Gabriele D’annunzio, 1093
Testo
Settembre, oggi veder vorrei l’azzurro
del tuo cielo riempiere la bocca
rotonda della maschera di pietra
in cima alla colonna che si sfalda
nei secoli, convolta dal rosaio
che si sfoglia nell’ora, entro quel chiostro
quadrato che di biondo travertino
chiarisce il cotto delle antiche Terme.
Forse d’Orfeo ragionerei con Erme
sul margine del fonte ove i delfini
reggon la tazza in su le code erette;
o forse udrei l’ammonimento grave
dei due neri superstiti cipressi
ai due lor verdi cipressetti alunni
che crescono ove caddero i maggiori
percossi dalla folgore di luglio.
O forse mi parrebbe, oltre il cespuglio
soave, udire l’ansito del servo
alla stanga appaiato col giumento
circa la mola cònica di lava;
e più de’ nudi torsi, e più de’ busti
e più de’ cippi mi sarebbe cara
l’ombra delle farfalle su pè dolii
risarciti con piombo dal colono.
Settembre, là, sul fianco del bel Trono
d’Afrodite, l’aulètride dagli occhi
a mandorla e dal seno di cotogna
sta, sovrapposta l’una all’altra coscia,
adagiata sonando le due tibie
con i frammenti dell’esperte dita;
e il Re Pastore immoto nel basalte
figge all’Eternità gli occhi corrosi.
Ronzano l’api ne’ silenziosi
orti dei bianchi monaci defunti;
e nelle celle àbitano gli iddii,
lacerano le Menadi la vittima,
Anassimandro medita, dal muro
svegliasi il carme dei fratelli Arvali.
“Enos Lases iuvate”. Un’ape or entra,
per la chioma di Iulia che l’illude.
Nell’alveo d’un ricciolo si chiude.
Spiegazione
La poesia Le terme è di Gabriele d’Annunzio, uno dei protagonisti assoluti della letteratura italiana tra Ottocento e Novecento. L’autore nasce nel 1863 e muore nel 1938, attraversando l’Italia postunitaria, la Belle Époque, la Prima guerra mondiale e il primo dopoguerra.
Le terme viene generalmente collocata nell’orizzonte creativo di Gabriele d’Annunzio legato alle Laudi, e in particolare alla stagione di Alcyone, anche se non è tra i testi più noti al grande pubblico. Il clima, il linguaggio e l’immaginario sono quelli del Gabriele d’Annunzio maturo, affascinato dal mito, dalla natura e dalla fusione tra passato classico e sensibilità moderna.
Le terme mette in scena un luogo preciso: un complesso termale antico, con colonne, maschere di pietra, chiostro quadrato, travertino, resti di statue, cippi e dolii (grandi recipienti in terracotta). Siamo in settembre, e il poeta si rivolge al mese come a un interlocutore vivo, quasi una persona, chiedendo di poter rivedere quel cielo azzurro che riempie la bocca rotonda di una maschera di pietra in cima a una colonna ormai corrosa dal tempo.
Il chiostro quadrato, fatto di travertino chiaro, illumina il cotto delle antiche terme. L’immagine è quella di un luogo sospeso tra rovina e bellezza, dove il tempo ha consumato le strutture, ma non ha cancellato il fascino del complesso. È come entrare in un sito archeologico in una giornata di fine estate, quando la luce è morbida e l’aria è già un po’ più fresca.
Il poeta immagina di poter parlare di Orfeo con Ermes, seduto presso una fonte decorata da delfini che reggono una tazza con le code sollevate. Qui il paesaggio reale si mescola subito al mito: le terme non sono solo un luogo fisico, ma un punto di contatto tra mondo umano e mondo divino.
