(Canzoniere – Sonetto – CCCX)
Francesco Petrarca, tra il 1348 e il 1353
Indice
Introduzione e spiegazione
Il componimento Zephiro torna e ‘l bel tempo rimena rappresenta uno dei vertici assoluti della lirica di Francesco Petrarca e, per estensione, dell’intera letteratura europea. Inserito come sonetto numero trecentodieci all’interno del Canzoniere (opera il cui titolo originale in latino è Rerum vulgarium fragmenta), questo testo si colloca nella seconda parte della raccolta, tradizionalmente definita come le rime “in morte di madonna Laura“. La composizione di questi versi avviene in una fase matura e profondamente dolorosa dell’esistenza del poeta, in un periodo successivo alla tragica data del 6 aprile 1348, giorno in cui Laura de Noves perse la vita a causa dell’epidemia di peste nera che stava devastando Avignone e l’intera Francia, espandendosi poi in Italia e in gran parte dell’Europa.
Questo sonetto ha segnato la storia della letteratura perché sancisce la definitiva rottura dell’antica armonia tra l’essere umano e il cosmo. Fino a quel momento, nella tradizione classica e medievale, il ritorno della primavera rappresentava una forza vitale in grado di risvegliare i sensi e la gioia nell’animo umano. L’ambiente naturale era percepito come uno specchio fedele dei sentimenti del poeta, un luogo protetto e idilliaco (il cosiddetto locus amoenus) che accoglieva l’innamorato. Francesco Petrarca, al contrario, introduce un elemento di profonda modernità psicologica: la natura rinasce, fiorisce e segue il suo ciclo eterno e perfetto, ma il cuore del poeta, svuotato dal lutto, non può partecipare a questa rinascita. Il mondo esterno e il mondo interno si separano in modo irrevocabile, creando un senso di alienazione che influenzerà secoli di letteratura, gettando le basi per le riflessioni sul rapporto tra l’uomo e l’indifferenza della natura che verranno poi sviluppate, con esiti diversi, da autori come Giacomo Leopardi.
La scissione tra il macrocosmo naturale e il microcosmo interiore
Per comprendere a fondo il peso specifico di questo sonetto, è necessario osservarne l’architettura concettuale. Il testo si regge su un perfetto e spietato contrasto strutturale. Le prime due quartine sono dedicate alla descrizione minuziosa del risveglio primaverile: il vento tiepido, i fiori, il canto degli uccelli, i cieli tersi e l’istinto amoroso che pervade ogni creatura. Questa lunga e musicale elencazione di immagini luminose serve a costruire un palcoscenico vibrante di vita. Tuttavia, all’inizio della prima terzina, la congiunzione avversativa “Ma” spezza brutalmente l’incanto. Mentre l’universo intero celebra il ritorno alla vita, il poeta sprofonda in un inverno interiore permanente.
Il dolore per la perdita di Laura de Noves agisce come una lente deformante. La bellezza oggettiva del paesaggio primaverile, che fiorisce tra le campagne della Provenza e le limpide acque di Valchiusa, non offre alcuna consolazione. Al contrario, la gioia della natura acuisce la disperazione di Francesco Petrarca, rendendo la sua solitudine ancora più intollerabile. La regolarità ciclica delle stagioni diventa un crudele promemoria della finitezza umana e dell’irreversibilità della morte.
Mito e realtà sull’interpretazione del testo
È diffuso un luogo comune, specialmente in ambito scolastico o nelle letture superficiali, che tende a etichettare Zefiro torna e ‘l bel tempo rimena come una raffinata, ma in fondo canonica, “poesia di primavera” o un mero esercizio retorico di stile classico. Si ritiene erroneamente che Francesco Petrarca si limiti a riprendere modelli antichi, copiando le immagini del risveglio naturale da poeti latini come Publio Ovidio Nasone o Virgilio Marone, per poi incollarvi sopra il proprio lamento d’amore in modo artificiale.
