Riviere

Eugenio Montale, 1925

Testo

Riviere,
bastano pochi stocchi d’erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare;
o due camelie pallide
nei giardini deserti,
e un eucalipto biondo che si tuffi
tra sfrusci e pazzi voli
nella luce;
ed ecco che in un attimo
invisibili fili a me si asserpano,
farfalla in una ragna
di fremiti d’olivi, di sguardi di girasoli.

Dolce cattività, oggi, riviere
di chi s’arrende per poco
come a rivivere un antico giuoco
non mai dimenticato.
Rammento l’acre filtro che porgeste
allo smarrito adolescente, o rive:
nelle chiare mattine si fondevano
dorsi di colli e cielo; sulla rena
dei lidi era un risucchio ampio, un eguale
fremer di vite,
una febbre del mondo; ed ogni cosa
in se stessa pareva consumarsi.

Oh allora sballottati
come l’osso di seppia dalle ondate
svanire a poco a poco;
diventare
un albero rugoso od una pietra
levigata dal mare; nei colori
fondersi dei tramonti; sparir carne
per spicciare sorgente ebbra di sole,
dal sole divorata…
Erano questi,
riviere, i voti del fanciullo antico
che accanto ad una rósa balaustrata
lentamente moriva sorridendo.

Quanto, marine, queste fredde luci
parlano a chi straziato vi fuggiva.
Lame d’acqua scoprentisi tra varchi
di labili ramure; rocce brune
tra spumeggi; frecciare di rondoni
vagabondi…
Ah, potevo
credervi un giorno, o terre,
bellezze funerarie, auree cornici
all’agonia d’ogni essere.
Oggi torno
a voi più forte, o è inganno, ben che il cuore
par sciogliersi in ricordi lieti – e atroci.
Triste anima passata
e tu volontà nuova che mi chiami,
tempo è forse d’unirvi
in un porto sereno di saggezza.
Ed un giorno sarà ancora l’invito
di voci d’oro, di lusinghe audaci,
anima mia non più divisa. Pensa:
cangiare in inno l’elegia; rifarsi;
non mancar più.Potere
simili a questi rami
ieri scarniti e nudi ed oggi pieni
di fremiti e di linfe,
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger folle
di voci verso un esito; e nel sole
che v’investe, riviere,
rifiorire!

Spiegazione

Eugenio Montale scrive Riviere nel 1925, all’interno della raccolta Ossi di seppia, che segna il suo esordio poetico e introduce molti dei temi che lo accompagneranno per tutta la vita: il paesaggio ligure, la memoria, la percezione del tempo, la tensione tra desiderio e limite.

È una poesia che appartiene alla prima fase della sua produzione, quando il poeta osserva la natura come un luogo insieme familiare e inquieto, capace di evocare ricordi e di mettere in crisi le certezze.

Riviere è una poesia in cui Eugenio Montale rievoca il paesaggio marino della Liguria, un luogo che per lui non è mai solo un ambiente naturale, ma una presenza viva, capace di risvegliare ricordi e sensazioni profonde.

Fin dai primi versi, bastano pochi elementi – gli steli d’erbaspada che pendono da un ciglione, due camelie pallide, un eucalipto che si tuffa nella luce – per far scattare un’intera rete di emozioni. Il poeta si paragona a una farfalla intrappolata in una ragnatela di fremiti d’olivi e di sguardi di girasoli.

L’immagine della ragnatela rende bene l’idea di un ricordo che cattura e trattiene, come accade anche in La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio, dove la natura avvolge il protagonista fino a trasformarlo.

Quando il poeta parla di “dolce cattività”, esprime una sensazione ambivalente: da un lato c’è il piacere di lasciarsi prendere dal ricordo, dall’altro c’è la consapevolezza che quel ricordo può diventare una prigione. È un sentimento simile a quello che si trova in Meriggiare pallido e assorto dello stesso Eugenio Montale, dove il paesaggio marino è insieme luminoso e ostile.

La poesia prosegue con un ricordo dell’adolescenza, quando le rive offrivano un “acre filtro”, cioè una sorta di esperienza intensa e quasi iniziatica. Il termine “acre” indica un sapore pungente, mentre “filtro” richiama l’idea di una pozione che altera la percezione. È un modo per dire che il paesaggio marino aveva il potere di trasformare il giovane che lo osservava.

Le mattine chiare, i colli che si fondono con il cielo, il risucchio della rena, la febbre del mondo: sono immagini che mostrano come la natura fosse percepita come un’unica forza vitale.

