Giacomo Leopardi, tra il 1829 e il 1830
Indice
Introduzione e Spiegazione
Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia rappresenta una delle vette assolute della produzione lirica e filosofica di Giacomo Leopardi. Scritto a Recanati tra la fine del 1829 e la primavera del 1830, il componimento si colloca all’interno della raccolta dei Canti e segna il culmine della riflessione leopardiana sul cosiddetto pessimismo cosmico. A differenza delle precedenti liriche, spesso ancorate a memorie autobiografiche e a figure del borgo natio, in questa composizione l’autore proietta la propria angoscia esistenziale in uno spazio geografico e umano lontanissimo, scegliendo come voce narrante un pastore nomade delle steppe dell’Asia. Questa figura archetipica, un uomo semplice e primitivo, diventa il portavoce universale del dolore umano, interrogando la luna sul senso profondo della vita.
L’ispirazione per l’ambientazione e per il personaggio centrale deriva, come lo stesso Giacomo Leopardi annotò nello Zibaldone, dalla lettura di resoconti di viaggio, in particolare un articolo del Journal des Savants che recensiva l’opera del barone russo Kirill Konstantinovič Meyendorff. In questo testo si descriveva l’abitudine dei pastori kirghisi di trascorrere le notti seduti all’aperto, cantando malinconiche nenie rivolte alla luna. L’autore marchigiano coglie in questa consuetudine lontana un simbolo potente dell’universale bisogno dell’uomo di interrogare la natura e il cosmo, trovandosi di fronte al mistero doloroso dell’esistenza. L’opera si eleva così a canto universale sulla condizione mortale, spogliato di ogni riferimento contingente, per concentrarsi sul vuoto assoluto e sull’indifferenza del cosmo di fronte alla sofferenza delle creature.
Messaggio pubblicitario
Parafrasi integrale in Prosa
Che cosa fai nel cielo profondo, o luna silenziosa? Dimmi, che cosa fai? Sorgi alla sera, percorri il tuo tragitto abituale attraverso il deserto celeste e poi scompari all’orizzonte. Non sei ancora stanca di ripercorrere eternamente gli stessi sentieri luminosi? Non provi alcun fastidio, e hai ancora desiderio di contemplare queste valli terrestri? Il corso della tua vita lassù somiglia incredibilmente alla vita del pastore qui sulla terra. Egli si alza alle prime luci dell’alba, spinge il gregge oltre il prato, osserva le pecore, le sorgenti d’acqua e l’erba, e quando scende la sera si riposa esausto, senza sperare in nient’altro dalla propria esistenza. Dimmi, o luna: a che scopo serve la vita al pastore, e a che scopo serve la tua vita a te stessa? Dimmi, dove conduce questo mio faticoso e breve vagabondare, e dove conduce il tuo eterno movimento cosmico?
Immagina un uomo anziano, con i capelli bianchi e il corpo debole e malandato, vestito a malapena e scalzo. Quest’uomo cammina trasportando sulle spalle un carico pesantissimo, muovendosi attraverso montagne ripide, valli profonde, terreni rocciosi, sabbia insidiosa e sterpaglie. Procede a fatica sfidando il vento implacabile, la tempesta, il calore bruciante e il freddo glaciale. Corre e si affanna affannosamente superando torrenti impetuosi e paludi insidiose, inciampa, si rialza e riprende la sua corsa frenetica senza fermarsi un istante per riposare. Questo cammino disperato, segnato dal sangue e dalle ferite, continua inesorabile fino a quando l’uomo arriva in prossimità di un abisso immenso e spaventoso, in cui alla fine precipita dimenticando ogni cosa passata. Vergine luna, questa tragica e inutile fatica è esattamente la rappresentazione della vita umana.
