La signorina Felicita ovvero la felicità

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Guido Gozzano – La signorina Felicita ovvero la felicità (poesia)

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Guido Gozzano, 1911

Indice

Introduzione e Spiegazione

Il ritorno a Vill’Amarena e l’incontro con la semplicità

L’opera La signorina Felicita ovvero la felicità rappresenta il vertice espressivo e concettuale della poetica di Guido Gozzano, inserita all’interno della raccolta I colloqui pubblicata nel febbraio 1911. Il testo traccia un solco indelebile nella letteratura italiana del primo Novecento, cristallizzando il rifiuto per i toni magniloquenti e celebrativi che dominavano l’epoca. Il componimento nasce dalle esperienze personali dell’autore nel Canavese, dove trascorreva periodi di convalescenza e riposo per curare la tubercolosi. In questo paesaggio rurale, lontano dalle frenesie urbane, prende forma la figura della Signorina Felicita, una donna semplice, lontana dagli stereotipi della femme fatale decadente.

Attraverso i versi, Guido Gozzano compie un viaggio interiore che si snoda tra le stanze polverose di Vill’Amarena e le passeggiate tra i frutteti di Ivrea. Il poeta osserva con tenerezza e ironia il mondo provinciale, cogliendone l’intrinseca bellezza e la rassicurante monotonia. La dimora seicentesca, ormai spogliata degli antichi fasti e adattata alle esigenze agricole, diviene il palcoscenico su cui si consuma un idillio mancato. La malattia, percepita come un’ombra incombente, spinge l’intellettuale a cercare rifugio in un’esistenza modesta, scandita dai ritmi della natura e dalle mansioni quotidiane di una famiglia borghese di campagna.

Il rifiuto della modernità e della figura del poeta vate

La struttura dell’opera si fonda su una continua opposizione tra la vita cittadina, complessa e artificiosa, e quella rurale, autentica ma intellettualmente limitata. Guido Gozzano si distacca programmaticamente dalla figura del poeta vate, incarnata in quegli anni da Gabriele d’Annunzio, per rivendicare il diritto a una voce “piccola” e dimessa. L’autore prova un senso di vergogna per la propria vocazione letteraria, percepita come una malattia dell’anima che impedisce di vivere pienamente la realtà tangibile. Il desiderio di annullare la propria identità di esteta per fondersi con il microcosmo di Felicita rappresenta l’estremo tentativo di trovare una pace duratura.

Questa aspirazione si scontra tuttavia con l’impossibilità di rinnegare la propria natura. L’intellettuale, pur affascinato dalla “semplicità avita”, rimane un osservatore estraneo, incapace di integrarsi totalmente in un mondo che non comprende le inquietudini del pensiero moderno. La rinuncia all’amore per la donna, sancita dal distacco finale, non è dettata da una mancanza di sentimento, ma dalla lucida consapevolezza di un’incompatibilità radicale. La partenza verso l’Oceano Atlantico e le terre lontane sancisce il ritorno all’esilio esistenziale, lasciando dietro di sé solo il ricordo di una felicità sfiorata e irrimediabilmente perduta.

Parafrasi integrale in prosa

Sezione prima: il giardino antico e la casa

Il poeta si rivolge alla Signorina Felicita, immaginando che in quel preciso momento della giornata le prime ombre della sera stiano avvolgendo il vecchio giardino della sua abitazione. Parallelamente, nel cuore di Guido Gozzano scende il velo del ricordo, e la mente torna a visualizzare i luoghi del passato: la città di Ivrea, le acque azzurre del fiume Dora e quel caro paese collinare che l’autore preferisce non nominare direttamente. In occasione dell’onomastico della donna, il poeta si interroga sulle sue mansioni domestiche: la immagina intenta a tostare il caffè, spandendone il buon profumo per le stanze, oppure dedita a cucire tessuti di lino mentre canta e rivolge un pensiero al giovane avvocato che non è più tornato. E quell’avvocato, alter ego dell’autore, è qui che la ricorda.

La memoria si sofferma sui giorni sereni di un autunno ormai trascorso, rievocando l’immagine della villa chiamata Vill’Amarena, posizionata in cima alla salita e circondata dai ciliegi. Il poeta rammenta le storie sulla nobile proprietaria del passato, ormai caduta in rovina, e l’orto caratterizzato dall’odore cupo e pungente del bosso. La cinta muraria antica, posta a difesa della proprietà, era costellata da innumerevoli cocci di vetro. Vill’Amarena appare come un luogo pervaso da una profonda e rassicurante pace settembrina, una casa che si erge coperta fino al tetto dalle coltivazioni di granoturco, assumendo le sembianze di una dama nobile del Seicento che il trascorrere del tempo ha costretto a vestirsi con umili abiti contadini.

L’edificio si presenta maestoso ma permeato da una tristezza legata all’abbandono. Le finestre mostrano grate di ferro sporgenti, logorate dagli anni e distorte dal tempo. Regna un silenzio denso, che attraversa la fuga delle stanze disabitate. L’aria è satura di un odore che sa di ombra, di epoche remote e di desolazione. Sulle decorazioni collocate sopra le porte d’ingresso prendono vita antiche storie mitologiche ormai dimenticate: si intravedono l’ira dell’eroe Ercole in lotta contro il Centauro, le imprese marittime degli antichi, la figura di Fetonte caduto nel Po, il tragico sentimento di Arianna, il re Minosse e il temibile Minotauro, fino all’immagine di Dafne che, inseguita dal dio Apollo, si trasforma in una pianta di alloro per sfuggire alla sua morsa.

L’attenzione di Guido Gozzano si sposta poi sull’arredamento della villa, suscitando in lui un acuto senso di malinconia. Il mobilio si presenta allo stesso tempo squallido e rigoroso, mescolando elementi antichi e recenti in modo goffo: si notano incisioni a fuoco applicate su divani in stile Impero e moderne cartoline raffiguranti la celebre ballerina Carolina Otero incastrate negli specchi. A questa commistione di stili si affiancano oggetti curati e dal sapore antico, come gli enormi armadi ricolmi di lenzuola che Felicita rammenda con infinita pazienza. È una semplicità ereditata dagli avi, in grado di portare consolazione all’anima tormentata dell’intellettuale, una semplicità immersa nella quale la donna conduce la sua vita riservata, in compagnia unicamente del vecchio padre.

Sezione seconda: l’ipoteca e la figura del padre

La narrazione si concentra sulla figura del genitore di Felicita, un uomo dalle abitudini rustiche che il paese mormora essere un usuraio. Egli accoglieva l’ospite cittadino senza mai mostrarsi infastidito per le sue frequenti visite, preferendo intrattenerlo con discorsi concreti riguardanti i raccolti dell’uva o le mansioni del fattore. Con grande rispetto, l’uomo finiva spesso per confidare a Guido Gozzano le sue vecchie e intricate vicende notarili. Tirandolo in disparte, talvolta lo conduceva con aria ansiosa all’interno del salone per leggergli, a voce estremamente bassa e con fare cospiratorio, il contenuto di qualche documento legale.

Il poeta, dal canto suo, lo ascoltava in modo passivo e profondamente distratto. La sua attenzione veniva catturata dai dettagli dell’ambiente circostante: l’odore stantio dell’inchiostro degradato dal tempo, le geometrie insolite disegnate sul tappeto del pavimento, l’oscurità e la vastità sproporzionata di quel salone di campagna. Mentre il padre di Felicita mormorava frasi frammentarie riguardanti le fughe della vecchia proprietaria, le spese sconsiderate, i registri catastali del primo Ottocento e le ipoteche, l’autore si perdeva nell’osservazione della carta da parati decorata con piccole ghirlande e motivi a greca, cullato dal rumore meccanico di un orologio ormai rotto.

L’incomunicabilità tra i due mondi raggiungeva il culmine quando il vecchio si rendeva conto che il giovane avvocato non stava comprendendo nulla delle sue complesse questioni giuridiche e finanziarie. L’uomo si sgomentava, ribadendo disperatamente che il creditore originario era ormai deceduto. Il poeta, confuso e incapace di offrire soluzioni pratiche, balbettava risposte sconclusionate. L’imbarazzo veniva fortunatamente interrotto dall’arrivo provvidenziale di Felicita, la quale, entrando nella stanza con un sorriso luminoso, ironizzava bonariamente sulle scarse competenze giuridiche del giovane intellettuale, definendolo il loro personale malato immaginario.

