Eugenio Montale, 1925

Testo

Rombando s’ingolfava
dentro l’arcuata ripa
un mare pulsante, sbarrato da solchi,
cresputo e fioccoso di spume.
Di contro alla foce
d’un torrente che straboccava
il flutto ingialliva.
Giravano al largo i grovigli dell’alighe
e tronchi d’alberi alla deriva.

Nella conca ospitale
della spiaggia
non erano che poche case
di annosi mattoni, scarlatte,
e scarse capellature
di tamerici pallide
più d’ora in ora; stente creature
perdute in un orrore di visioni.
Non era lieve guardarle
per chi leggeva
in quelle apparenze malfide
la musica dell’anima inquieta
che non si decide.

Pure colline chiudevano d’intorno
marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi
la faccia cadente del cielo.
Tra macchie di vigneti e di pinete
petraie si scorgevano
calve e gibbosi dorsi
di collinette: un uomo
che là passasse ritto su un muletto
nell’azzurro lavato era stampato
per sempre – e nel ricordo.

Poco s’andava oltre i crinali prossimi
di quei monti; varcarli pur non osa
la memoria stancata.
So che strade correvano su fossi
incassati, tra garbugli di spini,
mettevano a radure, poi tra botri,
e ancora dilungavano
verso recessi madidi di muffe,
d’ombre coperti e di silenzi.
Uno ne penso ancora con meraviglia
dove ogni umano impulso
appare seppellito
in aura millenaria.
Rara diroccia qualche bava d’aria
sino a quell’orlo di mondo che ne strabilia.

Ma dalle vie del monte si tornava.
Riuscivano queste a un’instabile
vicenda d’ignoti aspetti
ma il ritmo che li governa ci sfuggiva.
Ogni attimo bruciava
Negl’istanti futuri senza tracce.
Vivere era ventura troppo nuova
ora per ora, e ne batteva il cuore.
Norma non v’era
solco fisso, confronto,
a sceverare gioia da tristezza.
Ma ri-addotti dai viottoli
alla casa sul mare, al chiuso asilo
della nostra stupita fanciullezza,
rapido rispondeva
a ogni moto dell’anima un consenso
esterno, si vestivano di nomi
le cose, il nostro mondo aveva un centro.

Eravamo nell’età verginale
in cui le nubi non sono cifre o sigle
ma le belle sorelle che si guardano viaggiare.
D’altra semenza uscita
d’altra linfa nutrita
che non la nostra, debole, pareva la natura.
In lei l’asilo, in lei
l’estatico affisare; ella il portento
cui non sognava, o a pena, di raggiungere
l’anima nostra confusa.
Eravamo nell’età illusa.
Volarono anni corti come giorni,
sommerse ogni certezza un mare florido
e vorace che dava ormai l’aspetto
dubbioso dei tremanti tamarischi.
Un’alba dové sorgere che un rigo
di luce sulla soglia
forbita, ci annunziava come un’acqua;
e noi certo corremmo
ad aprire la porta
stridula sulla ghiaia del giardino.
L’inganno ci fu palese.
Pesanti nubi sul torbato mare
che ci bolliva in faccia, tosto apparvero.
Era in aria l’attesa
di un procelloso evento.
Strania anch’essa la plaga
dell’infanzia che esplora
un segnato cortile come un mondo!
Giungeva anche per noi l’ora che indaga.
La fanciullezza era morta in un giro a tondo.

Ah il giuoco dei cannibali nel canneto,
i mustacchi di palma, la raccolta
deliziosa dei bossoli sparati!
Volava la bella età come i barchetti sul filo
del mare a vele colme.
Certo guardammo muti nell’attesa
del minuto violento;
poi nella finta calma
sopra l’acque scavate
dové mettersi un vento.

Spiegazione

In questa poesia, Eugenio Montale racconta il momento in cui l’infanzia finisce, non come un evento improvviso, ma come una consapevolezza che arriva lentamente. È un passaggio che non ha un giorno preciso, ma si manifesta quando ci si accorge che il mondo non è più quello protetto e luminoso dell’infanzia.

Eugenio Montale descrive questa trasformazione attraverso immagini quotidiane, come un luogo che si conosceva bene e che improvvisamente appare diverso.

Per capire meglio questo passaggio, si può pensare a quando un ragazzo si accorge che una persona adulta non è infallibile, oppure quando un luogo dell’infanzia – una spiaggia, una casa, un cortile – sembra più piccolo o più silenzioso di come lo ricordava.

È un’esperienza simile a quella evocata da Giovanni Pascoli in Il fanciullino, dove l’autore riflette sulla perdita dello sguardo infantile. Eugenio Montale, però, non cerca di recuperare l’infanzia: la osserva da lontano, con lucidità e senza nostalgia eccessiva.