Poi lo sguardo si sposta sui cipressi: due neri superstiti e due giovani cipressetti verdi che crescono dove i più grandi sono caduti, colpiti da un fulmine di luglio. L’immagine è molto concreta: chiunque abbia visto un cimitero o un viale di cipressi può immaginare gli alberi abbattuti e i nuovi germogli che li sostituiscono. Ma è anche un simbolo di continuità tra generazioni, di morte e rinascita.
Il poeta immagina di sentire il respiro affannoso di un servo che, insieme a un giumento, gira attorno a una mola conica di lava. È una scena di lavoro faticoso, quasi contadina, che contrasta con la raffinatezza del complesso termale e con le statue. Più dei busti, dei torsi e dei cippi, però, a Gabriele d’Annunzio sembra cara l’ombra delle farfalle sui dolii riparati con piombo dal colono: un dettaglio minuscolo, delicato, che rende vivo il luogo più di qualsiasi monumento.
Nella parte successiva, il poeta descrive il Trono di Afrodite e una aulètride, cioè una suonatrice di aulòs (uno strumento a fiato antico), dagli occhi a mandorla e dal seno “di cotogna”, immagine sensuale e concreta. La donna è seduta, con le cosce sovrapposte, e suona le due tibie con dita esperte. Accanto a lei, il Re Pastore, scolpito nel basalto, fissa l’eternità con occhi corrosi dal tempo.
Intorno ronzano le api negli orti silenziosi dei monaci defunti, e nelle celle abitano gli dei, le Menadi sbranano la vittima, Anassimandro medita, e dal muro si risveglia il canto dei Fratelli Arvali, con il celebre “Enos Lases iuvate”. Alla fine, un’ape entra tra i capelli di Iulia, ingannata dalla chioma, e si chiude nell’alveo di un ricciolo. La poesia si chiude su questo gesto minuscolo, quasi cinematografico, che riporta tutto a una scala intima e quotidiana.
Contesto Storico
Le terme nasce in un periodo in cui Gabriele d’Annunzio è profondamente affascinato dal mondo classico, dai miti greci e romani, e dalla possibilità di farli rivivere nella modernità. Siamo all’inizio del Novecento, in un’Italia che si sta industrializzando, ma che conserva ancora un rapporto forte con il paesaggio rurale e con le rovine del passato.
Le rovine romane, le terme, i chiostri, i monasteri sono luoghi reali che chiunque, ancora oggi, può visitare in molte città italiane. Per un lettore dell’epoca, l’ambientazione non è astratta: richiama passeggiate tra resti antichi, visite a complessi termali, giornate di fine estate in cui il turismo culturale comincia a diventare un’esperienza diffusa.
Sul piano culturale, Gabriele d’Annunzio è una figura centrale del Decadentismo italiano. La sua poesia cerca una bellezza assoluta, sensoriale, capace di coinvolgere tutti i sensi, e spesso si nutre di riferimenti colti, mitologici, filosofici. In Le terme, questo si traduce in una stratificazione di piani: il paesaggio reale, il mito greco, la religione romana, la presenza cristiana dei monaci, la filosofia di Anassimandro.
È un’epoca in cui la modernità convive con un forte bisogno di radici. Le rovine diventano un modo per interrogare il tempo, la storia, la continuità tra passato e presente. Le terme, in questo senso, sono un luogo perfetto: nate per il benessere del corpo, diventano nella poesia un laboratorio di memoria e di immaginazione.
Analisi
Uno degli aspetti più interessanti di Le terme è il modo in cui Gabriele d’Annunzio costruisce il tempo. La poesia si svolge in un presente preciso, “Settembre”, ma continuamente apre varchi verso epoche diverse: l’antichità pagana, il mondo romano, il medioevo monastico, la modernità del poeta che osserva.
Il chiostro quadrato di travertino, le colonne che si sfaldano, i busti e i cippi sono resti di un passato remoto. Ma la presenza dei monaci defunti e degli orti silenziosi introduce un altro strato storico, quello cristiano. Infine, il servo alla mola, il colono che ripara i dolii con il piombo, le farfalle, le api, Iulia: sono figure che potremmo immaginare in un qualsiasi borgo italiano tra Ottocento e Novecento.