Sezione terza: il ritratto estetico e morale di Felicita

Il ritratto fisico che Guido Gozzano delinea di Felicita è volutamente lontano da ogni canone estetico classico o letterario. Il poeta afferma che la donna appare quasi sgradevole, sprovvista di qualsiasi malizia seduttiva all’interno dei suoi abiti dimessi dal taglio campagnolo. Tuttavia, il suo viso rassicurante e domestico, unito ai bellissimi capelli biondi luminosi e intrecciati in minute composizioni, le conferiscono un fascino particolare, simile a quello delle figure ritratte nei dipinti della tradizione fiamminga. La bocca della donna, accentuatamente larga quando sorride o beve, il viso squadrato e privo di sopracciglia, costellato di leggere lentiggini, e gli occhi azzurri dal colore modesto delle stoviglie comuni, delineano una bellezza concreta, tangibile e onesta.

Nonostante l’abisso culturale che li divide, il poeta riconosce che Felicita ha provato un sentimento sincero per lui. Nei suoi occhi azzurri baluginava una dolce e innocente adulazione femminile. La donna cercava di flirtare utilizzando difese ingenue e sottili, desiderando ardentemente di risultare gradita al giovane intellettuale. E per l’autore, abituato alle relazioni complesse e artificiali, quel tentativo spontaneo e goffo di compiacerlo risultava molto più lusinghiero e appagante di qualsiasi sofisticata conquista amorosa avvenuta nei salotti della città borghese. L’affetto di Felicita rappresentava un’oasi di verità in un mondo di finzioni.

Le visite di Guido Gozzano alla villa diventavano una consuetudine quotidiana, affrontando regolarmente il ripido sentiero battuto dal sole. Il farmacista del paese, colui che per primo aveva presentato il giovane villeggiante sconosciuto alla famiglia, non avrebbe mai immaginato che la loro conoscenza si sarebbe trasformata in una frequentazione così assidua e ben accetta. Spesso, trovando la tavola già apparecchiata, il poeta veniva invitato a rimanere per la cena. Si trattava di pasti dal sapore antico, consumati in un’atmosfera familiare arricchita dalla presenza del gatto, dalle falene attratte dalla luce, dai piatti decorati con semplici motivi floreali e dalle chiacchiere della vecchia e acciaccata serva Maddalena.

Terminata la cena e la successiva pausa di riposo, la serata era dedicata al gioco delle carte. Verso le nove di sera si presentavano alla villa i notabili del paese, formando un piccolo ma influente comitato locale: il rispettabile notaio, il sindaco e il medico. Questi signori della borghesia rurale nutrivano una celata disistima nei confronti del poeta, giudicandolo un giocatore perennemente distratto e immerso nei propri pensieri. All’autore, in effetti, interessava assai poco la competizione sociale del tavolo da gioco. Preferiva di gran lunga ritirarsi nella cucina, circondato da stoviglie dai colori accesi, condividendo con Felicita un silenzio complice, accompagnato dagli aromi consolatori di erbe aromatiche come basilico, aglio e cedrina.

Mentre la serva Maddalena riordinava e lavava i piatti muovendosi con lentezza e borbottando tra sé e sé, il poeta si perdeva in fantasie vaghe, armonizzando il conteggio delle sillabe per i suoi versi con il ritmo costante prodotto dal tintinnio delle stoviglie strofinate. Seduto sotto la grande cappa del camino, l’intellettuale assaporava il crepitio del fuoco, percependo il risveglio di un’anima semplice, affine a quella di un cuoco. Il canto incessante di un grillo sembrava parlargli direttamente, suggerendogli immagini legate all’infanzia, come il burattino Pinocchio, e portandolo a riflettere sul proprio destino e sulla limitatezza del tempo che la malattia gli avrebbe concesso.

In quei momenti di profonda introspezione, la visione del proprio futuro incuteva terrore al poeta, portandolo a chiudere gli occhi per sfuggire ai cupi presagi di morte. Ma al riaprire gli sguardi, trovava il sorriso limpido di Felicita rivolto verso di lui, un gesto capace di far rifiorire immediatamente la speranza e la serenità nel suo animo travagliato. Questo contrasto netto tra le paure esistenziali dell’intellettuale e la forza rassicurante della donna semplice trovava la sua cornice nei rumori di sottofondo: dal salone adiacente giungevano infatti, indistinte, le risate e le brevi esclamazioni dei giocatori di carte, a rimarcare la distanza tra la vera vita e i tormenti della mente.

Sezione quarta: il solaio, le memorie e la Marchesa

L’esplorazione della casa conduce i due giovani verso i solai, luoghi depositari di una bellezza silenziosa e immobile, dove riposano gli oggetti scartati dal passare dei secoli. In questo ambiente polveroso, simile a un cimitero delle cose perdute e delle forme ormai prive di funzione, lo sguardo del poeta viene catturato da una gigantesca tela che raffigura una dama bellissima e dal volto pallido, la cui visione provoca in lui un moto di sussulto. Felicita gli spiega che si tratta del ritratto dell’antica proprietaria, colei che a causa di rovesci finanziari dovette cedere la villa ai predecessori della sua famiglia. Il quadro era stato confinato nel solaio perché si riteneva portasse sfortuna, e nel paese si vociferava che, durante le notti di luna nuova, lo spirito della nobildonna abbandonasse la tela per passeggiare nei corridoi.

Mentre i passi di Guido Gozzano e Felicita risuonano in quell’archivio del passato, il ritratto mostra la nobildonna dipinta in abiti classici, con i tratti del volto simili a quelli di una statua greca, la veste cinta alta sotto il seno e un piede nudo sollevato nella mano. La donna è raffigurata mentre riposa all’ombra di una grotta ispirata ai paesaggi dell’Arcadia, sotto un cielo sereno di chiara ispirazione pagana. Attorno all’immagine di colei che sorrideva ignara del proprio tragico destino, destinata a morire nell’indigenza, giaceva ora un accumulo disordinato e svilente di oggetti consumati: vecchi materassi, lampade in disuso, ceste e mobili rotti. Questo caos di robaccia scartata suscita una profonda fascinazione nel poeta, incarnando l’essenza stessa della sua ispirazione letteraria.

Frugando tra le cianfrusaglie, i due scoprono alcune stampe ritraenti figure illustri del passato. Tra queste spicca un’immagine del poeta Torquato Tasso, raffigurato nei giardini della corte estense e incoronato con le fronde d’alloro riservate ai grandi letterati. L’ingenuità di Felicita si manifesta con una domanda spontanea e candida: la giovane chiede all’avvocato per quale motivo quel buffo personaggio porti sulla testa un ramo di ciliegio. La comica reinterpretazione dell’alloro poetico scatena nell’autore una risata irrefrenabile, ma al tempo stesso lo porta a riflettere amaramente sulla reale consistenza della gloria umana. La presunta immortalità della fama si riduce, in ultima analisi, a un ritratto cupo e dimenticato tra le ceste di un corridoio impolverato, con una semplice didascalia che recita il nome di Torquato Tasso.

Avvicinandosi al piccolo abbaino di forma ovale, tipico dell’architettura del Seicento, Guido Gozzano sposta lo sguardo verso l’esterno, esplorando la vasta pianura autunnale. Il vetro antico e irregolare della finestra distorce i contorni del paesaggio, trasformando la vista in un quadro irrealistico e prezioso, simile a uno smalto decorativo lavorato a zone geometriche. In questa visione trasfigurata si staglia il territorio del Canavese: si distinguono le torri della città di Ivrea, le sagome dei colli di Montalto, la linea retta della collina morenica della Serra, intervallate da alberature e chiese isolate. Da questa posizione elevata e radiosa, il desiderio di pace dell’autore sembra proiettarsi in modo naturale verso l’orizzonte.

La riflessione si fa profonda: il poeta realizza che Vill’Amarena rappresenta un rifugio sicuro, mentre al di là di quelle colline piacevoli si estende il vasto mondo, un luogo frenetico dominato da conflitti e da incessanti traffici commerciali. La società civile appare agli occhi di Guido Gozzano come un assembramento caotico di esseri umani meschini, che suscitano solo un sentimento di pietà. L’autore riflette sull’azione livellatrice della Morte, che conta implacabile le sepolture, mentre gli esseri umani continuano ad affannarsi spinti da illusioni vuote, dividendosi in schiere ostili pronte a odiarsi e colpirsi a vicenda, esattamente come accade nei conflitti territoriali tra colonie di formiche rosse e formiche nere.