La realtà filologica e critica è diametralmente opposta. Sebbene il poeta aretino utilizzi effettivamente un repertorio di immagini classiche (come le figure mitologiche e il topos del vento fecondatore), egli non lo fa per un semplice omaggio erudito. L’uso della tradizione classica ha qui una funzione narrativa precisa: Francesco Petrarca evoca l’armonia della poesia antica proprio per dimostrare che quell’armonia non è più applicabile alla sua condizione umana. Il mito viene richiamato per essere smontato dall’esperienza del lutto personale. La primavera descritta nelle quartine non è una generica stagione decorativa, ma un meccanismo implacabile che esclude il dolore del singolo individuo. Il sonetto, dunque, non è affatto un canto celebrativo della bella stagione, ma la lucida e spietata confessione di una depressione clinica ante litteram, in cui la luce del sole e la bellezza femminile si trasformano agli occhi del depresso in un paesaggio aspro, ostile e privo di senso.
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Parafrasi integrale in prosa
Il vento mite di primavera, chiamato Zefiro, fa il suo ritorno e riporta con sé la bella stagione, accompagnato dai fiori e dalle erbe, che costituiscono la sua dolce discendenza. Insieme a questo vento tiepido si fanno nuovamente sentire il canto gioioso della rondine e il canto malinconico dell’usignolo, simboli della primavera che si presenta ricca di colori candidi e rossi. I prati sembrano sorridere e il cielo diventa completamente sereno, privo di nuvole; il pianeta Giove appare particolarmente luminoso, quasi come se si rallegrasse nel guardare il pianeta Venere, che l’astrologia antica considera sua figlia. Ogni elemento dell’universo, l’aria, l’acqua e la terra, si riempie di un diffuso sentimento amoroso, e ogni creatura animale è spinta dal proprio istinto naturale a innamorarsi e ad accoppiarsi nuovamente.
Tuttavia, per me che sono stanco e infelice, ritornano solamente i sospiri più pesanti e dolorosi. Questi lamenti profondi vengono estratti dal fondo del mio cuore da quella donna che, morendo, ha portato con sé in Paradiso le chiavi della mia anima, lasciandomi prigioniero del dolore. Di conseguenza, persino le cose più liete, come il canto dei piccoli uccelli, le pianure che si riempiono di fiori, e i movimenti gentili ed eleganti delle donne belle e virtuose, mi appaiono come un paesaggio arido, desolato e popolato esclusivamente da bestie feroci e inospitali.
Testo
Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena,
e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida et vermiglia.
Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;
et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e ’n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.
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Contesto Storico
La genesi di questo testo affonda le sue radici in uno dei periodi più oscuri e complessi della storia europea. Ci troviamo negli anni immediatamente successivi al tragico 1348, un anno che ha segnato un drammatico spartiacque demografico e culturale per l’intero continente. L’epidemia di peste nera, causata dal batterio Yersinia pestis, stava decimando senza pietà le popolazioni di Francia, Italia e del resto d’Europa, sconvolgendo l’ordine sociale, politico ed economico dell’epoca medievale. Le città si svuotavano, i commerci si arrestavano e un profondo senso di precarietà e di imminente fine del mondo permeava la coscienza collettiva. In questo clima di devastazione e lutto diffuso, Francesco Petrarca riceve la notizia che cambierà per sempre il corso della sua esistenza emotiva e della sua produzione letteraria: la morte di Laura de Noves, avvenuta precisamente il 6 aprile 1348.
Questo evento traumatico non rappresenta solamente la dolorosa perdita della donna amata, ma il crollo definitivo di un intero sistema di valori e di certezze giovanili. L’autore, che già viveva un forte dissidio interiore legato alla sua vocazione religiosa e alle sue ambizioni terrene, subisce un contraccolpo psicologico letale. Per fuggire al dolore e al caos della corte papale, trasferitasi in quel periodo ad Avignone, il poeta si rifugia frequentemente nella solitudine di Valchiusa. Questo piccolo e isolato borgo, attraversato dalle placide e limpide acque del fiume Sorga, era stato eletto dall’intellettuale a suo ritiro spirituale e letterario per eccellenza. Lontano dalle corruzioni mondane, egli cerca conforto nei libri e nella meditazione silvestre.