La poesia funziona come una sovrapposizione di diapositive. Se pensiamo a una visita reale a un sito archeologico, capita spesso di vedere turisti, guide, operai, piante, animali, accanto a statue, iscrizioni, resti di affreschi. Le terme di Gabriele d’Annunzio sono esattamente questo: un luogo dove il passato non è morto, ma convive con il presente.
Dal punto di vista delle immagini, la poesia alterna dettagli monumentali e dettagli minimi. Il Trono di Afrodite, la aulètride, il Re Pastore in basalto sono figure solenni, quasi da museo. Ma l’ombra delle farfalle sui dolii riparati, il respiro del servo, il ronzio delle api, l’ape che si infila tra i capelli di Iulia sono dettagli quotidiani, che rendono il quadro vivo e concreto.
Questa alternanza crea un effetto di profondità. Il lettore non resta a distanza, come davanti a una cartolina, ma viene invitato a “entrare” nel luogo, a sentirne gli odori, i suoni, la temperatura. È lo stesso tipo di immersione sensoriale che si trova in altre poesie di Gabriele d’Annunzio, come La pioggia nel pineto o La sera fiesolana, entrambe in Alcyone.
Un altro elemento importante è la presenza del mito. Orfeo, Ermes, Afrodite, le Menadi, gli dei, i Fratelli Arvali: non sono solo citazioni erudite, ma presenze che abitano il luogo. È come se le terme fossero un teatro in cui, nello stesso spazio, recitano personaggi di epoche diverse.
La filosofia entra in scena con Anassimandro, che medita nelle celle. Il riferimento non viene spiegato, ma richiama l’idea di un pensiero antico che riflette sull’origine del mondo, sull’apeiron (l’indefinito), sul ciclo di nascita e morte. In un luogo dove cipressi cadono e cipressetti crescono, dove statue si corrodono e farfalle volano, la meditazione di Anassimandro appare perfettamente coerente.
Infine, il latino del carme dei Fratelli Arvali, “Enos Lases iuvate”, aggiunge un ulteriore livello di voce. È come se il muro stesso parlasse, restituendo un frammento di liturgia antica. Il lettore si trova così immerso in un coro di lingue, epoche, religioni.
Temi e Significati
Uno dei temi centrali è il rapporto tra passato e presente. Le terme sono un luogo di stratificazione storica: romano, cristiano, moderno. Il poeta non sceglie un solo tempo, ma li tiene tutti insieme, come se il luogo fosse una memoria vivente.
Un altro tema forte è la continuità della vita. I cipressi abbattuti dal fulmine e i cipressetti che crescono al loro posto, le statue corrose e le farfalle che volano, i monaci defunti e le api che ronzano negli orti: tutto suggerisce che nulla finisce davvero, ma si trasforma. È una forma di “consolazione” laica, che non passa per una dottrina religiosa esplicita, ma per l’osservazione della natura.
C’è poi il tema del mito come chiave di lettura del reale. Parlare di Orfeo con Ermes, immaginare Afrodite, le Menadi, gli dei che abitano le celle, significa leggere il paesaggio con gli occhiali della cultura classica. Per Gabriele d’Annunzio, il mito non è un racconto lontano, ma un modo di dare senso al presente.
La poesia tocca anche il tema del lavoro e della fatica. Il servo alla mola, il giumento, il colono che ripara i dolii sono figure umili, che ricordano che dietro ogni luogo “bello” ci sono mani che lavorano, sudore, gesti ripetuti. È un richiamo concreto, che impedisce alla poesia di diventare pura decorazione.