L’uomo nasce sperimentando subito la fatica e il dolore, e l’atto stesso della nascita è accompagnato dal rischio concreto della morte, facendo sì che le prime emozioni provate dal neonato siano di angoscia e di sofferenza. Fin dai primi istanti di vita, la madre e il padre si prodigano per consolare il figlio del solo fatto di essere venuto al mondo. Man mano che il bambino cresce, i genitori continuano a sostenerlo, incoraggiandolo e rassicurandolo, studiando ogni modo possibile per rendergli tollerabile l’esistenza e confortarlo per la sventura di essere nato. Questa cura affettuosa è il compito più gravoso e il gesto più amorevole che i genitori possano rivolgere alla propria prole. Ma perché, mi domando, dobbiamo generare una vita, perché dobbiamo mantenere in vita una creatura se poi il nostro unico compito sarà consolarla costantemente per questa stessa esistenza? Se la vita è soltanto una calamità e una disgrazia, perché ci ostiniamo a prolungarla? O luna, pur nella sua purezza e nel suo distacco, questa è la crudele condizione degli esseri mortali. Tu, tuttavia, non sei una creatura destinata alla morte, e le mie parole dolorose potrebbero risultare incomprensibili e indifferenti alle tue orecchie.
Tu, viandante eterno e solitario del cielo, che sembri così assorta nei tuoi pensieri profondi, tu forse riesci a comprendere cos’è davvero questa vita terrena, e qual è il senso delle nostre sofferenze e dei nostri sospiri. Tu forse comprendi cosa significhi la morte e l’abbandono finale che allontana l’anima dalla compagnia dei propri simili. Tu comprendi certamente lo scopo di ogni singolo elemento della natura, dal trascorrere delle stagioni, dal sorgere del mattino all’arrivo del tramonto. Tu conosci le ragioni segrete per cui la primavera risplende in modo così gioioso, per cui l’estate arde di calore, e quale misterioso fine persegua il gelido inverno. Senza dubbio, tu possiedi migliaia di risposte e conosci cause misteriose che rimangono completamente nascoste alla mente di un semplice e umile pastore. Quando ti osservo rimanere sospesa e muta nel vasto deserto del cielo, che confina unicamente con la volta celeste, oppure quando vedo il mio gregge che mi segue passo dopo passo nel mio incessante camminare, io mi domando interiormente a che serva la sterminata volta stellata, l’infinità dei mondi e tutta questa solitudine sconfinata. Cosa rappresenta tutto questo universo? E chi sono io veramente? Mentre medito sulla vastità dello spazio profondo, sugli astri e sulle creature terrene, riconosco che io non so intravedere alcuna utilità o giovamento né in me stesso né in questa meravigliosa macchina celeste e terrestre, sebbene tu, immortale, sembri capirne l’intimo scopo. Di una cosa sono assolutamente certo, al di là di ogni dubbio filosofico o astronomico: so per esperienza diretta che per me l’esistenza rappresenta soltanto un peso insopportabile e un male costante, e che se qualcun altro trae beneficio dalle stelle o dal creato celeste, io ne sono escluso.
Osservando il mio gregge che riposa serenamente sull’erba morbida, io provo un sentimento di profonda invidia. O beato gregge, tu non conosci affatto la tua infelicità! Quanta invidia nutro verso di te! E questa invidia non deriva solo dalla tua mancanza di affanno, e dal fatto che tu dimentichi istantaneamente ogni sofferenza fisica, ma nasce soprattutto dal constatare che tu non provi mai la noia esistenziale. Quando riposi all’ombra fresca dei rami tranquilli e silenziosi, ti senti calmo e appagato, trascorrendo gran parte dell’anno in questa pacifica immobilità senza avvertire la mancanza di alcuno scopo. Io, invece, se provo a sedermi a riposare sull’erba accogliente e soffice, sento la mente invasa dal senso opprimente del fastidio e da uno stimolo inquieto che, pungendo la mia coscienza interiore, mi impedisce di trovare quella pace immobile. Eppure non desidero nulla di più, non ho motivo per spingere il gregge altrove o per faticare, né sento di aver fallito in qualcosa. Tu, bestiame sereno, non so dire cosa tu possa desiderare, né in che misura tu provi gioia interiore, eppure non mostri mai il tormento dell’insofferenza. Io, pastore razionale, ho ben poco di cui rallegrarmi e la mia mente non sa accontentarsi del solo fatto di esistere. O mio povero gregge, se tu fossi in grado di parlare con voce umana, io ti farei questa unica domanda: se ogni creatura vivente, sia animale sia umana, sperimenta la medesima oppressione e prova lo stesso identico fastidio stando a riposare o giacendo a oziare serenamente, perché mai la stanchezza mentale non tormenta la tua mente ma avvolge impietosamente la mia?