Tuttavia, immerso in una natura che continua implacabilmente a fiorire, rimanendo del tutto indifferente alla tragedia umana, Francesco Petrarca sperimenta una lacerante contraddizione esistenziale. Il mondo naturale, con la sua inesorabile e perfetta vitalità primaverile, diventa uno specchio crudele che riflette, per netto contrasto, la sua condizione di uomo irrimediabilmente spezzato dalla mortalità. La composizione di questi versi nasce proprio da questa profonda dissonanza cognitiva. Il sonetto prende forma come tentativo di razionalizzare il trauma, cristallizzando sulla carta il momento esatto in cui l’uomo di lettere si rende conto che il tempo biologico del pianeta e il tempo biografico dell’individuo seguono due binari paralleli e destinati a non incontrarsi mai più.
Analisi
Sotto il profilo metrico e strutturale, ci troviamo di fronte a un sonetto, la forma poetica per eccellenza della lirica amorosa italiana, perfezionata dalla scuola siciliana e portata ai massimi vertici dallo stilnovismo. L’architettura è composta rigorosamente da quattordici versi endecasillabi (versi in cui l’ultimo accento tonico cade sulla decima sillaba), suddivisi tradizionalmente in due quartine iniziali e due terzine finali. Lo schema delle rime scelto da Francesco Petrarca per questa specifica composizione è a rime alternate nelle quartine (ABAB ABAB) e a rime alternate o replicate nelle terzine (CDC DCD). Questa struttura geometrica non è puramente estetica, ma profondamente funzionale al messaggio: la regolarità perfetta e musicale delle rime riproduce, sul piano puramente sonoro, l’armonia ciclica e ineccepibile della natura descritta.
Un elemento tecnico di fondamentale importanza in questo testo è l’uso massiccio e calcolato del polisindeto (la ripetizione costante della congiunzione “e” all’inizio di numerosi versi e costrutti sintattici all’interno delle quartine). Questa figura retorica conferisce al componimento un andamento accumulativo, quasi a voler elencare senza sosta i molteplici e rigogliosi segni del risveglio primaverile, accelerando il ritmo di lettura per mimare il fervore vitale dell’ambiente. Al contrario, nelle terzine troviamo un sapiente utilizzo dell’enjambement (la frattura della pausa sintattica alla fine del verso, che costringe a proseguire la lettura nel verso successivo per completare il senso logico della frase), come si nota palesemente nel costrutto “i più gravi / sospiri”. Questa specifica figura, collocata in apertura della prima terzina, dilata bruscamente il ritmo, frenando la lettura e simulando fisicamente il peso e la stanchezza del respiro angosciato dell’autore.
Si evidenzia, inoltre, un profondo debito culturale verso le fonti antiche e classiche, rielaborate con grande maestria. La menzione delle figure di Progne e Filomena richiama direttamente il celebre poema epico intitolato Le metamorfosi, un capolavoro indiscusso redatto dall’autore latino Publio Ovidio Nasone, opera che l’intellettuale aretino conosceva a memoria e studiava metodicamente. Tuttavia, egli non si limita a citare freddamente il mito classico per un semplice sfoggio di erudizione; lo rielabora inserendolo in una prospettiva intensamente personale e dolorosa, creando un solido ponte intellettuale tra l’eredità della letteratura latina e la nuova e moderna sensibilità volgare.
Temi e Significati
Il nucleo ideologico profondo di quest’opera risiede nella disarticolazione tragica e definitiva del rapporto tra l’essere umano e il cosmo circostante. Per interi secoli, la cultura classica e la letteratura medievale avevano postulato e celebrato una corrispondenza empatica naturale tra il macrocosmo (l’universo, l’avvicendarsi delle stagioni, il clima) e il microcosmo (l’anima umana, le passioni, i sentimenti dell’individuo). Francesco Petrarca demolisce questa certezza secolare con spietata lucidità. La primavera fiorisce rigogliosa nella valle di Valchiusa, gli animali seguono il loro naturale istinto riproduttivo, la luce tiepida inonda le campagne del sud della Francia, ma questo perfetto meccanismo biologico e astrologico si rivela completamente sordo e cieco di fronte al lutto del singolo individuo.
