Antonino Fleres, 2008
Testo della Poesia “Per la Madre”
Non piango per me
piango per la madre.
La madre non può
cogliere il frullio,
orario rotatorio,
di sconosciute viti,
che scomparendo piano,
saldano legno al legno.
Lei vede la natura
che le rovina contro,
rivede il ventre suo
da cui nacque la vita;
ed il travaglio
lontano,
celato ormai,
dal coperchiaccio vile.
Non serviranno lacrime
se non per il sollecito:
al ché quel giorno,
l’ultimo,
arrivi presto.
Così che possa subito
riabbracciare il figlio;
certa che non sarà,
quest’ultimo,
un altro disinganno.
Genesi e Significato di “Per la Madre”:
Commento intimo dell’Autore
Ci sono istinti primordiali che la ragione non potrà mai addomesticare né comprendere. Il primo tra tutti è l’istinto genitoriale, che rifiuta in modo categorico l’idea innaturale e capovolta di dover sopravvivere alla propria prole. Con questi versi ho voluto rendere omaggio a tutti i genitori – ed in particolare alle madri – che si trovano ad affrontare lo strazio indicibile della perdita di un figlio, anche e soprattutto quando questo accade in età matura, un momento della vita in cui le madri anziane si scoprono ancor più fragili e indifese di fronte all’urto dell’esistenza.
A parlare nel testo è la voce narrante del figlio defunto, il quale, assistendo invisibile al proprio stesso funerale, sposta il fuoco del dolore su chi resta. Le “sconosciute viti” che girano nel legno, compiendo il loro “orario rotatorio”, sono quelle necessarie a sigillare la bara, chiudendo per sempre il cerchio del travaglio materno sotto un “coperchiaccio vile”.
In un’esperienza così assoluta, il dolore squassa l’anima a tal punto da avvicinarla a un disperato bisogno di Fede e di trascendenza. La speranza incrollabile di un ricongiungimento diventa l’unico faro nell’oscurità, al punto da trasformare le lacrime in un “sollecito”, un’invocazione affinché il giorno dell’ultimo trapasso arrivi presto. Se la vita terrena è stata un susseguirsi di disinganni e disillusioni che hanno sgretolato ogni ex certezza, l’abbraccio finale oltre la materia si configura come l’unica, definitiva verità che non potrà mai tradire.
Nota Metrica e Formale:
L’Autore spiega lo studio tecnico della parola, delle rime, del ritmo
Il testo si sviluppa attraverso una struttura a versi liberi, caratterizzata da un ritmo spezzato, incalzante e prevalentemente breve (con una forte presenza di quinari, senari e quaternari). Questa scelta formale non è casuale: la brevità dei versi mima il respiro affannoso del lutto, l’incapacità di articolare un discorso disteso di fronte all’orrore della perdita.
Il contrasto fonetico: Si nota un netto scontro tra suoni dolci e liquidi legati alla figura materna e alla vita (frullio, madre, ventre, vita, figlio) e le sonorità aspre, dure e spregiative che irrompono nella descrizione della morte (coperchiaccio vile, disinganno), che spezzano l’idillio naturale.
Il ritmo meccanico: Nella prima parte, la sequenza ravvicinata di senari (“orario rotatorio / di sconosciute viti / che scomparendo piano / saldano legno al legno”) riproduce foneticamente e ritmicamente il movimento circolare, ripetitivo e inesorabile del cacciavite che sigilla la bara.
Gli enjambement: L’uso sistematico della spezzatura del verso (“il frullio / orario rotatorio”, “il travaglio / lontano”, “quel giorno / l’ultimo”) amplifica la tensione drammatica, costringendo il lettore a una sosta forzata che dilata il peso di ogni singola parola.
L’Opinione della Redazione:
L’analisi critica di Poesieitaliante.it che eleva il testo a letteratura
La redazione individua in questa lirica un eccezionale valore lirico e antropologico, risiedente soprattutto nell’acuta inversione del raggio emotivo. La poesia del lutto tradizionalmente esplora il pianto dei vivi per i morti; qui, invece, assistiamo alla pietas del defunto che si fa carico dell’agonia del superstite. Il trapassato è già oltre la sofferenza personale (“Non piango per me”), e lo sguardo si fa puramente contemplativo e compassionevole nei confronti della madre.
Di straordinario impatto è la collisione semantica tra l’elemento biologico-cosmico e quello industriale-funebre. La madre viene descritta come un essere investito da una “natura che le rovina contro”, una forza tellurica che la riporta istantaneamente all’archetipo del parto (“rivede il ventre suo / da cui nacque la vita”). A questo ciclo eterno della carne si contrappone la brutale, fredda e “vile” realtà del manufatto umano: le viti, il legno, il coperchio. Il parto, che fu un travaglio pubblico e generatore di luce, trova il suo tragico parallelo in un secondo travaglio, questa volta “celato ormai”, nascosto alla vista dall’ipocrisia della materia.
La chiusa della poesia riscatta il nichilismo della morte attraverso una paradossale sottomissione del concetto di “disinganno”. Se la filosofia occidentale ha spesso visto nella morte il disinganno supremo di tutte le illusioni umane, l’autore ribalta la prospettiva: la morte diventa l’unica coordinata stabile, l’approdo sicuro in cui l’amore filiale e materno viene sottratto alla precarietà e al tradimento del tempo storico. Un’opera di altissimo spessore, che unisce la precisione del dettaglio realistico a una profonda tensione metafisica.
I versi e le prose di questa sezione fanno parte dell’antologia personale dell’autore Antonino Fleres. Puoi scoprire il viaggio letterario completo sfogliando la raccolta di poesie, canzoni e mini-racconti disponibile su Amazon.

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