Forse, rifletto, se io avessi le ali e potessi spiccare il volo sospeso al di sopra delle valli nuvolose e degli orizzonti irraggiungibili, volando di vetta in vetta e seguendo le stelle fisse e quelle cadenti con rapida ascesa e percorsi inimmaginabili, sarei finalmente più felice. Magari, potessi abbandonare il mio isolamento sulla terra deserta dell’Asia, forse sarei felice o per lo meno più sereno. Eppure, mi rendo conto che il mio pensiero finisce col deviare la sua traiettoria e allontanarsi dal vero sentiero filosofico mentre si affida a queste fantasie infondate sulla felicità e sulle speranze. Qualunque creatura vivente, nata su questo pianeta oscuro e remoto, sia in fasce accoccolata nel buio freddo di una culla incantata, sia un predatore selvaggio e implacabile dentro l’oscurità spaventosa di un bosco buio e fitto, affronta il medesimo destino di sofferenza: la nascita è un male oscuro, fatale e incontrovertibile dal quale nessuno di noi è risparmiato, ovunque esso nasca e quale che sia la sua natura biologica, sociale e formale.
Il lessico adoperato da Giacomo Leopardi per costruire la dolente meditazione del pastore è caratterizzato da una sapiente fusione di termini apparentemente semplici e umili, tipici di un viandante incosciente, e vocaboli dalla profonda stratificazione letteraria e concettuale, funzionali alla riflessione cosmica.
L’espressione “vergin luna”, appellativo rivolto all’astro, non indica soltanto la presunta intangibilità e purezza della luna, ma sottolinea soprattutto il suo distacco assoluto, algido e incorruttibile rispetto alla sofferenza mortale che dilania il mondo terreno sottostante. Quando il pastore descrive il percorso del vecchio gravato dal peso della vita, definisce la sua corsa “sanguinosa e incrudelita” (“lacero, sanguinoso” nel testo). Questo sintagma descrive allegoricamente in prosa il dolore fisico e lo strazio interiore dell’esistenza umana, che, costellata di fatiche indicibili, ferisce intimamente e annienta la resistenza della creatura mortale sino alla sua ineludibile fine. Il “vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo”, è l’immagine icastica dell’estrema vulnerabilità, dell’abbandono totale dell’uomo alle insidie di un fato cinico e senza scampo.
Il termine “noia”, o “tedio”, nel sistema filosofico e poetico leopardiano, non rappresenta la semplice uggia quotidiana, ma un profondo sentimento di spavento ontologico, un incolmabile vuoto interiore. Il tedio è l’impossibilità di trovare appagamento in qualsiasi cosa, l’orrore che stringe il cuore umano quando percepisce la vanità e l’inutilità del cosmo che lo circonda e la propria incapacità di provare requie. Questo è il motivo per cui il pastore prova invidia per il suo gregge (“oh te beata”): le pecore non sanno e non provano quel senso di stanchezza spirituale che tormenta l’uomo, poiché la razionalità umana porta con sé la dannazione della coscienza. L’indagine lessicale svela l’ineluttabilità della sentenza leopardiana finale, che si abbatte spietatamente sulle creature animate di ogni tempo, luogo o stirpe, racchiusa nella terribile chiusa “è funesto a chi nasce il dì natale”, a ribadire che la nascita, di per sé, porta con sé la certezza inesorabile del dolore, a prescindere dalla forma o dalla specie a cui si appartiene.
Testo
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto oblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che in suo giro lontano
alberga un verde giardino,
ove, sedendo, io possa
udir più lieve il suon della tua voce,
io dico fra me stesso:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so.
Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
Tedio, nome fatale,
che la vita ci pesa.
O greggia mia che posi, oh te beata!
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell’agio oziosa,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.
Messaggio pubblicitario
Contesto Storico e Filosofico
Il componimento prende forma a Recanati tra la fine del 1829 e la primavera del 1830, durante l’ultimo e doloroso rientro di Giacomo Leopardi nella casa paterna. È una fase drammatica della vita del poeta, segnata dall’aggravarsi dei problemi di salute, dalla crescente cecità e dall’angoscia di sentirsi prigioniero in un ambiente provinciale che avverte come ostile e soffocante, un periodo che egli stesso descriverà come una sepoltura da vivo o un “pessimo sonno”. Eppure, proprio in questa profonda reclusione fisica, l’orizzonte intellettuale di Giacomo Leopardi si espande a dismisura. Come accennato, lo spunto per questa lirica non è autobiografico o locale, ma proviene dalla lettura di un articolo del geografo russo Kirill Konstantinovič Meyendorff, pubblicato sul Journal des Savants nel settembre 1826. In questo testo si descriveva la vita dei pastori nomadi kirghisi nelle steppe dell’Asia centrale, i quali trascorrevano le notti a vagare e a intonare lunghi canti malinconici rivolti alla luna piena.