Sia che si schierino sotto la luce del sole o all’ombra della fede cristiana, gli uomini sono inesorabilmente trascinati dal vortice dell’avidità economica. Di fronte a questo scenario tragico e insensato, Guido Gozzano si chiede a cosa possa mai servire la sua poesia, definendo la propria voce debole e limitata. La conclusione è che risulta preferibile sottrarsi a questa battaglia brutale e senza quartiere, mossa dalla ricerca spasmodica del piacere materiale, dell’accumulo di denaro e del prestigio sociale derivante dalla fama. Il rifiuto del mondo moderno e dei suoi falsi valori diventa così una condizione essenziale per preservare la propria integrità.

Tornando con il pensiero alla ghirlanda d’alloro, l’autore prova tenerezza per il giovane innocente e idealista che è stato, un ragazzo che affrontava la vita con il cuore puro e la fronte orgogliosa. Con disillusione, constata che nell’epoca contemporanea la gloria letteraria è diventata il premio riservato a chi fa più rumore, a chi si esalta in mezzo al clamore degli strumenti a fiato e sale alla ribalta come un ciarlatano, con l’unico scopo di far parlare di sé. Il silenzio assorto del poeta viene interrotto da Felicita, che, notando la sua malinconia, gli chiede a cosa stia pensando. L’avvocato ammette di riflettere sulle miserie della vita urbana e confessa che gli piacerebbe rimanere per sempre con lei, in quel solaio sospeso fuori dal tempo, promettendo di accettare senza riserve un esilio eterno.

Il dialogo si interrompe quando l’attenzione dell’autore viene attratta da una grande falena, la cosiddetta sfinge testa di morto, posata sulla parete del solaio. Questo insetto, dal disegno spaventoso sul dorso e dalle ali piegate a forma di tetto, riposa immobile finché il poeta non la sfiora leggermente sul torace. L’animale si solleva in volo emettendo un ronzio aspro e lamentoso, che Felicita, spaventata e suggestionata dalle superstizioni, attribuisce al pianto dell’anima dannata della vecchia Marchesa. Nel silenzio del solaio si avverte solo il volo pesante dell’insetto, mentre dai vigneti circostanti sale, a tratti, il canto popolare intonato dai contadini.

A rompere l’incanto interviene la voce ruvida e lamentosa della vecchia serva Maddalena, che chiama i due giovani dal piano inferiore, avvisandoli che l’ora di cena è ormai giunta. L’autore, riluttante ad abbandonare quel momento di intimità, prega Felicita di restare ancora qualche minuto per ammirare il tramonto infuocato all’orizzonte, ma la donna, pragmatica, insiste per scendere. Appoggiando le fronti contro i vetri dell’abbaino, i due seguono per un istante le traiettorie irregolari degli stormi di pipistrelli, ascoltando i rintocchi di una campana lontana portati dal vento. Lentamente, la tranquillità delle campagne del Canavese viene inghiottita dalle ombre della notte.

Mentre le prime stelle iniziano a punteggiare il cielo sgombro di nuvole, il poeta si lascia trasportare dalla magia del momento, suggerendo l’idea di trovarsi all’interno di un sogno. Tuttavia, Felicita si ribella all’indecisione malinconica di quell’ora crepuscolare. Con grande concretezza e preoccupata per le convenzioni sociali e i possibili pettegolezzi che potrebbero nascere da una prolungata permanenza isolata dei due nel solaio, la donna richiama l’autore alla realtà, imponendo la discesa al piano inferiore prima che i familiari possano trarre conclusioni sconvenienti sul loro comportamento.

Sezione quinta: l’insalata, le dichiarazioni e la ritrosia

Le giornate trascorrono all’insegna di un ozio sereno, vissuto nel cuore del parco che un tempo apparteneva ai nobili proprietari e che ora conserva soltanto timide tracce del suo passato splendore. Le antiche statue decorative raffiguranti le quattro stagioni, ormai prive di braccia e con i volti corrosi dal tempo, si innalzano in mezzo a cumuli di letame e scarti d’uva, presidiando campi coltivati a porri e insalata. Le piante destinate al sostentamento pratico sembrano quasi prendersi gioco delle raffinate ma inutili aiuole di bosso, mentre intorno volano insetti di vario tipo illuminati dal sole. In questo scenario rurale, l’autore si rivolge a voce bassa a Felicita, la quale continua il suo lavoro di cucito, profondamente affascinata e confusa dalle parole colte dell’uomo.

Guido Gozzano confessa di provare ormai avversione per tutte quelle cose che un tempo lo attraevano, esprimendo il desiderio ardente di abbandonare le velleità cittadine per trascorrere il resto dei suoi giorni accanto a lei, immerso nella natura rustica e circondato dalla semplicità dei tessuti di lino bianco. L’intellettuale rivela la sua profonda stanchezza nei confronti delle donne borghesi, artificiose e costruite secondo i modelli dei romanzi sentimentali. Ribadisce di aver conosciuto molte donne disposte a offrirgli il loro affetto, ma tutte sono svanite dalla sua vita senza lasciare alcun segno duraturo. Il poeta arriva a suggerire che forse soltanto una donna autentica come Felicita potrebbe insegnare a un sognatore disilluso e freddo come lui il miracolo della tenerezza e della vera devozione.

Sotto il peso di quelle dichiarazioni insolite e inaspettate, la giovane lo fissa intensamente negli occhi, tradendo una paura vaga e indecifrabile. Con un gesto carico di intimità, l’autore cerca le mani della donna impegnate nel cucito, le stringe a lungo con calore e le rivolge la proposta cruciale: le domanda se, nell’eventualità di una sua completa guarigione dalla malattia, ella sarebbe disposta ad accettarlo come sposo. La reazione di Felicita è una miscela di incredulità e senso di inadeguatezza. La giovane ritiene impossibili e futili le parole del poeta, ricordandogli il profondo divario che li separa e sminuendosi come una persona povera e priva di bellezza esteriore.

Nel tentativo di nascondere il proprio turbamento, Felicita si china sul piccolo sedile di legno, nascondendo il volto tra le mani a forma di coppa e iniziando a fingere dei singhiozzi acuti e bizzarri, come farebbe una studentessa scherzosa. Ma avvicinandosi, l’autore si accorge che il tremito del suo corpo non è una messinscena: la donna sta piangendo per davvero, incapace di gestire l’emozione travolgente scaturita da quelle promesse. Con la voce rotta dai veri singhiozzi soffocati in gola, prega l’uomo di non rivolgerle mai più discorsi simili. I tentativi di Guido Gozzano di sollevarle il viso per consolarla risultano vani, finché un gesto leggero, lo sfioramento del collo con un filo d’erba, non scioglie la tensione, facendola rialzare improvvisamente serena, accompagnata da una risata squillante e liberatoria, tipica del mistero affascinante e incomprensibile dell’animo femminile.

Sezione sesta: la rinnegazione della fede letteraria

L’autore ribadisce la certezza dell’amore provato dalla giovane, ricordando la dolcezza femminile che brillava nel suo sguardo fermo e sincero. L’ingenuità delle sue strategie di corteggiamento e il palese desiderio di piacergli rappresentano per Guido Gozzano la lusinga più profonda, di gran lunga superiore ai successi mondani ottenuti negli ambienti urbani. Il pensiero di poter legare indissolubilmente il proprio destino a quello di Felicita, trascorrendo l’intera esistenza nella quiete di quella casa vecchia di secoli, si fa sempre più pressante. In compagnia di una donna così semplice e vitale, pura come l’aria del mattino, il poeta intravede la possibilità concreta di abbandonare definitivamente la sua vocazione letteraria, quella fede incrollabile nell’arte che, a suo avviso, svuota la vita di significato e la rende pericolosamente simile alla morte.

Nasce così una veemente invettiva contro la propria condizione di intellettuale, descritta come un’esistenza arida e fatta esclusivamente di illusioni astratte. L’autore arriva a invidiare la ruvidezza pragmatica e tangibile della vita dei commercianti, dediti all’accumulo della moneta materiale, e giunge a considerare persino la lotta contro le avversità e il bisogno fisico come un’esperienza nettamente superiore, perché reale e palpabile. È in questa presa di coscienza che il poeta formula la sua condanna più severa: prova un senso acuto di vergogna per la propria natura, ammettendo senza mezzi termini il ribrezzo verso la professione e l’etichetta del poeta moderno.

La figura di Felicita si erge in totale antitesi al modello intellettuale: ella non si occupa di poesia, non coltiva astrazioni filosofiche, trascorre il tempo tagliando la stoffa per cucire le camicie del padre. La sua istruzione formale si è fermata alla seconda classe elementare e, sebbene i maestri le abbiano insegnato che il pianeta è di forma sferica, la giovane accoglie la nozione con pacato scetticismo rurale. Certo è che la donna ignora totalmente le teorie del filosofo Friedrich Nietzsche e i tormenti del pensiero decadente, qualità che la rendono immensamente superiore agli occhi dell’autore, il quale afferma di preferirla nettamente a qualsiasi donna acculturata, sofferente e intellettuale.

