Giacomo Leopardi, 1818
Testo
O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: dite dite;
chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perchè? dov’è la forza antica,
dove l’armi e il valore e la costanza?
chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l’auree bende?
Come cadesti o quando
da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl’italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranie contrade
pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
l’Itala gioventude? O numi, o numi:
pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia
consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui,
per altra gente, e non può dir morendo:
alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
l’antiche età, che a morte
per la patria correan le genti a squadre;
e voi sempre onorate e gloriose,
o tessaliche strette,
dove la Persia e il fato assai men forte
fu di poch’alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l’onda
e le montagne vostre al passeggere
con indistinta voce
narrin siccome tutta quella sponda
coprìr le invitte schiere
de’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
serse per l’Ellesponto si fuggia,
fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d’Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l’etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch’offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch’al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell’armi e ne’ perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell’acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L’ora estrema vi parve, onde ridenti
correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch’a danza e non a morte andasse
ciascun de’ vostri, o a splendido convito:
ma v’attendea lo scuro
tartaro, e l’onda morta;
nè le spose vi foro o i figli accanto
quando su l’aspro lito
senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de’ Persi orrida pena
ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
or salta a quello in tergo e sì gli scava
con le zanne la schiena,
or questo fianco addenta or quella coscia;
tal fra le Perse torme infuriava
l’ira de’ greci petti e la virtute.
Ve’ cavalli supini e cavalieri;
vedi intralciare ai vinti
la fuga i carri e le tende cadute,
e correr fra’ primieri
pallido e scapigliato esso tiranno;
ve’ come infusi e tinti
del barbarico sangue i greci eroi,
cagione ai Persi d’infinito affanno,
a poco a poco vinti dalle piaghe,
l’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva:
beatissimi voi
mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell’imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro
amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando
verran le madri ai parvoli le belle
orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente
dall’uno all’altro polo.
Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle
fosse del sangue mio quest’alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
ch’io per la Grecia i moribondi lumi
chiuda prostrato in guerra,
così la vereconda
fama del vostro vate appo i futuri
possa, volendo i numi,
tanto durar quanto la vostra duri.
Spiegazione
Il componimento è stato scritto da Giacomo Leopardi nel settembre del 1818. Si tratta della prima delle sue canzoni civili, pubblicata inizialmente a Roma nel 1819 insieme alla lirica “Sopra il monumento di Dante“
In questa canzone, Giacomo Leopardi esprime il suo profondo dolore per lo stato di decadenza in cui versa l’Italia del suo tempo. Il poeta immagina di guardarsi intorno e vedere i resti monumentali del passato, come le “erme” (pilastri che terminano con una testa scolpita), ma nota che manca la grandezza morale e militare che un tempo rendeva illustre la nazione.
L’Italia viene personificata come una donna bellissima ma ferita, umiliata e incatenata. Un esempio pratico di questa sofferenza è la descrizione della donna che siede a terra con il volto tra le ginocchia, un’immagine che richiama la solitudine e la sconfitta.
Il poeta si chiede chi abbia ridotto il Paese in questo stato e si scaglia contro i giovani italiani che vanno a morire nelle guerre decise da altri popoli (riferendosi alle campagne napoleoniche), invece di combattere per la propria indipendenza.
Giacomo Leopardi arriva a offrire la propria vita, dichiarando di voler combattere da solo per risvegliare l’orgoglio dei suoi concittadini.
Contesto Storico
Il 1818 è un anno cruciale per l’Italia, che si trova nel pieno della Restaurazione dopo la caduta di Napoleone Bonaparte.
La penisola è divisa e soggetta all’influenza delle potenze straniere, in particolare dell’Austria. In questo clima di repressione e mancanza di libertà politica, molti intellettuali iniziano a riflettere sull’identità nazionale.
Giacomo Leopardi scrive questa canzone poco prima dei moti rivoluzionari del 1820-21, intercettando quel sentimento di frustrazione che porterà poi al Risorgimento.
L’opera risente anche dell’influenza di Pietro Giordani, amico del poeta, che lo spinse a occuparsi di temi civili e patriottici.
Analisi
L’analisi del testo mostra una forte contrapposizione tra il passato glorioso e il presente misero. Il linguaggio utilizzato da Giacomo Leopardi è classico e solenne, ma carico di una tensione emotiva moderna.
Un termine significativo è “procomberò”, che significa cadere morto in battaglia combattendo in prima linea; questa parola sottolinea il desiderio di sacrificio eroico del poeta.
Il poeta utilizza la tecnica dell’apostrofe, ovvero si rivolge direttamente alla patria come se fosse una persona reale davanti a lui.
Questa lirica si discosta dalle opere successive più filosofiche, come A Silvia di Giacomo Leopardi, perché qui l’attenzione è rivolta alla storia e alla politica piuttosto che alla condizione esistenziale dell’uomo.
Tuttavia, si intravede già quel senso di “rimembranza” (l’atto di ricordare con nostalgia) che sarà tipico di tutta la sua produzione. Il tono è declamatorio, quasi come un discorso rivolto a una folla per scuoterla dal torpore morale.
Temi e Significati
Il tema centrale è il patriottismo inteso come impegno civile e morale. Giacomo Leopardi non si limita a piangere sulle rovine, ma denuncia una colpa: l’inerzia degli italiani.
Un altro tema fondamentale è la critica al mercenariato e alle guerre straniere. Il poeta prova compassione per i soldati italiani morti in Russia per servire gli interessi della Francia, definendo la loro morte “miseria” perché priva del conforto di morire per la propria terra.
Questo concetto di amore per la patria si ritrova anche in altri autori, come nel “Carme dei Sepolcri” di Ugo Foscolo, dove il valore degli antenati serve da esempio per i vivi.
Infine, emerge l’eroismo individuale: il poeta, pur sentendosi fisicamente debole o inadatto alle armi, si propone come l’unico difensore della dignità nazionale attraverso la forza della sua parola e del suo sacrificio ideale.
Forma Poetica
La lirica è una canzone composta da strofe di varia lunghezza, note come stanze. In questo caso specifico, la struttura metrica è libera, un’innovazione che Giacomo Leopardi porterà a perfezione nelle opere successive.
All’interno delle strofe si alternano endecasillabi (versi di undici sillabe) e settenari (versi di sette sillabe), con uno schema di rime complesso ma non rigido.
La scelta di questa forma permette al poeta di alternare momenti di riflessione lenta a momenti di grande slancio oratorio, rendendo il ritmo della poesia simile a quello di un’orazione classica.
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