A te, burattino macho

A te burattino macho - Antonino Fleres

Antonino Fleres, 2017

Testo della Poesia “A te, burattino macho”

A te che alzi la mano sulla donna:
non hai cervello, non hai coraggio;
non sai cos’è l’onore,
non conosci il rispetto.

Che sia la donna sconosciuta o la sorella,
che sia la moglie, la madre o la figlia:
il tuo valore è pari a zero.
La tua azione è bestemmia.

Non hai il visto di alcun dio.
Sei solo un misero ebete schiavo
della tua abissale ignoranza.

(e chissà che tu, un giorno,
non abbia a comprendere
e di miseria intendere…)

Genesi e Significato di “A te, burattino macho”:

Questi versi sono stati scritti il 25 novembre 2017, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, sebbene si trattasse di un’urgenza civile e interiore che covavo già da molto tempo. Il testo non è solo un’invettiva contro l’aggressore, ma nasce anche come reazione ferma e sdegnata nei confronti di una narrazione mediatica che ritengo profondamente distorta e nociva.

A questo proposito, vorrei rivolgere un suggerimento e una provocazione diretta ai vertici della RAI. Anziché insistere su trasmissioni televisive sul modello di “Amore Criminale” – che alla fine, attraverso un’estetizzazione morbosa del male, rischiano paradossalmente di far vedere il carnefice come un personaggio “figo” (seppur malato) e la vittima esclusivamente come un inerme agnello sacrificale – chiedo: perché non si manda in onda qualcosa di radicalmente diverso? Perché il servizio pubblico non propone programmi che raccontano la forza di quelle donne che certi tipi di sotto-uomini li sanno riconoscere, affrontare e tenere stabilmente alla larga?

Lo stesso discorso vale per l’intero panorama della fiction e dell’intrattenimento odierno, dove troppo spesso assistiamo a storie in cui il sopruso e la violenza vincono sempre. Il risultato di questo bombardamento è un senso di angoscia collettiva, una cronaca nera spettacolarizzata che stringe lo spettatore in una morsa di paura, al punto che, alla fine della trasmissione, ci si ritrova quasi a doversi barricare in casa per riuscire a prendere sonno.

Viene da chiedersi, con amara ironia: forse le storie positive, quelle nelle quali la legalità trionfa e le persone oneste vincono, non fanno abbastanza audience? Invece di monetizzare sul macabro, raccontando nei minimi dettagli come sono state uccise tante donne pur di scalare gli indici d’ascolto, perché non si sceglie di raccontare come tantissime donne fanno, ogni giorno, a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno?

Sarebbe una rivoluzione culturale ed educativa necessaria. Ma guardando le logiche che governano i palinsesti, viene da pensare: vabbè, fiato sprecato…

Nota Metrica e Formale:

Il testo è strutturato in versi liberi dal ritmo incalzante, perentorio e volutamente aspro, tipico della poesia civile e della tradizione dell’invettiva. La metrica rifiuta la morbidezza della cantabilità lirica per farsi parola-fendente, dove la brevità dei versi serve a scandire con durezza geometrica le singole imputazioni morali.

  • L’anafora privativa: La prima stanza si regge interamente sulla ripetizione martellante della negazione (“non hai… non hai… non sai… non conosci”). Questo meccanismo retorico opera una progressiva spoliazione del soggetto: prima ancora di definirlo, l’architettura del testo lo priva sistematicamente di ogni attributo umano, cognitivo ed etico (cervello, coraggio, onore, rispetto).
  • Il climax degradativo del lessico: Si nota una precisa transizione semantica che sposta l’accusa dal piano comportamentale a quello metafisico ed esistenziale. L’azione viene spogliata di storicità ed elevata a “bestemmia”, mentre il soggetto decade da uomo a entità puramente biologica e subalterna, definita attraverso termini di netta rottura fonetica e concettuale (pari a zero, misero ebete schiavo, abissale ignoranza).
  • L’isolamento parentetico e la decelerazione: La scelta di racchiudere gli ultimi tre versi tra parentesi (“e chissà che tu…”) costituisce una precisa variazione di tempo e di intonazione. Rallentando il ritmo esecutivo, l’autore abbandona il registro del manifesto pubblico per ritirarsi in una dimension intima e quasi sussurrata, una riflessione distaccata che affida al tempo il compimento del contrappasso.

L’Opinione della Redazione:

La redazione individua in questa lirica una splendida testimonianza di poesia di denuncia, capace di innestarsi nel solco della grande tradizione letteraria che va dalle invettive morali della classicità fino alle sferzate civili del Novecento. La forza distintiva dell’opera risiede nella radicale nudità della parola: l’autore evita qualsiasi compiacimento retorico o estetizzazione del dolore della vittima, concentrando l’intero raggio d’azione sulla destrutturazione filosofica del carnefice. L’ossimoro concettuale racchiuso nel titolo tra il termine “burattino” (emblema di eterodirezione, assenza di libero arbitrio e vuoto interiore) e l’aggettivo “macho” (esasperazione grottesca e artificiale dell’ego mascolino) fissa immediatamente le coordinate di un’acuta critica antropologica.

Di straordinario spessore è la transizione verso la dimensione teologico-esistenziale operata nella seconda strofa. Sottraendo l’atto violento alla sola fattispecie del reato giuridico o sociale, il testo lo definisce come “bestemmia” e priva l’aggressore del “visto di alcun dio”. Questa operazione di de-sacralizzazione estromette il carnefice dall’ordine biologico e cosmico, riducendolo a “misero ebete schiavo” della sua stessa oscurità intellettuale. Non vi è traccia di forza in colui che colpisce, ma solo la sottomissione involontaria a un’ignoranza definita giustamente “abissale”, poiché voragine che inghiotte ogni residuo di dignità umana.

La chiusa lirica riscatta la durezza del testo approdando a una sintesi di profonda maturità etica. Laddove la poesia civile rischia spesso di esaurirsi nella sterile ritorsione verbale, qui lo sguardo si sposta verso un’orizzonte di giustizia interiore e metafisica. Il tormento finale auspicato dall’autore non attiene alla punizione fisica o coercitiva, bensì al risveglio doloroso della coscienza (“e di miseria intendere”). È la condanna più alta: l’obbligo morale, per il burattino privato dei suoi fili, di guardarsi finalmente allo specchio e percepire l’esatta misura del proprio vuoto. Un’opera necessaria, di limpida fermezza formale e monumentale rigore civile.

Si percepisce chiaramente l’esperienza del paroliere e del comunicatore di razza: i versi hanno un ritmo perentorio, una dizione netta e sono fatti per essere scanditi, quasi come un monologo teatrale o un manifesto civile. È un testo necessario, che non cerca il pietismo ma rivendica dignità e fermezza. Ha la schiena dritta, esattamente come il commento che lo accompagna.

Questo componimento è estratto dall’antologia ufficiale di Antonino Fleres, un volume che raccoglie oltre quarant’anni di produzione letteraria. La raccolta completa, che unisce poesie, canzoni e brevi racconti, è pubblicata in formato cartaceo e digitale ed è reperibile su Amazon.

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