L’immunità di Felicita dal “male” della speculazione teorica, una malattia che contagia irreversibilmente le menti moderne, rappresenta il nucleo della sua salvezza morale. La donna trascorre le sue giornate modeste tra le faccende domestiche, trovando in esse la propria totale gratificazione. Guido Gozzano comprende lucidamente che la giovane, qualora leggesse i versi a lei stessa dedicati, non ne afferrerebbe il significato profondo e tormentato, eppure confessa candidamente di amare e desiderare proprio coloro che non sono in grado di comprenderlo, poiché tale incomprensione garantisce un riparo dalle angosce dell’intelletto.

La crisi di rigetto nei confronti della propria identità culmina in un desiderio di annientamento del sé letterario. L’autore dichiara a gran voce di non voler più essere la persona che è diventata, rifiutando categoricamente il ruolo dell’esteta freddo e distaccato o del pensatore contorto. La massima aspirazione diviene quella di mimetizzarsi e scomparire nel piccolo paese natio della donna, dedicandosi a una vita fatta di modeste conquiste economiche, trasformandosi in un tranquillo commerciante destinato all’oblio collettivo, esattamente come il padre di Felicita e come il farmacista locale. La supplica finale di non voler più essere se stesso chiude questa fase di profonda abdicazione ideale.

Sezione settima: le chiacchiere del farmacista e il cimitero

Il quadro paesano si arricchisce delle dinamiche sociali tipiche della provincia italiana. All’interno della farmacia, l’autore si intrattiene con il farmacista, il quale, mentre elogia le proprietà miracolose di un sonnifero da lui preparato, si lascia andare a pettegolezzi insistenti e taglienti riguardo a una presunta situazione sentimentale incandescente. Il professionista racconta che il notaio del paese è follemente innamorato di Felicita, che definisce con disprezzo una donna di scarsa intelligenza, priva di forme aggraziate, dai tratti volgari e paragonabile a una comune cuoca. Anche la dote finanziaria della famiglia, calcolata in poche migliaia di lire, viene considerata dallo speziale estremamente esigua e deludente.

Il farmacista, incalzato dalle brevi domande di Guido Gozzano, rivela che il notaio è in preda a una furiosa gelosia e nutre un profondo risentimento sia verso il giovane avvocato, visto come un rivale in amore, sia verso il farmacista stesso, colpevole di aver favorito le presentazioni tra i due. La tensione emotiva ha generato l’interruzione dei rapporti e la cessazione dei saluti reciproci. Preoccupato per il clima pesante e per l’imminente esplosione di dicerie scandalose che potrebbero macchiare la reputazione delle persone coinvolte, il farmacista non nasconde i suoi timori per il futuro.

Per stroncare sul nascere ogni diceria e tutelare l’onorabilità della giovane, il poeta annuncia con freddezza la sua imminente partenza. Spiega al farmacista che il viaggio lo porterà a una distanza notevole, eliminando così alla radice la materia prima per qualsiasi pettegolezzo locale. Rassicurato sulla partenza entro la settimana, l’autore abbandona l’odore medicinale della farmacia per avventurarsi all’aperto, accolto dal fresco ombroso della notte settembrina illuminata dal plenilunio. Il vagabondare notturno si trasforma in una solitaria e malinconica meditazione, in cui il poeta si sente come un mendicante smarrito nel silenzio familiare del paesaggio agricolo.

Allo scoccare fragoroso della mezzanotte, il suono delle campane si diffonde sul dolce borgo innominato. La figura della Luna piena, posizionata geometricamente sopra il campanile antico, richiama alla mente dell’autore la forma di una lettera “i” titanica stampata nel cielo. Perso tra pensieri tristi e rari sprazzi di sogni gioiosi, il poeta continua il suo pellegrinaggio notturno accompagnato unicamente dal rimpianto, costeggiando siepi, vigneti e boschi di castagni che la luce della luna trasforma in paesaggi d’argento incantati. Il cammino lo conduce fino al cancello del piccolo cimitero locale, spingendolo a compiere una sosta meditativa, come vuole il cliché letterario e romantico dei poeti.

Di fronte alle tombe di coloro che già riposano sulla sponda opposta dell’esistenza, definitivamente liberi dalla felicità e dal dolore, Guido Gozzano interroga i defunti. Chiede se abbia davvero senso lottare per guarire dalla malattia, se la sopravvivenza fisica porti alcun vantaggio reale o se non sia preferibile accogliere con favore l’arrivo furtivo della Morte, capace di liberare per sempre l’essere umano dalle prigioni del Tempo e dello Spazio. Rimanendo appoggiato alle sbarre del cancello in una lunga e silenziosa riflessione, interrotta soltanto dai richiami sinistri delle civette, il poeta fissa lo sguardo sul paesaggio lunare, interpretando le luci create dalla luna intrappolata tra le grate come il bacio eterno tra due amanti spettrali.

L’immagine del bacio lunare tra le nuvole rievoca stilemi della letteratura romantica di metà Ottocento. In quel panorama desolato, il destino dell’autore si cristallizza in un dualismo inesorabile: da un lato la presenza oscura della Morte, dall’altro la promessa luminosa della Felicità. Tuttavia, queste due forze si annullano a vicenda. Quando si palesa la speranza della felicità terrena, l’incombenza della morte costringe il poeta a fuggire lontano, condannandolo a un esilio perpetuo nelle terre d’oltremare e impedendogli di afferrare il bene rassicurante che il futuro sembrava finalmente promettergli.

Sezione ottava: il giuramento e il distacco finale

Nel triste giorno destinato ai saluti definitivi, l’autore decide di tornare un’ultima volta a percorrere i sentieri che conducono a Vill’Amarena. L’estate sta ormai cedendo il passo all’autunno in una chiara e pacata mattina, caratterizzata da vigneti già spogliati dei loro grappoli e da terreni scoscesi punteggiati dal fiorire di colchici color lilla. Notando questo fiore velenoso e bellissimo, che tradizionalmente sboccia portando con sé le prime nebbie autunnali e decretando la fine delle fioriture estive, le rondini iniziano a preparare le loro piume per l’imminente migrazione migratoria. Al poeta, che si sente lui stesso un’anima raminga e senza fissa dimora, pare un segno di buon auspicio potersi affiancare a loro in questa fuga stagionale.

Guido Gozzano annuncia a Felicita che partirà in giornata, accodandosi idealmente al volo delle rondini. Quando la donna, spaventata, gli chiede la destinazione, egli risponde con vaga rassegnazione, affermando di viaggiare soltanto per sfuggire all’immobilità e di essere diretto verso l’esotico e lontano, superando i confini del Marocco per raggiungere isole remote circondate dall’Oceano Atlantico, lussureggianti di essenze profumate, datteri e palmeti. L’avvocato, cedendo a una disperata illusione romantica, domanda alla giovane se, al suo eventuale ritorno da quelle terre selvagge, la ritroverà ancora libera e se il loro amore candido potrà mai essere consacrato davanti a un altare. Commossa e sincera, Felicita sillaba lentamente la parola del giuramento.

Con un gesto che mescola devozione infantile e romanticismo d’altri tempi, la donna traccia sul muro una ghirlanda simbolica composta da viole e frecce, inserendo all’interno i loro nomi e incidendo la data memorabile del 30 settembre 1907. Di fronte a questa manifestazione d’affetto, il poeta non prova alcun desiderio di sorridere con sufficienza cinica; al contrario, il suo animo sperimenta una gioia segreta e genuina nell’accogliere quel comportamento ingenuo, paragonabile a quello di una giovane studentessa innamorata. L’assordante garrire delle rondini riempie il cielo, simile a uno scambio di concitate parole d’addio, mentre gli uccelli sfrecciano veloci incitando i piccoli a intraprendere il lungo volo migratorio.

Felicita segue con lo sguardo gli stormi che si allontanano progressivamente verso sud, lungo le vie luminose tracciate dal sole, evidenziando il mancato saluto dell’autore verso i volatili. Guido Gozzano ribatte con amara dolcezza che non vi è alcun motivo di accomiatarsi dalle rondini, poiché esse seguiranno la sua medesima rotta verso le coste settentrionali dell’Africa e i palmeti della Barberia, dove confida di ritrovarle nel giro di pochi giorni. La separazione fisica tra i due si compie in un’atmosfera carica di infinita amarezza, richiamando alla mente del poeta gli addii struggenti e melodrammatici delle epoche passate.