Questa immagine suggestiva e primordiale offre al poeta lo scenario ideale per sviluppare e cristallizzare il suo pessimismo cosmico. Giacomo Leopardi abbandona l’illusione di un dolore legato a specifiche condizioni storiche, sociali o individuali. Il pastore asiatico rappresenta l’uomo nel suo stato di natura, spoglio di sovrastrutture culturali e civili, l’essere umano primigenio posto di fronte all’immensità insensata del creato. Il contesto filosofico è quello dell’approdo definitivo a una visione materialistica e meccanicistica dell’universo. La natura non è più madre, né tantomeno matrigna con intenti persecutori, ma un meccanismo cieco, governato da un perpetuo e insensato ciclo di creazione e distruzione, totalmente indifferente alle sorti e alle sofferenze delle singole creature. Il pastore errante, con le sue domande semplici ma ineludibili, diventa l’emblema della coscienza umana che si scontra con questo mistero insondabile, giungendo all’amara conclusione che la miseria è la condizione universale e ineluttabile di tutto ciò che vive e respira, a prescindere dalla latitudine, dalla cultura o dal livello di civiltà.
Analisi Verticale
La struttura concettuale del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia si regge su un dialogo a senso unico, un’incessante interrogazione rivolta da un uomo finito e sofferente a un interlocutore cosmico infinito, la luna, che per la sua stessa natura non può o non vuole rispondere. Giacomo Leopardi costruisce un serrato confronto per opposizioni: da un lato c’è il moto perpetuo, circolare e apparentemente privo di senso dell’astro nel firmamento, e dall’altro il vagare altrettanto circolare, faticoso e disperatamente breve del pastore sulla terra. Questa simmetria iniziale (“Somiglia alla tua vita / la vita del pastore”) si sgretola rapidamente di fronte alla sostanziale diversità di destini. La luna, creatura “vergine” e “intatta”, è estranea al decadimento e alla morte, osserva freddamente dall’alto le vicende terrene senza esserne scalfita. Al contrario, l’esistenza umana viene ritratta, attraverso la sconvolgente allegoria del “vecchierel bianco“, come una corsa spietata e cruenta, un calvario logorante verso l’unico traguardo certo: “abisso orrido, immenso”, l’annientamento totale nel nulla.
Scavando ancora più a fondo, il poeta decostruisce radicalmente il mito rousseauiano della natura benevola e dell’uomo primitivo felice. Il pastore, sebbene viva a stretto contatto con gli elementi naturali, non trova in essi alcun conforto. Al contrario, la sua elementare razionalità, il suo essere dotato di pensiero lo condanna a interrogarsi sul “perché” delle cose, sull’utilità dell’universo infinito, scontrandosi inesorabilmente contro il muro del silenzio cosmico. È proprio la facoltà di ragionare a innescare il dramma esistenziale. Questa dolorosa consapevolezza raggiunge l’apice nel confronto con il gregge. Il bestiame, privo di raziocinio, può giacere all’ombra riposando senza avvertire il vuoto opprimente della noia. Il pastore, invece, quando cessa di faticare e tenta di riposare, viene assalito dal “tedio“, da uno stimolo inquieto che gli ricorda la profonda inappagabilità del suo animo. L’analisi spietata di Giacomo Leopardi conclude che la sofferenza e la miseria non sono un accidente, ma il fondamento stesso dell’essere vivo; la nascita è una sventura e l’atto di generare richiede ai genitori il paradossale e ingrato compito di consolare costantemente il figlio per averlo messo al mondo.
