentativo di fuga dalla casa paterna. Il testo nacque con il titolo originale La ricordanza e fu pubblicato per la prima volta nel 1826 sulla rivista intitolata Nuovo Ricoglitore, prima di confluire nella forma definitiva all’interno delle edizioni dei Canti.
Qual è la differenza fondamentale tra la prima stesura della poesia e la versione definitiva del 1835? La differenza sostanziale risiede nell’aggiunta degli ultimi quattro versi, inseriti da Giacomo Leopardi nell’edizione dei Canti stampata a Napoli nel 1835 presso l’editore Saverio Starita. In questi versi conclusivi, il poeta definisce e completa la sua teoria della memoria, precisando che il ricordo del dolore passato reca un reale giovamento soprattutto nell’età della giovinezza, quando la speranza ha ancora un lungo cammino davanti a sé e la memoria ha un corso breve.
In che cosa consiste la poetica della rimembranza espressa nel componimento? La poetica della rimembranza è la teoria filosofica secondo cui il ricordo ha il potere di addolcire e purificare il dolore passato. Secondo Giacomo Leopardi, la realtà presente è sempre dolorosa, arida e delimitata; quando però un evento o una sofferenza vengono rievocati a distanza di tempo attraverso la memoria, essi perdono la loro durezza fisica e diventano vaghi e indefiniti, consentendo all’immaginazione di trasformare il male di vivere in materia poetica e consolatoria.
Perché la vista della luna appare nebulosa e tremula agli occhi del poeta? La luna appare nebulosa e tremolante non per un fenomeno atmosferico o per la presenza di nubi nel cielo, ma perché gli occhi di Giacomo Leopardi sono velati dalle lacrime scaturite dall’angoscia e dalla sofferenza per la propria vita travagliata. L’emozione soggettiva del poeta si sovrappone alla visione oggettiva del paesaggio, deformatosi attraverso il filtro affettivo del pianto.
Che tipo di figura rappresenta la luna all’interno della lirica? La luna rappresenta un’interlocutrice silenziosa, discreta e immutabile. Sebbene il poeta si rivolga a lei con affetto chiamandola “diletta luna”, l’astro non è una divinità provvidenziale né una madre consolatrice. Essa simboleggia l’impassibilità della natura, che continua a brillare con la stessa luce candida e neutra sopra la selva senza poter modificare il destino doloroso dell’uomo.
In che modo il componimento si collega al colle del Monte Tabor e alla lirica L’infinito? La poesia è ambientata sul colle del Monte Tabor a Recanati, lo stesso luogo fisico in cui Giacomo Leopardi ambientò il celeberrimo idillio intitolato L’infinito, composto nello stesso anno 1819. Entrambe le liriche utilizzano il paesaggio recanatese come punto di partenza per una meditazione interiore: se ne L’infinito l’ostacolo della siepe stimola l’immaginazione spaziale, in Alla Luna il velo delle lacrime e la vista dell’astro avviano la riflessione temporale sulla memoria e sul dolore.
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