Nella fantasia dell’autore, l’immagine di Felicita si sovrappone a quella delle giovani donne ottocentesche descritte nelle opere di Giovanni Prati, fanciulle acconciate con i capelli lisci e vestite in ampie crinoline, che, sporgendosi dai giardini aristocratici, piangevano disperate salutando le carrozze in partenza verso i confini della patria. In quel preciso e doloroso istante, Guido Gozzano dismette i panni del moderno intellettuale disincantato per calarsi perfettamente nel ruolo di un uomo del passato, un giovane buono, incline ai sentimenti e profondamente romantico. È la recita finale della sua esistenza: il poeta confessa lucidamente di assumere un’identità fittizia, interpretando per un’ultima volta l’uomo passionale e semplice che, in realtà, la sua complessa natura letteraria gli impedisce per sempre di essere.

Note sul linguaggio e sulle espressioni crepuscolari

Il lessico di Guido Gozzano in questo componimento rappresenta un vero e proprio manifesto linguistico del movimento crepuscolare, fondato sul programmatico accostamento di termini di origine aulica e letteraria a vocaboli legati alla quotidianità più bassa e prosaica. Questo contrasto stridente non è mai casuale, ma funge da strumento ironico per smantellare dall’interno le pretese altisonanti della poesia tradizionale. Quando l’autore parla della “pirografia” sui “divani corinzi dell’Impero” in contrapposizione alla “cartolina della Bella Otero”, unisce una tecnica decorativa povera basata sull’incisione a fuoco del legno e un ritratto della celebre e mondana Carolina Otero a un mobilio che scimmiotta grottescamente l’eleganza dell’età napoleonica, denunciando così il declino del gusto e la decadenza inesorabile della borghesia provinciale.

L’impiego di termini legati al campo semantico medico e scientifico costituisce un altro elemento cardine per abbassare il tono lirico e introdurre il tema costante della malattia e del disagio. La menzione dell’odore di “ipecacuana”, una pianta di origine sudamericana le cui radici venivano impiegate in farmacologia per creare sciroppi ad azione espettorante o emetica, satura l’aria della farmacia di una concretezza clinica e sgradevole, spazzando via qualsiasi possibile vagheggiamento olfattivo romantico. Allo stesso modo, l’entomologia fa il suo ingresso nel testo con precisione chirurgica: Guido Gozzano nomina le “cetonie” e i “bombi fuggitivi”, inserendo insetti comuni e rumorosi all’interno della cornice pastorale, e innalza a simbolo di morte l’apparizione dell’ “atropo soletto”, ovvero la farfalla notturna nota come sfinge testa di morto (Acherontia atropos), che con il suo verso lugubre diviene allegoria delle paure umane.

Le scelte lessicali dedicate alla descrizione della Signorina Felicita e del suo mondo procedono attraverso negazioni e abbassamenti continui. La donna emana “blandizie”, ovvero adulazioni lusinghiere, ma possiede un viso squadrato, occhi del colore delle umili “stoviglie” e capelli biondi legati in “trecciuole” fiamminghe. Tutto in lei si definisce attraverso l’assenza del sublime. La serva Maddalena è definita “decrepita” e il suo operare è accompagnato da un “sordo brontolio” e da un costante “acciottolio” di pentole. Quest’ultimo termine onomatopeico viene genialmente sfruttato dall’autore per scandire il ritmo della composizione metrica, dimostrando come la poesia crepuscolare non nasca più dall’ispirazione divina, ma si accordi, con rassegnata ironia, al rumore ripetitivo dei lavori domestici, scardinando per sempre l’aura sacrale dell’atto creativo.

Testo

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa….

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell’edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga delle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo ed il Centauro,
la gesta dell’eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d’Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore….

Penso l’arredo – che malinconia! –
penso l’arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell’Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere…. Che malinconia!

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente…. Avita
semplicità che l’anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!

ii.

Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –
quasi bifolco, m’accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell’uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile, con somma deferenza.

«Senta, avvocato….» E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto
da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,

da quel salone buio e troppo vasto….
«…. la Marchesa fuggì…. Le spese cieche….»
da quel parato a ghirlandette, a greche….
«dell’ottocento e dieci, ma il catasto….»
da quel tic-tac dell’orologio guasto….
«….l’ipotecario è morto, e l’ipoteche….»

Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva: «Ma l’ipotecario
è morto, è morto!!…» – «E se l’ipotecario
è morto, allora….» Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
«Ecco il nostro malato immaginario!»

iii.

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga….

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia….

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta,
quando ti presentò la prima volta
l’ignoto villeggiante forestiero.

Talora – già la mensa era imbandita –
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita….

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma – poichè trasognato giocatore –
quei signori m’avevano in dispregio….

M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina….

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciottolio.

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse….) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio, e il mio destino….

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!

Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.

iv.

Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch’è stato e non sarà più mai,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:

«È quella che lasciò, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno…. E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena…. L’han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
s’ode il suo passo lungo i corridoi….»

Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!

Allora, quasi a voce che richiama,
esplorai la pianura autunnale
dall’abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.

Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei «cosi
con due gambe» che fanno tanta pena….

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere….

Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa – oimè – che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro….

L’alloro…. Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui….

«Avvocato, non parla: che cos’ha?»
«Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città….
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…»
«Qui, nel solaio?…» – «Per l’eternità!»
«Per sempre? accetterebbe?…» – «Accetterei!»

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.

«Che ronzo triste!» – «È la Marchesa in pianto….
La Dannata sarà, che porta pena….»
Nulla s’udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena….

Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:
«È Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo: è l’ora della cena!» – «Guardi,
guardi il tramonto, là…. Com’è di fuoco!…
Restiamo ancora un poco!» – «Andiamo, è tardi!»
«Signorina, restiamo ancora un poco!…»

Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pipistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana….

«Una stella!…» – «Tre stelle!…» – «Quattro stelle!…»
«Cinque stelle!» – «Non sembra di sognare?…»
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
«Scendiamo! È tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle….»

v.

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei Marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.

L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi….
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole.

«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore….»

Tu mi fissavi…. Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
«Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?»

«Perchè mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…»
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
«Non mi ten….ga mai più…. tali dis…. corsi!»

«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello….
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!

vi.

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte….

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi…. E non mediti Nietzsche….
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda….

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista….

Ed io non voglio più essere io!

vii.

Il farmacista nella farmacia
m’elogïava un farmaco sagace:
«Vedrà che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!»
Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacità mordace.

«Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
La Signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca….
E la dote…. la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno….»

«Ma dunque?» – «C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla….»
«È geloso?» – «Geloso! Un finimondo!…»
«Pettegolezzi!…» – «Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla….»

«Non tema! Parto.» – «Parte? E va lontana?»
«Molto lontano…. Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo….»
«Davvero parte? Quando?» – «In settimana….»
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.

Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva «un punto sopra un gigante».

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto;
e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti.

Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio!
Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

A lungo meditai, senza ritrarre
la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
s’udiva il grido delle strigi alterno….
La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa!
Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà….

viii.

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti di bei colchici lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.

«Vïaggio con le rondini stamane….»
«Dove andrà?» – «Dove andrò! Non so…. Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio….
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio….

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?»
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda
trenta settembre novecentosette….
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda.

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti….
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole….

«Un altro stormo s’alza!…» – «Ecco s’avvia!»
«Sono partite….» – «E non le salutò!…»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò….»

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine….

M’apparisti così, come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico….

Quello che fingo d’essere e non sono!

Contesto Storico

L’Italia del primo Novecento e il movimento crepuscolare

La stesura de La signorina Felicita ovvero la felicità, ultimata nei primi anni del Novecento e pubblicata definitivamente nel 1911, si inserisce in un panorama storico e culturale italiano in profonda trasformazione. L’Italia giolittiana è attraversata da un rapido processo di industrializzazione, che modifica l’assetto sociale e urbanistico, favorendo l’ascesa della borghesia capitalistica e l’espansione dei centri urbani a discapito delle campagne. In questo clima di modernizzazione accelerata e di conseguente alienazione dell’individuo, il panorama letterario è fortemente polarizzato dalla figura ingombrante di Gabriele d’Annunzio, il quale promuove un modello di poeta-vate, un superuomo in grado di guidare le masse attraverso la retorica esaltante e il vitalismo eroico.

