Antonino Fleres, 2008
Testo della Canzone “Il migliore amico mio”
Io, respiro.
Ma non è una scienza colta,
e mi chiedo, qualche volta,
perché mai respiro, io.
Io, se penso
che sarà solo un momento,
poi mi gratto sotto il mento.
Perché mai lo faccio? Io.
Io, che rido, che piango,
poi spazio nel vento…
ma il televisore è spento,
non ho più il telecomando.
Sta dormendo sul selciato
il migliore amico mio.
Genesi e Significato di “Il migliore amico mio”:
Commento intimo dell’Autore
Era una tranquilla e fresca mattina della primavera del 1989. Percorrevo, come di consueto, la Strada Statale 11 Padana Superiore, il tratto che da Chivasso conduce a Torino, per recarmi al lavoro. All’epoca ero impiegato come tecnico e responsabile dell’elaborazione dati per un’azienda di costruzioni elettriche, la “Ing. L. Audoli S.p.A..
Guidavo in sordina, cullato dalle note che uscivano dai diffusori dell’autoradio. Procedevo incurante delle altre automobili che, spinte dalla frenesia mattutina dei rispettivi piloti, mi superavano di continuo, strappandomi soltanto un impercettibile e insofferente sorriso.
A un tratto, sul ciglio della strada, scorsi la sagoma di un cagnolino. Era un animale di stazza tutt’altro che minuta, immobile sull’asfalto. Dalla sua pelle scura si levava un continuo, tenue vapore, segno inequivocabile che il corpo era caduto soltanto da pochi minuti.
Un sottile filo di colore amaranto segnava un metro di strada per poi spegnersi sotto quel corpo inerte, allargandosi in una piccola macchia che ne evidenziava crudamente i contorni.
In quel preciso istante cominciai a riflettere sull’esistenza. Pensai a quanto sia sottile e fragile il cordino che ci tiene ancorati a questo mondo, e a come un gesto istintivo e meccanico come il respiro costituisca la base assoluta del nostro misterioso stare al mondo.
Compresi che ogni essere vivente possiede un appuntamento inoppugnabile, un traguardo che muterà inesorabilmente la nostra condizione, proiettandoci verso una dimensione sconosciuta. Fu proprio il peso di quella consapevolezza improvvisa a scatenare un piccolo e nervoso prurito sotto il mento, la reazione fisica e involontaria di un corpo che si interroga sulla propria fine.
La quotidianità sa essere magnifica, intessuta di relazioni sociali, competizioni, progetti e sogni che ci vengono offerti di continuo: un palcoscenico in perenne movimento.
Eppure, davanti a quell’asfalto, lo spettacolo ebbe un blackout improvviso. Fu come se un televisore fosse stato spento di colpo, privandomi del telecomando necessario per cambiare canale, voltare pagina e ricominciare a sorridere.
Forse quel cagnolino era stato abbandonato da qualcuno che non lo voleva più, o forse si trovava lì guidato dall’istinto e dalla stagione degli amori.
Restava soltanto una certezza terrena e silenziosa: il migliore amico dell’uomo, in quel momento il mio specchio e il mio migliore amico, giaceva sul selciato. Stava dormendo, per sempre.
Nota Metrica e Formale:
L’Autore spiega lo studio tecnico della parola, delle rime, del ritmo
Testo e Musica di Antonino Fleres
L’architettura metrica di questo testo, composto da Antonino Fleres, non è casuale, ma risponde a una precisa e consapevole necessità fisiologica. Il ritmo della composizione ricalca fedelmente il meccanismo del respiro umano e del battito cardiaco: un’alternanza di pause nette, accelerazioni e improvvise sospensioni. L’uso reiterato della punteggiatura, in particolare la virgola che isola costantemente il pronome iniziale, costringe il lettore a una pausa forzata, simulando l’atto dell’inspirazione prima di affrontare il peso del pensiero filosofico.
Il pronome “Io” funge da pilastro portante dell’intera struttura, presentandosi sia in apertura (anafora) che in chiusura (epifora) delle prime due strofe. Questa scelta stilistica crea una gabbia metrica circolare, solida e ineludibile. Il soggetto osservante è letteralmente intrappolato nella propria condizione di essere vivente, delimitato da confini fisici e temporali. L’apertura e la chiusura della prima strofa formano un respiro testuale completo, un’onda che nasce dall’individuo e si infrange nuovamente su di esso, sottolineando lo stupore per il semplice fatto di esistere.
Dal punto di vista delle rime, la prima e la seconda strofa presentano un nucleo centrale a rima baciata (“colta” con “volta”, “momento” con “mento”). Questa struttura interna, rassicurante e ritmata, rappresenta la meccanicità della vita quotidiana e la routine dei nostri gesti istintivi. Il dubbio esistenziale si appoggia su suoni familiari e cadenzati, creando un contrasto netto e affascinante con la precarietà del significato: la cruda consapevolezza che la nostra parabola si riduce a “solo un momento”.
