L’assiuolo

Giovanni Pascoli, 1897

Testo

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un frufru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

Spiegazione

La poesia descrive un paesaggio notturno che inizia in modo quasi magico, con la luce della luna che sta per sorgere e colora il cielo come una perla.

Tuttavia, man mano che si procede, l’atmosfera cambia. Quello che sembrava un paesaggio incantato diventa inquietante. Il suono dell’assiuolo (un piccolo gufo), quel verso monotono “chiù“, trasforma la notte in un presagio di morte.

Giovanni Pascoli non descrive la natura come farebbe uno scienziato, ma come qualcuno che proietta le proprie paure e i propri ricordi dolorosi sugli oggetti esterni: il vento diventa un sospiro, il verso dell’uccello diventa un pianto.

Contesto Storico

Siamo sempre nel periodo del Decadentismo italiano. Giovanni Pascoli scrive questa poesia per la quarta edizione della raccolta Myricae. È un momento in cui la fiducia cieca nella ragione sta crollando.

L’autore vive in una sorta di isolamento affettivo e psicologico, il suo “nido” familiare è stato distrutto dai lutti e vede la realtà esterna come qualcosa di minaccioso e indecifrabile.

La poesia riflette questa sensazione di mistero insolubile che circonda l’esistenza umana alla fine del diciannovesimo secolo.

Analisi

Giovanni Pascoli usa qui una tecnica chiamata “impressionismo poetico“. Invece di fare discorsi complessi, accosta pennellate di colore e di suono.

Ad esempio, non dice “il cielo era chiaro”, ma parla di “alba di perla” e “nebbia di latte”. C’è un passaggio fondamentale dal senso della vista a quello dell’udito. Se nella prima strofa guardiamo il paesaggio, nella seconda e nella terza sentiamo i rumori: il mare, il fruscio tra i cespugli, il verso dell’uccello. Questi suoni non sono naturali, ma simbolici.

Il verso dell’assiuolo passa dall’essere una semplice “voce”, poi un “singulto” (un pianto singhiozzante) e infine un “pianto di morte”.

Temi e Significati

Il tema principale è il mistero della morte e l’impossibilità di comunicare con chi non c’è più. Un esempio pratico molto forte è quello dei “sistri d’argento”. Il sistro era uno strumento musicale usato nell’antico Egitto durante i culti di Iside, che promettevano la resurrezione.

Giovanni Pascoli si chiede se quelle “invisibili porte” (quelle dell’aldilà) si apriranno mai. La risposta implicita è negativa e carica di angoscia.

Il paesaggio notturno diventa quindi lo specchio del dolore interiore del poeta, un dolore che non trova pace e che vede nel verso dell’uccello un richiamo costante alla fine di tutto.

Forma Poetica

La struttura è molto regolare (tre strofe di sette novenari seguite dal verso dell’assiuolo), ma l’effetto è tutt’altro che monotono.

Giovanni Pascoli rompe il ritmo continuo con la punteggiatura e usa moltissime onomatopee, come “frufru” o il celebre “chiù“.

La scelta delle parole è precisissima: i termini non sono mai generici. Il linguaggio è analogico, cioè crea legami immediati tra sensazioni diverse (sinestesia), come quando associa il tremolio della luce al sospiro del vento.

È una poesia fatta di frammenti che, messi insieme, creano un’atmosfera di sogno o, meglio, di incubo sottile.

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