Contesto Storico

La poesia appartiene alla stagione giovanile di Eugenio Montale, quella che confluirà nella raccolta Ossi di seppia. Sono anni in cui il poeta elabora una visione del mondo segnata dalla difficoltà di trovare un senso stabile.

L’infanzia, in questo contesto, rappresenta un tempo in cui il mondo sembrava più semplice e più leggibile. La fine dell’infanzia coincide con la scoperta che la realtà è complessa, frammentata e spesso ostile.

È un tema che ritorna anche in altre opere del Novecento. In La coscienza di Zeno di Italo Svevo, il protagonista ricorda l’infanzia come un periodo in cui le contraddizioni della vita adulta non erano ancora evidenti. In poesia, un confronto utile è con La casa dei doganieri di Eugenio Montale, dove il passato appare come un luogo irraggiungibile, separato dal presente da una distanza che non può essere colmata.

Analisi

La poesia utilizza un linguaggio essenziale, ma ricco di immagini concrete. Eugenio Montale non descrive l’infanzia in modo sentimentale: la rappresenta come una condizione mentale, un modo di percepire il mondo.

La fine dell’infanzia non è un trauma, ma una presa di coscienza. Il poeta osserva come i luoghi e gli oggetti che un tempo sembravano pieni di significato ora appaiano diversi, quasi svuotati.

Un esempio pratico può aiutare: è come quando si torna nella scuola elementare dopo molti anni e ci si accorge che i corridoi sono più stretti, i banchi più piccoli, i colori meno vividi. Non è cambiata la scuola: è cambiato lo sguardo. Eugenio Montale trasforma questa esperienza comune in un’immagine poetica che parla a lettori di ogni età.

Il tono è controllato, privo di enfasi, come accade anche in Spesso il male di vivere ho incontrato, dove Eugenio Montale osserva la realtà con lucidità e distacco. In Fine dell’infanzia, però, la riflessione è più intima: riguarda la formazione dell’identità e il modo in cui si impara a stare nel mondo.

Temi e Significati

Il tema centrale è la perdita dell’innocenza, intesa non come un evento drammatico, ma come un cambiamento naturale. Un altro tema importante è la trasformazione dello sguardo: l’infanzia finisce quando si smette di vedere il mondo come un luogo ordinato e rassicurante.

C’è anche il tema della memoria, che in Eugenio Montale non è mai nostalgica, ma sempre problematica. La memoria non restituisce ciò che è stato: mostra la distanza tra passato e presente.

Un tema secondario è la solitudine, intesa come condizione esistenziale. È una solitudine simile a quella che si ritrova in I limoni, dove il poeta cerca un contatto con la realtà che spesso sfugge. In Fine dell’infanzia, la solitudine nasce dal fatto che nessuno può vivere la fine della propria infanzia al posto nostro: è un passaggio individuale.

Forma Poetica

La poesia è costruita con versi liberi, tipici della poetica montaliana. Il ritmo è spezzato, con pause che riflettono l’incertezza del pensiero. Il lessico è semplice, ma ogni parola è scelta con precisione.

Le immagini sono concrete, spesso legate alla natura o a luoghi familiari, come accade in molte poesie di Ossi di seppia. La struttura non segue schemi metrici tradizionali, ma si sviluppa in modo fluido, come un discorso interiore.

Altre poesie di Eugenio Montale presenti nel nostro archivio:

Altre poesie dello stesso Genere presenti nel nostro archivio:

  • Quanto più m’avicino al giorno… (Canzoniere – XXXII)

    Un sonetto meditativo in cui Francesco Petrarca riflette sul tempo…

  • Don Juan aux enfers

    Una poesia di Charles Pierre Baudelaire che rilegge il mito…

  • Le guignon

    Una poesia di Charles Pierre Baudelaire che trasforma la sfortuna…

  • Le Masque

    In Le Masque, Charles Pierre Baudelaire descrive una statua femminile…

  • Sera d’ottobre

    In Sera d’ottobre, Giovanni Pascoli ritrae una breve scena di…

  • Le mauvais moine

    In Le mauvais moine, Charles Pierre Baudelaire trasforma l’anima in…

  • Fine dell’infanzia

    Una poesia in cui Eugenio Montale racconta la fine dell’infanzia…

  • Riviere

    Una delle liriche più emblematiche di Eugenio Montale, Riviere mette…

  • L’ennemi

    In L’ennemi, Charles Pierre Baudelaire descrive la giovinezza come una…

  • Au Lecteur

    In Au Lecteur, Charles Pierre Baudelaire apre Les Fleurs du…

Commenti

Lascia un commento