L’autore sperimenta, e descrive con un’analisi che potremmo definire quasi clinica, il drammatico paradosso per cui la felicità altrui, unita alla bellezza oggettiva del creato, si tramuta in una fonte di tortura psicologica insopportabile per chi sta affrontando una grave perdita. La memoria costante di Laura de Noves agisce sulla sua mente come un filtro oscuro, una spessa coltre che opacizza irrimediabilmente la realtà circostante. Persino le figure femminili dotate di grazia (“belle donne oneste”) non riescono più a suscitare ammirazione, gentilezza o desiderio. Esse appaiono, attraverso la lente deformata della sofferenza, come presenze estranee, crudeli e ostili (“fere aspre e selvagge”).
Questo brutale rovesciamento percettivo anticipa in modo impressionante e visionario le indagini psicologiche della contemporaneità sui disturbi dell’umore. L’opera mostra apertamente come un dolore profondo agisca come forza isolante, recidendo ogni legame empatico tra l’uomo e il flusso incessante della vita biologica. L’influenza di questa visione disillusa e scissa sarà incalcolabile nella storia del pensiero europeo. Basti pensare a come, secoli dopo, Giacomo Leopardi esplorerà il concetto di “natura matrigna” in liriche fondamentali come A Silvia o rifletterà su di esso nelle ponderose pagine dello Zibaldone di pensieri, muovendo i propri passi intellettuali proprio a partire dall’intuizione petrarchesca della radicale e incolmabile alterità tra le leggi inflessibili dell’universo e il disperato bisogno di senso dell’animo umano.
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Forma Poetica
Il tono generale e la struttura argomentativa del sonetto subiscono una mutazione drastica, netta e irreversibile nel delicato passaggio dalle quartine alle terzine. Nella prima e più estesa metà del testo, il registro adottato è volutamente luminoso, altamente descrittivo, corale e quasi oggettivo. Francesco Petrarca plasma uno stile esuberante, impiegando un vocabolario denso di termini strettamente legati ai concetti universali della serenità, del tepore, della luce solare e del rifiorire naturale. La struttura argomentativa procede in modo lineare per continuo accumulo di evidenze rassicuranti: il vento, lo sbocciare dei fiori, il ritorno degli uccelli, il verdeggiare dei prati, l’allineamento dei pianeti. Il lettore viene guidato attraverso una celebrazione della vita espressa in gran parte per paratassi (una costruzione del periodo basata su frasi brevi, indipendenti e collegate da semplici congiunzioni coordinanti), una tecnica che rende la percezione visiva del paesaggio rapida, armoniosa e priva di ostacoli mentali.
La profonda svolta concettuale e sintattica avviene, come si è anticipato, con l’introduzione della forte congiunzione avversativa “Ma”, strategicamente collocata in apertura della prima terzina. Da questa esatta sillaba, il tono subisce un drastico abbassamento: diventa improvvisamente intimo, dolorosamente severo, filosofico e intriso di amara introspezione. La sintassi abbandona l’andamento scorrevole per farsi più complessa, tortuosa e ritardata dagli incisi. Il campo lessicale si incupisce vertiginosamente in un solo istante, passando con violenza dalle immagini candide della primavera ai cupi lemmi legati alla fatica fisica, al lamento e all’aridità (l’autore utilizza parole chiave di grande peso specifico come “gravi”, “sospiri”, “deserto”, “selvagge”). Questa misurata e calibrata scelta stilistica genera un forte dislivello emotivo volontario. Si crea un magistrale effetto di straniamento che investe il fruitore dell’opera, obbligandolo ad abbandonare la contemplazione passiva della natura per misurarsi direttamente, e senza alcuna difesa retorica, con la voragine di disperazione soggettiva scavata dalla scomparsa prematura di Laura de Noves.
Riassunto Lampo
Il componimento descrive nella sua apertura il ritorno gioioso e ineluttabile della primavera in tutti i suoi aspetti più radiosi, colorati e vitali. I prati rifioriscono accogliendo nuove erbe, il cielo invernale si sgombra dalle nubi diventando completamente sereno, gli uccelli tornano ad abitare i cieli con il loro canto, e ogni singolo essere vivente, animale o elemento primigenio della natura, sembra essere attraversato da una potente spinta istintuale e da un rinnovato desiderio di riproduzione e di vita. A dispetto di questa imponente e festosa rinascita corale dell’universo, la gioia non riesce a scalfire in alcun modo l’animo del poeta, che rimane imprigionato nel proprio lutto privato. Fortemente provato dalla morte della donna amata, egli vive un trauma insanabile: tutta la bellezza oggettiva che lo circonda smarrisce ogni significato. I piaceri della primavera, comprese le visioni di donne aggraziate e virtuose, si svuotano di attrattiva, apparendogli come visioni sgradevoli, ostili e prive di qualsiasi potere consolatorio, rendendo il mondo ai suoi occhi un territorio aspro, desolato e abitato esclusivamente da creature feroci e solitarie.
