Antonino Fleres, 2007
Testo della Poesia “Dolcissimo amor mio”
La sola cosa che vedo: i piedi.
Non i miei, ma tanti, e tutti ben vestiti.
Si muovono da soli senza cadenza.
Scricchiolanti al calpestio dei ciottoli.
Son qui,
compresso dal mio stesso peso,
trafitto nel costame
passato da un beffardo fil di spada.
Prono, faccia al suolo,
dal livido labbro schiumeggiante.
In attesa di qualcosa, di qualcuno,
che mi giri la testa,
tanto da poter volgere lo sguardo
lontano da codeste fibbie impomatate.
Vorrei sapere: chi
indossa cotante calzature?
E perché si muovono così a caso?
Ah! Come vorrei ricominciar da stamattina.
(Diciamo un’ora prima dell’alba?)
Avrei potuto parare meglio il colpo,
finger l’attacco mancino,
ed assestare io quello mortale.
Ora non sarei qui, tra questi fili d’erba
e questo nauseabondo
puzzo di letame.
Non ho più da vomitar bestemmie
giacché il fiato è ridotto al lumicino.
Il corpo mio s’è estraniato dalla mente
non so nemmeno
se posso reputarlo ancora vivo.
Mi rimane il ricordo di te
o dolcissimo amor mio.
Già mi manchi, più della mia vita
(fallita ancor prima d’esser trafitta).
Unico vellutato petalo di rosa
in questa prataiola d’erbaccia.
Unico avvolgente raggio di luce
in questo giorno nebuloso e freddo.
Abbandonati i miei sensi al destino
non posso più contare sulla speme.
Come vorrei che fosse tutto un mesto sogno.
So bene che non ti rivedrò domani…
Genesi e Significato di “Dolcissimo amor mio”:
Commento intimo dell’Autore
Uno dei miei duelli qualche vita fa, inutile precisare che ebbi la peggio…
Ma al di là della boutade, questa poesia nasce proprio dal desiderio di esplorare l’esatto istante in cui l’ego umano crolla sotto il peso ineluttabile della mortalità. Ho voluto immaginare la sensazione dell’umido della terra contro la guancia, il freddo dell’acciaio tra le costole, e soprattutto quel senso di frustrazione infantile che ci assale quando commettiamo un errore fatale. “Se solo avessi finto l’attacco mancino”, pensa il duellante. È il rimpianto per una gloria mancata per una frazione di secondo.
Eppure, il vero significato dell’opera non risiede nella spada o nel sangue, ma in ciò che resta quando il sipario sta per calare. Nel momento in cui il mio alter-ego comprende che non c’è più nulla da fare, che l’orgoglio e la rabbia non hanno più senso, ogni rumore si spegne. Il mondo circostante, con i suoi ciottoli e i suoi spettatori eleganti, svanisce. Resta un solo pensiero, puro e distillato: l’Amore. Ho scritto questo testo per ricordare (a me stesso in primis) che, alla fine del nostro viaggio – per quanto burrascoso o fallimentare possa essere stato – non è la vittoria che cercheremo, ma il volto della persona che abbiamo amato, l’unica luce capace di scaldare “questo giorno nebuloso e freddo”.
Nota Metrica e Formale:
L’Autore spiega lo studio tecnico della parola, delle rime, del ritmo
Il testo si sviluppa in versi liberi, una scelta stilistica precisa e necessaria per assecondare il respiro affannoso e frammentato di un uomo giunto al termine dei suoi istanti. L’assenza di uno schema ritmico e rimico rigido riflette la perdita di controllo sul proprio corpo (“Il corpo mio s’è estraniato dalla mente”). Tuttavia, la struttura non è affatto casuale. La poesia gioca su una profonda dicotomia fonetica:
- La prima parte (la caduta e l’agonia): È dominata da suoni duri, aspri e consonantici. Parole come scricchiolanti, ciottoli, trafitto, costame, beffardo, schiumeggiante restituiscono acusticamente la violenza dell’impatto, il dolore metallico della lama e la crudezza della terra.
- La seconda parte (il ricordo e l’abbandono): Si ammorbidisce in un andamento quasi elegiaco. Quando il pensiero si volge all’amata, il lessico si fa fluido, dominato da vocali aperte e liquide: dolcissimo, vellutato petalo, avvolgente raggio di luce.
L’uso sapiente dell’enjambement (es. “che mi giri la testa, / tanto da poter volgere lo sguardo”, “questo nauseabondo / puzzo di letame”) dilata il tempo della narrazione, costringendo il lettore a rallentare, immedesimandosi nel “fiato ridotto al lumicino” del protagonista.
L’Opinione della Redazione:
L’analisi critica di Poesieitaliante.it che eleva il testo a letteratura
La redazione di Poesieitaliane.it accoglie Dolcissimo amor mio come un’opera di rara potenza visiva, capace di fondere il crudo realismo della sconfitta fisica con la più alta lirica del sentimento romantico. Il testo si apre con un’inquadratura squisitamente cinematografica, un “piano sequenza” rasoterra in cui la visuale del morente si riduce alle scarpe dei presenti (“codeste fibbie impomatate”). Questa scelta prospettica non è solo un espediente narrativo, ma una spietata critica all’indifferenza del mondo: i piedi ben vestiti che si muovono “senza cadenza” rappresentano la folla cinica e voyeuristica, estranea alla tragedia che si consuma nel fango.
L’Autore compie un’operazione letteraria magistrale nel contrasto sensoriale. L’odore ferroso del sangue e il “nauseabondo puzzo di letame” fanno da contraltare all’unico sollievo possibile, che non è fisico, ma spirituale. L’elegia finale trasforma la poesia da un crudo resoconto di morte a una dichiarazione d’amore assoluto. In quell’istante liminale in cui si perde ogni velleità umana – il rimpianto per una mossa di scherma sbagliata, l’orgoglio ferito – rimane solo l’essenza. Il “vellutato petalo di rosa” diviene l’ancora di salvezza dell’anima, elevando un corpo caduto nella polvere verso l’immortalità della letteratura. Un testo vivido, tagliente e profondamente umano.
I versi e le prose di questa sezione fanno parte dell’antologia personale dell’autore Antonino Fleres. Puoi scoprire il viaggio letterario completo sfogliando la raccolta di poesie, canzoni e mini-racconti disponibile su Amazon.

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