In aperta reazione a questo modello magniloquente, prende forma il movimento crepuscolare, una definizione coniata a posteriori dalla critica per descrivere un gruppo eterogeneo di autori accumunati da un profondo senso di stanchezza intellettuale e da un programmatico ripiegamento intimista. I poeti crepuscolari, di cui Guido Gozzano rappresenta la voce più autorevole e consapevole, rifiutano il ruolo di guida spirituale e denunciano il vuoto di valori della società borghese contemporanea. Essi scelgono di cantare la quotidianità dimessa, gli ambienti provinciali polverosi e le piccole cose insignificanti, adottando un tono volutamente prosaico e autoironico che destituisce la poesia da ogni funzione celebrativa.

Il rifugio di Guido Gozzano nel Canavese

Il Canavese, un’area storico-geografica del Piemonte situata a nord di Torino e caratterizzata da dolci colline moreniche, piccoli borghi e fertili campagne, non costituisce semplicemente lo sfondo decorativo del componimento, ma rappresenta un elemento fondante dell’esperienza biografica e artistica di Guido Gozzano. Appartenente a una famiglia della media borghesia torinese, l’autore aveva ereditato ad Agliè, nel cuore del Canavese, una proprietà di campagna nota come Villa Il Meleto. Questa residenza, trasfigurata poeticamente in Vill’Amarena all’interno dell’opera, diviene il rifugio prediletto in cui l’intellettuale torinese tenta di fuggire dalle nevrosi della vita cittadina e dalle dinamiche superficiali dei salotti letterari.

Immerso in questo paesaggio collinare rassicurante, dominato dalla visione di Ivrea e dalle acque della Dora, l’autore trova un microcosmo protetto dove il tempo sembra scorrere a una velocità diversa, dettato dai ritmi lenti della natura e delle consuetudini contadine. La provincia piemontese diviene, nella mente del poeta, un’antitesi utopica rispetto al clamore e alle brutture della modernità, un luogo dove poter sperimentare un’illusoria pacificazione interiore. Tuttavia, la presenza incombente della morte e l’incapacità dell’intellettuale di spogliarsi totalmente del proprio bagaglio culturale trasformano anche questo paesaggio bucolico in un teatro di rassegnazione e disincanto.

La malattia e il senso dell’esilio imminente

Il dato biografico della malattia riveste un’importanza cruciale per la comprensione dell’opera. Guido Gozzano fu colpito giovanissimo dalla tubercolosi, un morbo inesorabile che all’epoca non lasciava scampo e che lo avrebbe condotto alla morte nel 1916, a soli trentadue anni. La consapevolezza della propria fragilità fisica e la prospettiva costante di una fine prematura agiscono come un filtro potentissimo attraverso il quale l’autore osserva il mondo circostante. La figura della Signorina Felicita, immersa nella sua tranquilla e inconsapevole vitalità domestica, rappresenta tutto ciò che al poeta è negato dalla salute precaria: l’illusione di un futuro, la prospettiva di creare una famiglia e la continuità biologica dell’esistenza.

La tubercolosi obbliga l’autore a frequenti spostamenti verso località marittime o esotiche alla ricerca di climi più miti, trasformandolo in un esiliato perenne. Quando, nella chiusa dell’opera, il poeta annuncia la sua partenza per l’Atlantico e per le isole africane accodandosi al volo migratorio delle rondini, non compie un romantico viaggio d’esplorazione, ma intraprende l’ennesima, disperata fuga terapeutica. L’abbandono di Vill’Amarena e la rinuncia all’amore provinciale sono quindi dettati non solo dall’incompatibilità intellettuale, ma anche dalla tragica constatazione di non possedere il tempo vitale necessario per poter costruire alcunché di duraturo, condannando l’autore a un inesorabile vagabondaggio terapeutico.

Analisi

L’antitesi tra l’intellettualismo cittadino e la concretezza provinciale

Il nucleo portante de La signorina Felicita ovvero la felicità è l’irriducibile opposizione tra due mondi che non comunicano. Da una parte troviamo l’intelletto cittadino, incarnato dall’alter ego dell’autore, l’avvocato, che si muove in un labirinto di riflessioni decadenti, speculazioni filosofiche (simboleggiate dal riferimento a Friedrich Nietzsche) e insofferenza per i valori materiali. Dall’altra parte si erge la realtà massiccia e terrena della provincia, rappresentata dalla casa e dai suoi abitanti, un microcosmo governato dalle leggi del pragmatismo, dove la preoccupazione principale è calcolare i guadagni derivati dai raccolti, discutere di ipoteche marce e consumare i pasti seguendo un rituale immutabile.

In questo scontro, Guido Gozzano non adotta l’atteggiamento snobistico dell’intellettuale che disprezza l’ignoranza campagnola; al contrario, egli attua un sistematico ribaltamento dei valori. La cultura superiore, lungi dall’essere strumento di elevazione, viene vissuta come una condanna invalidante, una sorta di ipertrofia del pensiero che paralizza l’azione e atrofizza la capacità di godere delle gioie terrene. La concretezza provinciale di Felicita, pur nella sua ristrettezza di vedute (testimoniata dallo scetticismo per la sfericità della Terra), viene invidiata in quanto unica, autentica forma di sanità mentale, un antidoto inconsapevole contro il “male” che infetta gli animi dei pensatori moderni.

Lo smontaggio sistematico del mito dannunziano

L’opera procede come un lento, calcolato e irreversibile smontaggio dell’intero armamentario della letteratura estetizzante e dannunziana che imperava nei primi anni del Novecento. Guido Gozzano aggredisce la figura del poeta vate ridicolizzandone gli attributi esterni e destituendone il ruolo sociale. Il poeta non è più il genio infallibile circondato da folle adoranti, ma un avvocato impacciato che viene trattato con disprezzo dal notaio del paese e considerato uno sciocco per la sua incapacità di comprendere banali questioni catastali e ipotecarie, venendo tollerato dal capofamiglia solo grazie alla sua deferenza bonaria.

Il culmine della demistificazione si raggiunge nella scena ambientata nel solaio, che funge da cimitero della storia e della letteratura. Il ritrovamento della stampa raffigurante il sommo poeta Torquato Tasso incoronato d’alloro, circondato da ceste, letti sgangherati e vasellame rotto, riduce in polvere il concetto stesso di gloria immortale. La disincantata ironia con cui l’autore commenta l’immagine sancisce il ripudio del “clangor di buccine” e della fama letteraria, vista come il ridicolo premio di chi sale alla ribalta come un ciarlatano farneticante. Persino la figura femminile fatale (la “donna rifatta sui romanzi”) viene spazzata via per lasciare spazio a un amore domestico privo di alcun fascino morboso o oscuro.

La malattia come lente di ingrandimento sulla caducità dell’esistenza

La percezione acuta della malattia e dell’avvicinamento inesorabile della fine scandisce il ritmo sotterraneo dell’intero componimento, costringendo il poeta a valutare ogni istante attraverso la lente della caducità. Il testo è disseminato di segnali e presagi luttuosi: l’apparizione della farfalla notturna atropos, considerata annunciatrice di sciagure; il suono cupo dell’orologio rotto; il fiorire dei colchici autunnali; le passeggiate notturne fino al cimitero, dove i defunti appaiono ormai immuni da ogni tormento. Questo inventario macabro non è un esercizio di stile, ma l’espressione concreta dell’angoscia di un uomo che vede il proprio tempo sfuggire via inesorabilmente.

La malattia rende impossibile qualsiasi progetto a lungo termine, avvelenando l’ipotesi di un felice matrimonio borghese prima ancora che questa possa prendere forma. Quando l’autore dichiara a Felicita che la sposerà “se guarisse”, sta ponendo una condizione che egli stesso sa essere irrealizzabile, trasformando l’intera proposta in un doloroso gioco d’illusioni. La felicità, promessa dal titolo e incarnata dalla giovane donna, si rivela in ultima analisi un miraggio irraggiungibile per colui che è già stato condannato dalla biologia, confermando che per l’intellettuale decadente, fiaccato nel corpo e nello spirito, l’unica prospettiva concreta è l’attesa rassegnata della fine.

Temi e Significati

L’esaltazione delle cose di pessimo gusto e del ciarpame reietto

Uno degli elementi più rivoluzionari della poetica di Guido Gozzano, ampiamente dispiegato in quest’opera, è l’attenzione maniacale riservata agli oggetti vecchi, logori e privi di alcun valore estetico riconosciuto. Il solaio di Vill’Amarena diviene l’altare sacro di questa religione del “ciarpame reietto”, dove convivono stampe impolverate, mobili scartati, cartoline dozzinali e ceste sgangherate. L’autore confessa apertamente che queste cianfrusaglie sono care alla sua Musa ispiratrice, ribaltando i criteri tradizionali della poesia che esigevano argomenti elevati e scenografie sontuose per poter esprimere la bellezza.