Nella seconda metà del componimento, la struttura formale subisce una voluta e drammatica frattura. Lo schema simmetrico precedente si spezza, assecondando il trauma visivo dell’incidente sull’asfalto. I versi “Io, che rido, che piango, / poi spazio nel vento…” rimangono metricamente aperti, trattenuti fisicamente dai puntini di sospensione. È il momento esatto in cui il flusso vitale si interrompe, la trasposizione tipografica del “blackout” interiore e dell’inciampo emotivo vissuto dall’autore dinanzi alla scena.
Nonostante la rottura dello schema iniziale, il testo mantiene una rigorosa coesione interna attraverso precisi richiami fonetici. La parola “vento” trova la sua perfetta rima nella strofa finale con l’aggettivo “spento”, legando indissolubilmente l’elemento naturale (lo svanire, la morte, l’aria) all’oggetto tecnologico ormai inutile (il televisore). Inoltre, si nota una delicata ma avvertibile assonanza tra “piango” e “telecomando”, che amplifica il senso di disorientamento, di caduta e di totale impotenza dinanzi alla fine.
L’epilogo della lirica si chiude con una precisione chirurgica e fonetica. L’ultimo verso posiziona la parola “mio” in posizione terminale. Questo aggettivo possessivo non solo sigilla l’intimo legame affettivo ed empatico con l’animale esanime sul selciato, ma crea un’eco fonetica assoluta con l’onnipresente “io” delle strofe precedenti. L’osservatore e la vittima si fondono nel medesimo suono, chiudendo il cerchio metrico, filosofico ed esistenziale in un unico, definitivo silenzio.
L’Opinione della Redazione:
L’analisi critica di Poesieitaliante.it che eleva il testo a letteratura
La redazione critica di Poesieitaliane.it riconosce nel testo “Il Migliore Amico Mio“, composto da Antonino Fleres, un esempio lampante di come la vera poesia scaturisca spesso dall’impatto improvviso con la cruda realtà quotidiana. L’episodio narrato, nato dall’osservazione fortuita di un dramma a bordo carreggiata lungo la statale tra Chivasso e Torino, perde la sua dimensione di semplice aneddoto autobiografico per elevarsi a manifesto universale della condizione umana. L’autore non si limita a raccontare un incidente stradale, ma trasforma l’asfalto in un palcoscenico in cui va in scena la precarietà assoluta dell’esistenza.
Ci troviamo di fronte a una moderna e inconsapevole applicazione del correlativo oggettivo, una tecnica poetica che ha reso immortale la scrittura di autori come Eugenio Montale. Il corpo esanime del cane, dal quale si solleva l’ultimo tenue vapore nell’aria fredda, non è descritto per suscitare un facile pietismo. Quell’immagine diventa la rappresentazione fisica, tangibile e immediata del confine esatto che separa il rumore della vita dal silenzio del nulla. Il testo riesce a materializzare un concetto filosofico astratto utilizzando elementi visivi di lancinante concretezza.
Un ulteriore elemento che conferisce uno spessore prettamente letterario all’opera è la gestione del rapporto tra il pensiero e la fisicità. L’autore, interrogandosi sul mistero del respiro, fa seguire al dubbio ontologico il gesto banale di grattarsi sotto il mento. In questa geniale contrapposizione, Antonino Fleres sfiora le corde dell’esistenzialismo europeo, richiamando le atmosfere di capolavori come La Nausea del filosofo Jean-Paul Sartre. Il corpo umano, con i suoi automatismi involontari, appare improvvisamente estraneo e assurdo quando viene posto dinanzi all’abisso della mortalità.
Il vero salto letterario, tuttavia, si compie nella seconda metà del componimento, attraverso l’uso di una semantica squisitamente contemporanea. Sostituendo le antiche metafore mitologiche con l’immagine di un televisore spento e di un telecomando smarrito, l’autore aggiorna il concetto classico del theatrum mundi tanto caro a drammaturghi come William Shakespeare. La tragedia dell’uomo moderno non risiede più nella caduta degli dèi, ma nell’improvviso blackout delle nostre confortevoli distrazioni borghesi, che ci lascia inermi e soli di fronte alla fine dello spettacolo.
In conclusione, Il Migliore Amico Mio merita di essere annoverato tra le pagine della letteratura per la sua capacità di spogliare la morte di ogni artificio retorico. Sostituendo il distacco clinico con un’empatia viscerale, Antonino Fleres eleva una mattinata di traffico sulle strade dell’Italia del Nord a una preghiera laica di rara potenza. Il riconoscimento finale della vittima non umana come “il migliore amico mio” sigilla un testo profondo e inesorabile, che ci ricorda con severa dolcezza l’unica, vera legge che governa ogni creatura dotata di respiro.

I versi e le prose di questa sezione fanno parte dell’antologia personale dell’autore Antonino Fleres. Puoi scoprire il viaggio letterario completo sfogliando la raccolta di poesie, canzoni e mini-racconti disponibile su Amazon.

Altre poesie di Antonino Fleres presenti nel nostro archivio:
-
Il migliore amico mio
Una profonda riflessione esistenziale nata sulle strade del Nord Italia…