Cosa Ricordare
L’elemento concettuale di maggiore importanza da assimilare e trattenere risiede nella definitiva e incolmabile frattura introdotta dal poeta aretino tra il tempo ciclico, eterno e pacifico della natura e il tempo rigorosamente lineare, irreversibile e destinato alla morte che regola l’esistenza umana. A differenza dei poeti classici, latini e medievali che lo hanno preceduto, l’autore smette di trovare una corrispondenza consolatoria nel mondo esterno. La natura festosa non solo non è più in grado di alleviare in alcun modo il grande dolore provato per la perdita terrena, ma ottiene curiosamente l’effetto opposto: lo aggrava in maniera esponenziale, mettendo tragicamente in risalto la profonda solitudine dell’individuo isolato. L’opera si rivela uno snodo fondamentale e fondativo per l’intera letteratura occidentale poiché inaugura ufficialmente una sensibilità moderna. In questa nuova prospettiva, il paesaggio interiore del singolo uomo, dominato dai sentimenti di vuoto, lutto e assenza, possiede la forza di sovrapporsi fino a cancellare completamente la bellezza del paesaggio esteriore, indipendentemente da quanto questo possa risultare oggettivamente armonioso, perfetto e incontaminato.
Immagini Simboliche
Il mito violento sotto il canto degli uccelli
Le figure di Progne e Filomena, abilmente riprese e tratte dalle affascinanti metamorfosi che popolano la complessa mitologia greca e romana, rappresentano letteralmente la rondine e l’usignolo. Se in una prima e superficiale lettura esse servono a evocare la dolcezza e la familiarità del canto primaverile, nella loro radice mitologica originaria nascondono una vicenda narrativamente cruenta, fatta di violenza subita, profondo dolore e tragica trasformazione punitiva. Attraverso questa precisa e dotta scelta lessicale, l’autore introduce in maniera sottile, e quasi impercettibile, un seme di sofferenza latente all’interno del festoso e apparentemente incontaminato idillio naturale.
Le chiavi del cuore in Paradiso
Una seconda immagine allegorica di altissima potenza emotiva è rappresentata metaforicamente dalle chiavi dell’anima sottratte e portate nei cieli. Francesco Petrarca immagina concretamente che Laura de Noves, nel momento del trapasso mortale, abbia portato via con sé, salendo in Paradiso, le chiavi che chiudevano il suo cuore terreno. Questa allegoria, visivamente molto nitida, indica con precisione la totale e volontaria chiusura affettiva del poeta verso qualsiasi altra esperienza del mondo terreno. Senza l’amata, l’autore si dichiara emotivamente invalido, privato degli strumenti necessari per accedere di nuovo a qualsiasi sentimento di gioia.
Il paesaggio interiore traslato
Infine, l’evocazione potente del deserto inospitale e delle spaventose bestie feroci (le “fere aspre e selvagge”) rappresenta il culmine stilistico della degradazione della realtà percepita attraverso l’occhio clinico del soggetto depresso dal lutto. Senza il conforto dell’amore reciproco, e privo del supporto psicologico fornito dalla presenza della donna amata, l’intero universo civilizzato e abitato decade ai suoi occhi. Si trasforma d’improvviso in un luogo oscuro, minaccioso, arido e spietato, del tutto privo di pietà umana e di consolazione filosofica.