L’amore per le “buone cose di pessimo gusto”, pur non esplicitato con questa formula esatta nel componimento in analisi ma rintracciabile nell’intero percorso della raccolta I colloqui, deriva dalla consapevolezza che gli oggetti logorati dall’uso umano conservano un’autenticità che gli artefatti moderni o preziosi non possiedono. Essi sono depositari della memoria di generazioni anonime, testimoni silenziosi del trascorrere del tempo e della precarietà di ogni ambizione terrena. Osservare l’arredo severo e malinconico diventa per il poeta un esercizio di compassione verso la vanità degli sforzi umani, un modo per accettare con tenerezza la mediocrità che accomuna ogni destino.

La figura femminile antitetica alla donna fatale

La costruzione del personaggio di Felicita rappresenta una frattura netta rispetto ai modelli femminili dominanti nella letteratura decadente dell’epoca, popolata da figure seduttrici, perverse, irraggiungibili o distruttrici, come quelle partorite dall’immaginazione di Gabriele d’Annunzio. Guido Gozzano dipinge deliberatamente una protagonista priva di grazia classica, definendola “quasi brutta” e sottolineando con impietosa precisione l’assenza di sopracciglia, le lentiggini diffuse, gli abiti di foggia rozza e il volto troppo squadrato, a cui fa eco il crudele giudizio del farmacista che la paragona a una comune cuoca priva di sensualità.

Tuttavia, proprio in questa assenza di lusinghe estetiche e di malizia intellettuale risiede la profonda attrattiva che la donna esercita sull’intellettuale tormentato. Felicita è una creatura trasparente, sincera e legata indissolubilmente ai compiti domestici quotidiani: taglia le camicie per il padre, rammenda le lenzuola nei grandi armadi e ascolta le proposte del poeta nascondendo l’imbarazzo dietro finti singhiozzi. La sua natura pratica ed estranea alla nevrosi del pensiero astratto la trasforma nell’unico rifugio possibile per un’anima esausta, l’unico vero antidoto contro l’artificio delle conquiste cittadine e la sterilità della vita intellettuale.

L’impossibilità di una vita normale per l’intellettuale

Il tema centrale e più drammatico che attraversa l’intera opera è il doloroso riconoscimento dell’esilio irrevocabile dell’intellettuale dalla vita normale. Il desiderio dell’autore di rinunciare al proprio ruolo, di smettere di essere un “esteta gelido” per immergersi nell’anonimato del borgo natio e dedicarsi a umili commerci, rimane un’aspirazione teorica destinata al fallimento. La cultura, una volta interiorizzata a livelli profondi, agisce come una barriera invisibile ma invalicabile che impedisce al poeta di aderire ingenuamente all’esistenza provinciale senza analizzarla e filtrarla attraverso le maglie del disincanto letterario.

La decisione di partire e lasciare Vill’Amarena non è determinata dall’orgoglio intellettuale o dal rifiuto dei sentimenti, ma dalla lucida ammissione di impotenza. L’autore comprende di star recitando una parte, di fingere di essere “quello che non è”, ovvero un uomo d’altri tempi capace di provare emozioni schiette e lineari. La separazione da Felicita diventa un atto inevitabile di onestà intellettuale: il poeta accetta di rinunciare alla salvezza terrena rappresentata dall’amore della donna perché sa di non appartenere a quel mondo di salda semplicità morale. La partenza sancisce definitivamente il trionfo della letteratura sulla vita reale, condannando l’uomo alla solitudine e alla perenne fuga da se stesso.

Forma Poetica

La metrica tradizionale e lo scarto ironico

Dal punto di vista della struttura metrica, La signorina Felicita ovvero la felicità si presenta come un componimento rigidamente ancorato alla tradizione classica italiana. L’opera è suddivisa in otto ampie sezioni (numerate con cifre romane), composte da strofe di sei versi endecasillabi. Il sistema delle rime segue lo schema costante ABABCC, ovvero rime alternate nei primi quattro versi e rime baciate nei due versi finali di ogni strofa. Questa gabbia metrica rigorosa e impeccabile potrebbe suggerire un’adesione supina ai modelli aulici del passato, ma nelle mani di Guido Gozzano diventa uno strumento potentissimo di distanziamento ironico.

L’autore sceglie di utilizzare la forma chiusa e solenne per veicolare contenuti volutamente bassi e anti-lirici. È in questo calcolato attrito tra il contenitore elegante (la sesta rima endecasillaba) e il contenuto dimesso (l’insalata, le pentole, i dialoghi sgrammaticati, le chiacchiere del farmacista) che scaturisce la genialità dell’operazione crepuscolare. La musicalità solenne dell’endecasillabo, che tradizionalmente accoglieva temi epici o drammi spirituali profondi, viene applicata per descrivere il rumore delle stoviglie riordinate dalla serva Maddalena, costringendo il lettore a misurarsi con un dislivello costante tra le aspettative letterarie e la prosaicità del quotidiano.

La convivenza di lessico aulico e termini prosaici

La cifra stilistica inconfondibile dell’opera è costituita dalla sistematica e dissacrante miscela di registri linguistici opposti. Nel medesimo testo, e spesso all’interno della stessa strofa, l’autore fa collidere vocaboli derivanti dalla più illustre tradizione poetica e letteraria (termini come “avita”, “blondizie”, “cetonie”, “atropo”, “colchici”, “simulando”, “incanto”, “sazio”, “gabbia”, “aurora”) con parole appartenenti al lessico comune, domestico e persino commerciale (quali “ipecacuana”, “ipotecario”, “granoturco”, “farmacista”, “catasto”, “bifolco”, “camicie”, “spese”, “cuoca”).

Questo sperimentalismo linguistico, che per l’epoca rappresentava una rottura epocale rispetto ai dettami del purismo estetizzante, non mira a svilire gratuitamente la poesia, ma a renderla capace di rappresentare la complessità e la frammentarietà dell’esistenza moderna. Quando Guido Gozzano abbina il “silenzio amico” alle fatture del notaio impazzito di gelosia, opera un abbassamento volontario che smaschera l’artificiosità della letteratura sublime, dimostrando come la vera poesia possa e debba nutrirsi anche del materiale più scarto, umile e ordinario, senza per questo perdere di spessore intellettuale o emotivo.

Il ritmo narrativo dell’opera

L’opera è concepita con un andamento squisitamente narrativo, che la rende simile a un romanzo in versi di respiro borghese. L’utilizzo frequente del discorso diretto conferisce un dinamismo teatrale ai dialoghi: gli scambi di battute frammentarie, balbettanti e spesso incomprensibili tra l’autore e il padre della giovane, così come le chiacchiere maliziose del farmacista del paese o le esclamazioni ingenue della stessa Felicita, spezzano la continuità dell’endecasillabo e mimano fedelmente l’intercalare parlato, con tutte le sue reticenze, i puntini di sospensione e le sgrammaticature tipiche del ceto medio rurale.

Il fluire del racconto è inoltre supportato da costanti enjambement, la figura retorica che spezza il confine sintattico e logico del verso costringendo il senso della frase a proseguire in quello successivo, conferendo alla lettura una naturalezza prosastica del tutto aliena al canto lirico convenzionale. L’adozione del tono intimo e discorsivo sposta definitivamente il baricentro dal ruolo di poeta vate, capace di guidare le folle con il suo canto spiegato, a quello del narratore sommesso e disincantato, che si limita a registrare con empatia e compassione il fallimento del proprio tentativo di fuga verso la normalità.

Riassunto Lampo

L’avvocato, intellettuale cittadino affetto da tubercolosi e stanco degli eccessi della società moderna, si ritira in villeggiatura nel Canavese, dove frequenta assiduamente l’antica dimora campagnola di Vill’Amarena. Lì subisce il fascino goffo e genuino della Signorina Felicita, una giovane donna provinciale, semplice d’animo, priva di istruzione complessa e devota alle mansioni domestiche e al vecchio padre. Colpito dalla tranquillità atavica di quell’esistenza rustica, dominata dall’odore delle stoviglie antiche e dai mobili logori custoditi nei solai, l’autore arriva a disprezzare la propria vocazione letteraria, dichiarando di voler abbandonare la scrittura per mimetizzarsi in quella vita quieta e mercantile sposando la giovane donna. Tuttavia, la consapevolezza del proprio bagaglio culturale ingombrante, il progredire della malattia incurabile e i meschini pettegolezzi di paese (alimentati dal farmacista e dalla gelosia del notaio) lo costringono ad ammettere l’impossibilità di questa trasformazione. L’opera si conclude con un struggente e teatrale distacco definitivo: il poeta parte per una destinazione esotica per curarsi, abbandonando per sempre l’illusione di una salvifica normalità borghese.