Temi e Significati
Il tema centrale e devastante dell’ode è la noia, o tedio, che Giacomo Leopardi definisce il più nobile dei sentimenti umani poiché rivela l’infinità dell’animo rispetto alla piccolezza della realtà materiale. Il tedio non è una semplice insoddisfazione passeggera, ma la percezione fisica e spirituale di un vuoto incolmabile, l’orrore che prova la coscienza quando intuisce che niente al mondo, nessun piacere, nessuna conquista terrena, potrà mai colmare la sua inesausta sete di felicità. Il pastore prova invidia per il proprio gregge proprio perché gli animali, appagati nel loro stato di mera sussistenza fisiologica, non avvertono questo abisso interiore, non conoscono la miseria della propria condizione e vivono ignari di un destino di sofferenza e morte. La razionalità umana è dunque una maledizione che amplifica a dismisura il dolore dell’esistere.
Un secondo nucleo di significato risiede nella totale e irrimediabile negatività del fatto stesso di nascere. Giacomo Leopardi sradica l’istinto biologico della prosecuzione della specie, interrogandosi sgomento sul senso di perpetuare la vita se questa è, essenzialmente, un calvario ininterrotto. L’osservazione dell’infanzia non genera tenerezza, ma sgomento: il primo vagito del neonato è un pianto di sofferenza di fronte al trauma dell’esistenza, e l’intera cura genitoriale si riduce al disperato tentativo di compensare la colpa di aver donato una vita intrisa di tormenti. Infine, il mistero insondabile del cosmo (“che fa l’aria infinita?”) rimane l’enigma insoluto. Il pastore postula che forse la luna, entità superiore, ne conosca le ragioni e sappia trarre qualche “bene o contento” dagli eterni moti dell’universo; ma per l’uomo mortale, spoglio di illusioni, la sentenza è definitiva e irrevocabile: a lui “la vita è male”, un dato di fatto esperienziale, oggettivo, inoppugnabile.
Messaggio pubblicitario
Forma Poetica
La veste metrica e stilistica del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è quella della canzone libera leopardiana, la forma che l’autore forgiò per adattarsi alle inflessioni e alle pause del suo pensiero dolente. Il componimento è suddiviso in sei ampie strofe di lunghezza variabile, composte da endecasillabi e settenari che si alternano liberamente, senza uno schema fisso e preordinato di rime. Questa libertà strutturale consente alla poesia di fluire con la naturalezza e il ritmo di una meditazione solitaria, di un monologo interiore sussurrato nella solitudine della notte stellata. Non vi sono le architetture rigide della canzone petrarchesca; la rima interviene per sottolineare, suggellare o accentuare particolari snodi concettuali, ma non costringe il verso in gabbie obbligate.
Un elemento metrico di straordinaria importanza e di potente efficacia espressiva è la ricorrenza di un fonema dominante in chiusura di strofa. Ciascuna delle sei stanze, infatti, si conclude tassativamente con una rima in “-ale”, una scelta fonetica e ritmica che fissa concetti ineludibili come “immortale”, “mortale”, “male”, “natale”. Questa cadenza iterativa funziona come un rintocco funebre, un inesorabile ritornello che sancisce, con l’implacabilità di una legge fisica, il destino tragico dell’uomo, riconducendo il respiro libero della meditazione all’inesorabile conclusione del dolore e del nulla. Lo stile linguistico mescola la più alta terminologia filosofica, purificata e resa astratta, a movenze e forme apparentemente popolari e ingenue, come le apostrofi dirette alla luna e al gregge (“Dimmi, o luna”, “O greggia mia che posi”), innalzando la voce ruvida e primitiva di un pastore nomade al vertice assoluto della speculazione metafisica universale.
Riassunto Lampo
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Giacomo Leopardi dà voce a un viandante nomade che, perso nella vastità della notte asiatica, interroga disperatamente la luna sul senso di una vita inesorabilmente breve e intrisa di fatica, paragonandola al cammino spietato di un vecchio infermo verso l’abisso della morte. Il poeta espone in versi il suo pessimismo cosmico, dimostrando come la razionalità umana porti la dannazione della noia e la dolorosa consapevolezza dell’inutilità del cosmo; e chiude con la devastante e definitiva constatazione che l’atto stesso della nascita è, per chiunque e in qualsiasi forma, una condanna e una funesta calamità.