Collegamenti Utili
Per comprendere appieno l’evoluzione filosofica e la profonda ricaduta letteraria di queste tematiche nei secoli successivi, risulta di fondamentale importanza affrontare il confronto diretto con l’enorme mole di appunti contenuta nell’opera Zibaldone di pensieri, redatta con meticolosa pazienza da Giacomo Leopardi. In quelle pagine, la riflessione petrarchesca sulla fredda e meccanica indifferenza della natura raggiunge, infatti, i suoi esiti più crudi, strutturati e sistematici. Risulta ugualmente e strettamente utile, al fine di cogliere l’evoluzione interiore dell’autore, la lettura attenta del componimento intitolato Solo e pensoso i più deserti campi, un sonetto sempre tratto dalla vastissima raccolta del Canzoniere. In quel testo, il tema ricorrente della solitudine volontariamente cercata tra i monti e l’ossessione per il paesaggio aspro si presentano in una veste stilistica precedente all’esperienza del lutto, dimostrando come un certo grado di angoscia esistenziale fosse già cronicamente latente nell’animo del letterato ben prima dell’arrivo dell’epidemia. Sul versante dell’analisi delle fonti classiche fondative, lo studio accurato dei volumi che compongono il grande poema epico Le metamorfosi, opera primaria redatta da Publio Ovidio Nasone, fornisce infine le chiavi di lettura indispensabili per decodificare senza incertezze le precise citazioni e i colti riferimenti mitologici sapientemente inseriti nel cuore del sonetto.
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FAQ
In quale preciso contesto storico e anno è stato scritto il componimento? Il testo è stato verosimilmente composto e ultimato negli anni immediatamente successivi al fatidico 1348, proprio durante il difficile periodo in cui Francesco Petrarca stava faticosamente tentando di rielaborare, in parziale isolamento, il profondo e paralizzante lutto causato dalla drammatica perdita terrena di Laura de Noves, uccisa dalla severa epidemia di peste nera che si era abbattuta in tutta l’Europa.
Qual è la motivazione che spinge l’autore a citare le antiche figure di Progne e Filomena? Il celebre poeta menziona queste due specifiche figure femminili appartenenti all’antica mitologia per richiamare, in modo colto e ricercato, il tipico e armonioso canto mattutino della rondine e dell’usignolo. Questi animali rappresentano i simboli uditivi più tradizionali associati all’arrivo della primavera, e l’autore attinge a queste allegorie facendo leva sulla profonda ammirazione e conoscenza che egli nutriva nei confronti dell’opera Le metamorfosi, magistralmente scritta e tramandata dal grande autore latino Publio Ovidio Nasone.
Quale risulta essere la vera tematica e il messaggio profondo celato in questo sonetto? Il grande tema fondante, che regge l’intera impalcatura del sonetto, è l’inconciliabile e crudele contrasto che si viene a creare tra la dirompente vitalità ciclica della natura primaverile, che rinasce e prolifera restando indifferente agli affanni mortali, e lo stato di cupa prostrazione psicologica e di profonda solitudine in cui precipita inesorabilmente l’essere umano quando viene colpito da un lutto improvviso e irrevocabile.
Cosa rappresentano dal punto di vista simbolico le “chiavi” portate in cielo dall’amata? L’efficace e potente immagine allegorica delle chiavi simboleggia l’assoluto controllo emotivo, spirituale e affettivo sulla vita sentimentale del poeta. Attraverso questi versi, egli dichiara apertamente che Laura de Noves, nel momento in cui la sua anima è salita in Paradiso, ha portato via definitivamente con sé l’unica via d’accesso al suo cuore tormentato, impedendogli di fatto, per il resto dei suoi giorni, di poter provare ancora nuove gioie terrene o di innamorarsi nuovamente di qualcun’altra.
Per quale ragione psicologica e letteraria le donne virtuose appaiono come delle bestie feroci? Questa immagine fortemente metaforica, che chiude e sigilla il componimento nelle sue battute finali, viene utilizzata con sapienza retorica per sottolineare il grave stato di straniamento e isolamento depressivo in cui è sprofondato il poeta. In assenza del punto di riferimento costituito dall’amata, nessuna bellezza umana circostante possiede più alcun valore estetico o forza di attrattiva. Al contrario, ogni presenza vitale ed esterna risulta ai suoi occhi profondamente ostile, sgradevole, minacciosa e tipica di una dimensione naturale selvaggia, arida e assolutamente invivibile per l’uomo raffinato.
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