Un esempio concreto: quando il poeta immagina di diventare un albero rugoso o una pietra levigata dal mare, esprime il desiderio di annullarsi nella natura, di perdere la propria individualità per fondersi con il paesaggio. È un’idea che ricorda la tensione verso l’assoluto presente in L’infinito di Giacomo Leopardi, dove il poeta si perde nell’immensità del pensiero.

Contesto Storico

Nel 1925 Eugenio Montale è un giovane poeta che vive tra Genova e Monterosso. L’Italia è nel pieno del periodo fascista, ma Eugenio Montale mantiene una posizione distante e critica, preferendo concentrarsi sulla sua ricerca poetica.

Ossi di seppia, pubblicato nel 1925, rappresenta una svolta nella poesia italiana: abbandona il linguaggio decorativo del tardo simbolismo e introduce uno stile più asciutto, essenziale, legato alla concretezza delle cose.

Il paesaggio ligure, con le sue riviere, i suoi colli, le sue luci e le sue ombre, diventa il luogo simbolico in cui il poeta elabora la sua visione del mondo. Non è un paesaggio idilliaco, ma un luogo che mette alla prova, che costringe a confrontarsi con i limiti dell’esistenza.

È un contesto simile a quello in cui Salvatore Quasimodo ambienta alcune sue poesie siciliane, come Vento a Tindari, dove il paesaggio diventa un luogo di memoria e di conflitto interiore.

Analisi

La poesia è costruita come un movimento che va dal ricordo alla riflessione. All’inizio prevale la forza delle immagini sensoriali: la luce, il vento, il mare, gli alberi, i fiori. Sono elementi che catturano il poeta e lo riportano indietro nel tempo.

Poi la poesia si sposta verso una dimensione più meditativa, in cui il poeta riflette sul rapporto tra passato e presente.

Un esempio pratico: quando il poeta dice che un tempo poteva credere alle riviere come “bellezze funerarie”, sta dicendo che il paesaggio gli appariva come una cornice solenne e definitiva, quasi una cornice alla fine di ogni cosa. È un’immagine che ricorda la solennità di A Zacinto di Ugo Foscolo, dove il paesaggio natale diventa un luogo sacro e irraggiungibile.

La poesia alterna momenti di abbandono emotivo e momenti di lucidità. Quando il poeta parla della “triste anima passata” e della “volontà nuova”, mette in scena un dialogo interiore tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. È un conflitto che attraversa tutta la sua opera, come si vede anche in Non chiederci la parola, dove il poeta rifiuta definizioni nette e preferisce una verità più sfumata.

Temi e Significati

Il primo grande tema è la memoria. Il paesaggio delle riviere diventa un archivio emotivo, un luogo in cui il poeta ritrova il ragazzo che era stato. La memoria non è solo un ricordo, ma una forza che agisce nel presente.

Il secondo tema è il rapporto tra uomo e natura. La natura non è un rifugio, ma una presenza che mette alla prova, che costringe a confrontarsi con i propri limiti. È un tema che ritorna spesso in Eugenio Montale, come in Spesso il male di vivere ho incontrato, dove la natura diventa un simbolo della condizione umana.

Il terzo tema è la trasformazione. Il poeta immagina di diventare un albero, una pietra, una sorgente. È un desiderio di annullamento e di rinascita, simile alla tensione verso l’assoluto che si trova in La sera del dì di festa di Giacomo Leopardi.

Il quarto tema è la riconciliazione. Nella parte finale, il poeta immagina un futuro in cui l’anima non sarà più divisa, in cui sarà possibile trasformare l’elegia in inno. È un momento di apertura, raro nella poesia di Eugenio Montale, che di solito è più incline alla disillusione.

Forma Poetica

Riviere è scritta in versi liberi, una scelta tipica di Eugenio Montale, che rifiuta le forme metriche tradizionali per privilegiare un ritmo più vicino al pensiero e alla percezione. Il verso libero permette al poeta di alternare versi brevi e versi lunghi, creando un andamento irregolare che rispecchia il movimento della memoria.

La sintassi è spesso spezzata, con enjambement che prolungano il senso da un verso all’altro. Questo crea un ritmo fluido, simile al movimento del mare che la poesia descrive. Le immagini sono costruite con grande precisione: ogni parola è scelta per la sua capacità di evocare una sensazione concreta.

Un esempio tecnico: l’uso di termini come “labili ramure” o “fremiti d’olivi” mostra la capacità del poeta di unire un linguaggio semplice a una grande densità espressiva. Il termine “labile”, che significa fragile o destinato a svanire, rende bene l’idea di un paesaggio che cambia continuamente.

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