Francesco Petrarca, 1344–1347 circa
Testo
Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,
piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali
spera ’l Tevero e l’Arno, e ’l Po, dove
doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ’ndura et serra
Marte superbo et fero, apri Tu, Padre,
e ’ntenerisci et snoda;
ivi fa che ’l Tuo vero, qual io mi sia,
per la mia lingua s’oda.
Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ’l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ’n cor venale amor cercate o fede.
Qual più gente possede,
colui è più da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani per inondar
i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ’l desir cieco, e ’ncontr’al suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansüete gregge
s’annidan sì che sempre il miglior geme:
et è questo del seme,
per più dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sì ’l fianco, che memoria
de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non più bevve del fiume acqua che sangue.
Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne di lor vene,
ove ’l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che ’l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la più bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino povero,
et le fortune afflicte et sparte perseguire,
e ’n disparte cercar gente et gradire,
che sparga ’l sangue et venda l’alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d’altrui, né per disprezzo.
Né v’accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno;
ma ’l vostro sangue piove
più largamente, ch’altr’ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien sé così vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto: ché ’l furor
de lassù, gente ritrosa,
vincerne d’intellecto, peccato è nostro,
et non natural cosa.
Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sì dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertù contra furore prenderà l’arme,
et fia ’l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne gli italici cor’ non è anchor morto.
Signor’, mirate come ’l tempo vola,
et sì come la vita fugge,
et la morte n’è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l’alma ignuda et sola
conven ch’arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giù l’odio et lo sdegno,
venti contrari a la vita serena;
et quel che ’n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto più degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode, in qualche honesto
studio si converta:
così qua giù si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.
Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi ’l ben piace.
Di’ lor: Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace.
Spiegazione
La canzone appartiene alla fase centrale del Canzoniere, quando Francesco Petrarca vive con crescente inquietudine la situazione politica dell’Italia, divisa da guerre interne e minacciata da potenze straniere. È uno dei testi più civili e più appassionati dell’intera raccolta.
La canzone è un appello accorato all’Italia, vista come un corpo ferito da guerre interne e invasioni straniere. Francesco Petrarca parla come un cittadino che ama profondamente la propria terra e soffre nel vederla lacerata. Il poeta sa che le sue parole non possono guarire le ferite, ma sente il dovere morale di parlare.
Il testo alterna invocazioni religiose, rimproveri politici e immagini storiche. Il poeta si rivolge a Dio, ai governanti italiani e al popolo. Chiede pace, unità, responsabilità. La sua voce è insieme dolente e ferma, come quella di chi vede un pericolo imminente e tenta di evitarlo.
Il testo è in volgare trecentesco, ma comprensibile. “Indarno” significa inutilmente. “Piaghe mortali” indica ferite profonde, metafora delle guerre civili. “Pellegrine spade” sono armi straniere. “Cor venale” è un cuore che si vende, privo di fedeltà. “Diluvio raccolto” indica un esercito straniero pronto a invadere. “Gabbia” è l’Italia invasa da popoli diversi. “Bavarico inganno” allude ai tedeschi e alle loro mire politiche. “Dubbioso calle” è il cammino incerto dopo la morte.
Contesto Storico
Il Trecento è un secolo di conflitti: lotte tra Guelfi e Ghibellini, rivalità tra città, interventi di potenze straniere. L’Italia non è unita e ogni città combatte per il proprio interesse. Francesco Petrarca vive questa frammentazione come una tragedia nazionale.
Il riferimento ai tedeschi, ai barbari e alle invasioni è legato alla discesa in Italia degli imperatori germanici. Il poeta teme che l’Italia perda la propria identità e la propria libertà. Il testo nasce quindi da un’urgenza politica reale, non da un’astrazione letteraria.
Analisi
La canzone è costruita come un crescendo emotivo. Si apre con un lamento, prosegue con un’invocazione a Dio, passa a un rimprovero ai governanti e culmina in un appello finale alla pace.
L’Italia è personificata come una donna ferita. È un’immagine che ricorda la “donna Italia” di testi successivi, come All’Italia di Giacomo Leopardi. Il poeta alterna immagini naturali, storiche e morali, creando un tessuto ricco e complesso.
La voce poetica è insieme privata e pubblica. È un cittadino che parla, ma anche un intellettuale che sente la responsabilità della parola. Il finale, con il triplice “Pace, pace, pace”, è uno dei momenti più intensi del Canzoniere.
Temi e Significati
Il primo tema è l’amore per la patria. L’Italia è vista come una madre ferita, da proteggere e curare.
Un altro tema è la denuncia politica. I governanti sono accusati di egoismo, divisione, cecità morale.
C’è poi il tema della storia come maestra. Il poeta cita Gaio Mario e Giulio Cesare per mostrare come la violenza abbia radici antiche.
Infine, c’è il tema della responsabilità individuale. Ogni uomo deve scegliere tra odio e pietà, tra guerra e pace.
Forma Poetica
La canzone è composta da stanze di varia lunghezza, con schema metrico complesso. Il metro prevalente è l’endecasillabo, alternato a settenari. La struttura è tipica della canzone petrarchesca, con un tono solenne e meditativo.
Il linguaggio è ricco di metafore politiche e immagini naturali. La musicalità è ottenuta attraverso ripetizioni, invocazioni e un ritmo che alterna lentezza e impeto.
Riassunto Lampo
Il poeta si rivolge all’Italia ferita dalle guerre.
Invoca Dio, rimprovera i governanti, denuncia le invasioni straniere.
Chiede pace, unità e responsabilità morale.
Il testo è un appello civile di straordinaria forza emotiva.
Cosa Ricordare
L’Italia è un corpo ferito che può guarire solo con la pace.
La divisione interna è più pericolosa dei nemici esterni.
La storia insegna che la violenza porta solo altra violenza.
La pace è un dovere morale prima che politico.
Immagini Simboliche
L’Italia come corpo ferito.
Le spade straniere come pellegrine.
Il diluvio raccolto come invasione imminente.
Il triplice “Pace” come grido finale.
Collegamenti Utili
Il testo dialoga con All’Italia e Sopra il monumento di Dante di Giacomo Leopardi, che riprendono il tema della patria ferita. Si collega anche alla tradizione classica, in particolare a Virgilio, che descrive l’Italia come terra sacra e fragile. Sul piano moderno, richiama la poesia civile di Ugo Foscolo, soprattutto nei Sepolcri.
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