Cosa Ricordare
L’opera è stata composta a Recanati a cavallo tra il 1829 e il 1830, segnando il punto di non ritorno della riflessione filosofica di Giacomo Leopardi in merito al pessimismo cosmico. A differenza delle altre liriche del periodo, il poeta abbandona gli scenari biografici e provinciali per abbracciare l’orizzonte sterminato dell’Asia, scegliendo come protagonista un pastore kirghiso la cui figura gli fu suggerita dalle letture scientifiche e geografiche del tempo. La canzone si snoda attraverso tre grandi direttrici concettuali: la tragica inutilità della fatica umana magistralmente raffigurata dal vecchio claudicante gravato dal peso vitale, l’invidia amara provata per il bestiame inconsapevole che ignora la tortura intellettuale della noia, e l’affermazione radicale che l’intero creato non ha scopo e che per l’uomo il fatto nudo e crudo di nascere coincide inevitabilmente con una sciagura irrimediabile, chiudendosi con la celebre rima in “-ale” che sancisce l’invalicabile destino di sventura di tutti i viventi.
Immagini Simboliche
L’apparato allegorico del componimento è dominato da immagini di abbagliante potenza visiva, prima fra tutte la luna, descritta come un’entità vergine, intatta e silenziosa, l’incarnazione astrale di una natura lontanissima, maestosa e ferocemente indifferente allo strazio delle creature mortali. Ancora più sconvolgente è la raffigurazione della vita umana nelle vesti del “vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo”: l’uomo è ridotto a una larva claudicante, spogliato di ogni dignità, che si ostina a correre affannosamente sotto il peso intollerabile dell’esistenza, calpestando sassi aguzzi e sfidando tempeste e aridità, soltanto per precipitare ciecamente in un abisso oscuro che azzera tutto. Infine, vi è il gregge, che giace ozioso e immoto, simbolo doloroso di una condizione di beatitudine vegetativa irraggiungibile per l’essere pensante; gli animali riposano in pace perché sprovvisti della condanna di una mente razionale capace di interrogarsi sul nulla cosmico e di venire oppressa dal peso invisibile ma schiacciante della noia.
Collegamenti Utili
All’interno dell’immenso edificio concettuale costruito da Giacomo Leopardi, il Canto in esame dialoga in modo profondo e serrato con i grandi approdi filosofici delle Operette morali, ed in particolar modo con il celebre e amaro Dialogo della Natura e di un Islandese, dove emerge in maniera esplicita la stessa concezione di un meccanismo cosmico dominato da forze insensibili e indifferenti alle innumerevoli miserie del genere umano. Se nella precedente opera giovanile L’infinito lo smarrimento dell’io di fronte all’immensità dello spazio e del tempo procurava ancora una forma di naufragio dolce e appagante, nel pastore asiatico l’infinità dei mondi diviene una spaventosa “solitudine immensa” che genera soltanto vuoto, orrore e isolamento. Si può inoltre riscontrare un tragico rovesciamento tematico rispetto a liriche come A Silvia, in cui, benché la natura venisse già descritta come ingannatrice, si conservava ancora il fragile ricordo di un’illusione giovanile e di una speranza, definitivamente azzerate e spazzate via sotto i cieli gelidi dell’Asia.
Messaggio pubblicitario
FAQ Domande Frequenti
Perché Leopardi ha scelto un pastore dell’Asia come protagonista del Canto?
Giacomo Leopardi scelse di far parlare un pastore dell’Asia centrale per slegare la propria riflessione filosofica da ogni contingenza autobiografica e storica e renderla universale. Prendendo spunto dalla lettura di un articolo del geografo russo Kirill Konstantinovič Meyendorff, che descriveva l’usanza dei pastori nomadi kirghisi di trascorrere le notti cantando alla luna, il poeta individuò in questa figura primitiva l’uomo allo stato di natura, spoglio di civiltà e pregiudizi, che osserva la vastità dei cieli e pone a un cosmo immenso e incomprensibile le domande ineludibili sull’esistenza e sul dolore.
Qual è l’atteggiamento della luna di fronte alle domande disperate del pastore?
La luna mantiene per tutta la durata dell’ode un contegno di assoluto e glaciale silenzio; non risponde né si cura del pianto e delle afflizioni del mortale viandante. Essa viene invocata con gli appellativi di vergine e intatta, qualità che non designano solamente la purezza luminosa dell’astro, ma sottolineano la sua immortalità, la sua lontananza incorruttibile dalle bassezze, dalle fatiche e dalle malattie che corrodono il mondo terreno, rappresentando l’essenza stessa di un universo impassibile.
In che cosa consiste esattamente la noia o il tedio per il poeta marchigiano?