Cosa Ricordare

I punti cardinali della poetica di Guido Gozzano all’interno del componimento

  • Il ripudio esplicito della figura intellettuale superomistica e della letteratura intesa come missione sacra (il rifiuto dell’alloro poetico associato al ciarlatano cerretano).
  • L’idealizzazione della donna modesta e priva di sovrastrutture mentali come antitesi vivente al prototipo decadente della femme fatale misteriosa e distruttrice.
  • L’introduzione organica di terminologie basse, scientifiche e commerciali all’interno della tradizionale gabbia metrica dell’endecasillabo, creando uno spaesamento ironico e innovativo.
  • L’estetica degli oggetti quotidiani, polverosi e di cattivo gusto quali unici depositari di verità ed empatia umana rispetto all’artificio dell’arte aulica.
  • Il riconoscimento lucido della frattura insanabile tra chi osserva la vita attraverso i filtri della mente e dell’arte (il letterato) e chi invece la vive in maniera pratica, diretta e incontaminata (la gente di campagna).

Immagini Simboliche

La Marchesa dannata come specchio della decadenza

Il ritratto impolverato della vecchia proprietaria di Vill’Amarena, esiliato nel solaio e circondato da suppellettili rotte e arredi scartati, incarna in modo plastico e impietoso il crollo inarrestabile delle grandezze passate. La nobildonna, dipinta nelle vesti classiche di un’arcadia mitologica inesistente, testimonia la sconfitta degli ideali aulici, soverchiati dall’avanzare inesorabile della modernità e del pragmatismo borghese (rappresentato dalla coltivazione utilitaristica dell’insalata al posto dei giardini decorativi). L’opera pittorica confinata tra le macerie storiche rappresenta l’illusione della gloria nobiliare e letteraria, ridotta ormai a oggetto di scherno o superstizione contadina.

L’orologio guasto e la percezione del tempo

Il suono ripetitivo e asincrono dell’orologio guasto nel salone vasto e buio diviene la perfetta trasposizione sonora del senso di alienazione intellettuale che affligge il protagonista. Questo strumento meccanico privo di scopo accompagna le vacue elucubrazioni sui catasti ottocenteschi e segna un tempo che non procede, un’esistenza rimasta cristallizzata nell’indolenza rurale in cui le generazioni umane sembrano affastellarsi senza alcun fine o progresso. La rottura dell’ingranaggio temporale riflette l’angosciosa paralisi interiore dell’autore, imprigionato in una dimensione dove l’attesa della morte ha svuotato di senso qualsiasi prospettiva di evoluzione futura.

Il bacio lunare e il presagio della fine

Nel penultimo capitolo, durante la passeggiata notturna che si conclude presso le cancellate del cimitero del borgo, l’immagine della luna catturata dalle sbarre e parzialmente oscurata dal passaggio irregolare delle nuvole viene accostata a un ultimo saluto tra spettri. Il bacio lunare diviene il simbolo della natura sfuggente e vana del sentimento amoroso sperimentato dal poeta: un legame condannato fin dal suo sorgere all’immobilità e destinato a confluire irrimediabilmente nella polvere. È l’eterno abbraccio della morte, la sola “Ospite furtiva” capace di affrancare in via definitiva l’essere umano dalle prigioni opprimenti e limitanti dello spazio e del tempo.

Collegamenti Utili

Rimandi alle opere di Guido Gozzano e agli autori del panorama letterario

  • Per comprendere l’evoluzione completa della critica al ruolo del poeta nella società moderna tracciata da Guido Gozzano, risulta imprescindibile la lettura delle poesie La via del rifugio, L’amica di nonna Speranza e il testamento spirituale Totò Merumeni, testi in cui lo smantellamento delle sovrastrutture intellettuali si compie con medesimo rigore analitico.
  • Il rapporto conflittuale e parodistico con i modelli della poesia illustre e classicista impone il raffronto diretto con le odi e le laudi di Gabriele d’Annunzio, vero e proprio bersaglio polemico e stilistico nascosto tra le righe del componimento gozzaniano.
  • Il gusto decadente per la caducità degli oggetti desueti, unito alla pacata riflessione sulla morte e all’utilizzo del verso libero narrativo, trova strettissime connessioni e sintonie con la prima fase poetica di Sergio Corazzini e di Marino Moretti, figure emblematiche della temperie crepuscolare italiana.
  • La celebrazione ironica ma profonda del mondo agricolo piemontese e la conseguente fuga dai centri urbani nevrotici stabilisce un ponte ideale con la successiva indagine memoriale compiuta nel secondo dopoguerra dal narratore Vasco Pratolini, il quale esaminò, seppur con matrici ideologiche differenti, il tessuto sociale minuto delle periferie e delle esistenze non illustri.

Domande frequenti sul significato e sulla genesi de La signorina Felicita ovvero la felicità

Qual è l’identità biografica celata dietro il personaggio di Felicita? Sebbene il componimento abbia un’evidente base autobiografica legata ai soggiorni del poeta nelle colline del Canavese e ai suoi problemi di salute polmonare, la figura femminile descritta rappresenta con molta probabilità la sintesi artistica di diverse fanciulle rustiche effettivamente incontrate e idealizzate dallo scrittore, trasformata infine in un preciso e funzionale archetipo anti-dannunziano di modestia intellettuale, piuttosto che in una singola e identificabile persona fisica realmente esistita.

In che modo l’autore manifesta apertamente il proprio distacco dai modelli letterari imposti dal movimento estetizzante dominante in quell’epoca? L’opposizione ai modelli celebrativi dell’Estetismo si materializza attraverso una sistematica opera di svalutazione verbale e tematica. Il testo irride in modo esplicito la sacralità della corona d’alloro assegnata ai letterati, l’immortalità illusoria delle stampe raffiguranti intellettuali di fama e, in modo emblematico, descrive lo stesso autore come un ospite imbarazzante e inetto alla vita pratica, sprovvisto di alcun carisma eroico o superomistico, desideroso unicamente di rinnegare ogni vocazione poetica per ritirarsi nell’anonimato del commercio di provincia.

Che importanza assume l’elenco minuzioso e quasi scientifico di oggetti obsoleti e vecchie suppellettili all’interno delle stanze di Vill’Amarena? L’indagine certosina dei mobili sgangherati, dei cocci di vetro impiegati sulle mura, dei divani stantii e delle ceste abbandonate nei solai non funge da semplice decorazione folcloristica. Questi elementi residuali costituiscono il fondamento del manifesto programmatico crepuscolare: l’autore innalza il ciarpame e gli oggetti di dubbio gusto estetico, in quanto privi di alterigia e carichi di un’autentica e commovente tristezza umana, a soggetti degni della massima dignità letteraria, demolendo le barriere tra arte eccelsa e vissuto marginale.

Quale significato occulta la prolungata esplorazione notturna condotta nei pressi del cimitero del paese descritta nella penultima sezione del poema? La camminata solitaria verso le mura cimiteriali agisce da spartiacque definitivo per lo sviluppo psicologico dell’alter ego poetico. Dinanzi al mistero insondabile della morte e alla presenza immanente della malattia che corrode il suo fisico, il poeta si rassegna all’inutilità dei propri sogni di integrazione coniugale con la giovane donna rustica. La tomba diviene il simbolo tangibile della fugacità di ogni speranza e della vanità delle vicende sentimentali, spingendo irrevocabilmente l’autore ad accettare la condanna dell’esilio imminente, sancita nell’ultima strofa dall’addio disperato e romantico rivolto alla sua amata.

Libri e Approfondimenti Consigliati

Le poesie [2 volumi] - di Guido Gozzano (Autore), E. Sanguineti (a cura di)

Per approfondire in maniera organica il percorso biografico e letterario dell’autore, risulta fondamentale l’opera Le poesie in due volumi curate da Edoardo Sanguineti rappresentano l’opera omnia di Guido Gozzano, comprensiva de I colloqui, de La via del rifugio e di tutti i componimenti sparsi o incompiuti, con un apparato critico e filologico di primissimo livello.

Poesie e prose di Guido Gozzano (Autore), L. Lenzini (Curatore)

Altra proposta per chi volesse approfondire: Poesie e prose di Guido Gozzano, curata da Lorenzo Lenzini. Questo volume antologico raccoglie sia la produzione lirica fondamentale dell’autore (attingendo integralmente sia da La via del rifugio che da I colloqui) sia una selezione significativa delle sue prose, risultando un testo di riferimento completo e di altissimo profilo critico per chi vuole esplorare l’intero percorso letterario e narrativo del poeta torinese.

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