Nel pensiero maturo di Giacomo Leopardi, la noia non si configura affatto come un banale fastidio quotidiano, bensì come un profondo spavento ontologico, un male spirituale che opprime l’animo. Il tedio è la percezione tangibile e angosciante di un vuoto assoluto, l’amara consapevolezza dell’incapacità di trovare alcuna soddisfazione, alcuno scopo o senso nelle cose umane; è il dolore sottile e penetrante di chi desidera la felicità ma si scontra con la sua radicale irrealizzabilità nella vita presente.
Perché il pastore dichiara di provare invidia nei confronti del proprio gregge?
Il protagonista nutre un profondo senso di invidia verso il suo gregge poiché gli animali, essendo privi della ragione complessa e della capacità di speculazione astratta, sono in grado di ignorare del tutto la miseria e la tragedia insita nella propria condizione biologica. Essi si riposano pacificamente senza essere mai trafitti dal tormento incessante della mente, dimenticano in fretta ogni paura fisica e, soprattutto, non avvertono mai il peso insostenibile della noia esistenziale, vivendo sereni in una beata incoscienza che all’uomo razionale è per sempre preclusa.
Quale amara conclusione definitiva trae il poeta nell’ultima parte dell’opera?
L’ultima strofa sigilla il componimento con un verdetto tragico, universale e incontrovertibile: il male di vivere non dipende dallo stato sociale, dal livello di civiltà, dalle circostanze storiche o dall’avere o meno la capacità di volare tra le stelle. Giacomo Leopardi afferma, sfidando ogni estrema e residua illusione rassicurante, che per qualsiasi creatura che venga partorita su questo pianeta, a prescindere se si trovi nel lusso di un palazzo o nella ferocia selvaggia di una tana boschiva, il giorno stesso in cui si viene alla luce è sempre, fatalmente e inesorabilmente, un giorno di lutti e di sciagure irredimibili.
Puoi leggere su poesieitaliane.it la biografia di Giacomo Leopardi
Consiglio di lettura: Per approfondire la filosofia del componimento Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, e dei Canti di Giacomo Leopardi, puoi consultare una di queste ottime edizioni commentate disponibili su Amazon.
Ascolta Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi con Audible.
Altre poesie di Giacomo Leopardi presenti nel nostro archivio:
-
A se stesso
A se stesso è una delle liriche più dure di…
-
A Silvia
In “A Silvia”, Giacomo Leopardi rievoca la giovinezza luminosa della…
-
All’Italia
Cita questa pagina o incorpora l’articolo Anteprima del box: Giacomo…
-
Alla luna
Un’analisi critica e filologica approfondita della celebre poesia di Giacomo…
-
Alla sua donna
In “Alla sua donna”, Giacomo Leopardi si rivolge alla donna…
-
Il passero solitario
Il passero solitario di Giacomo Leopardi racconta la giovinezza osservata…
-
Il sabato del villaggio
In Il sabato del villaggio, Giacomo Leopardi descrive il paese…
-
Imitazione
Imitazione di Giacomo Leopardi è una poesia giovanile che dialoga…
-
L’infinito
L’infinito di Giacomo Leopardi nasce da un’esperienza semplice: un colle,…
-
La ginestra
La ginestra di Giacomo Leopardi, composta nel 1836 durante il…
Altre poesie dello stesso Genere presenti nel nostro archivio:
-
Adda (Idillio a Vincenzo Monti)
Un idillio giovanile in cui Alessandro Manzoni dialoga con il…
-
Alla Musa
Una lirica giovanile di Alessandro Manzoni che invoca la Musa…
-
Alla sera
Alla sera di Ugo Foscolo è un sonetto in cui…
-
Ben si dee tregua dare
Analisi profonda della celebre ballata di Angelo Poliziano. Scopri come…
-
Chi è questa che vien, ch’ogn’om la mira
Un’analisi approfondita del capolavoro in cui il poeta indaga i…
-
Floare albastră
Un’analisi profonda del capolavoro in cui il mito romantico del…
-
I pastori
Un’analisi letteraria e filologica del capolavoro autunnale di Gabriele d’Annunzio.…
-
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino
Analisi filologica e tematica della celebre ballata in cui il…
-
Il bolide
Il bolide di Giovanni Pascoli racconta un’esperienza notturna in cui…
-
Il gelsomino notturno
Una delle liriche più celebri di Giovanni Pascoli, dove la…


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.