Infine, c’è il tema dello sguardo. Il poeta sceglie cosa guardare: non solo le grandi statue, ma anche l’ombra delle farfalle, l’ape tra i capelli di Iulia. È un invito implicito al lettore: per capire davvero un luogo, non basta fotografare il monumento principale, bisogna fermarsi sui dettagli.
Forma Poetica
Le terme è scritta in versi liberi, con grande libertà metrica e ritmica, tipica della produzione matura di Gabriele d’Annunzio. Non c’è uno schema fisso di rime, né una regolarità di endecasillabi o settenari come nella tradizione classica italiana.
La musicalità nasce soprattutto dall’uso delle allitterazioni (ripetizioni di suoni), dalle assonanze (somiglianze vocaliche), dal ritmo interno delle frasi. Se si legge ad alta voce, si percepisce una cadenza lenta, meditativa, adatta a un luogo di silenzio e di memoria come le terme.
La sintassi è spesso ampia, con frasi che si distendono su più versi, ma senza diventare incomprensibili. Gabriele d’Annunzio alterna periodi più lunghi a segmenti brevi, creando un movimento che ricorda il passo di chi cammina, si ferma, osserva, riprende a camminare.
Il lessico è ricco di termini specifici: travertino, cippi, dolii, aulètride, Fratelli Arvali. Sono parole che rimandano a un mondo colto e archeologico, ma vengono sempre collocate in contesti concreti, così che il lettore possa intuire il significato anche se non conosce il termine. Quando necessario, una breve spiegazione tra parentesi aiuta a fissare il concetto.
Dal punto di vista strutturale, la poesia procede per quadri. Ogni gruppo di versi sembra concentrarsi su una scena: il chiostro e la maschera di pietra, i cipressi, il servo alla mola, il Trono di Afrodite, gli orti dei monaci, l’ape tra i capelli di Iulia. È una forma di montaggio, quasi cinematografico, che anticipa sensibilità visive molto moderne.
Riassunto Lampo
Il poeta si rivolge a settembre e desidera rivedere un complesso di antiche Terme, oggi trasformate ma ancora vive di memorie. Dentro un chiostro di travertino, tra colonne che si sfaldano e roseti che perdono i petali, immagina di parlare con divinità come Orfeo e Ermes, di ascoltare l’ammonimento dei cipressi, di sentire il respiro affannoso di un servo che lavora con un giumento.
Più delle statue e dei monumenti, il poeta ama i segni minimi della vita: l’ombra delle farfalle sui vasi riparati, il ronzio delle api, l’ape che si nasconde in un ricciolo di Iulia. Nel luogo convivono monaci defunti, dei pagani, filosofi antichi e riti arcaici: il tempo non è lineare, ma un intreccio di presenze.
Cosa Ricordare
Una frase per fissare l’idea centrale potrebbe essere: “Le pietre ricordano, ma sono le piccole vite a tenerle davvero in vita”. Ricorda che in Le terme il vero protagonista non è solo il passato romano, ma il modo in cui il passato continua a respirare nel presente, attraverso dettagli minuscoli.
Ricorda anche il contrasto tra monumento e vita quotidiana: torsi, busti e cippi da una parte; farfalle, api, servo, colono, Iulia dall’altra. La poesia sceglie di stare dalla parte della vita, senza però cancellare la grandezza del mito e della storia.
Immagini Simboliche
La maschera di pietra con la bocca piena di cielo azzurro: simbolo di un passato che ancora “beve” il presente. I cipressi maggiori caduti e i cipressetti alunni che crescono al loro posto: immagine della continuità tra generazioni, della morte che genera nuova vita.
L’ombra delle farfalle sui dolii riparati: simbolo della leggerezza che si posa sulle cose ferite e aggiustate, della bellezza che non cancella le cicatrici. L’ape nel ricciolo di Iulia: immagine finale di intimità e di illusione, che racchiude in un gesto minimo l’intera idea di rifugio, di casa provvisoria, di incontro tra natura e umano.
Collegamenti Utili
Per restare dentro l’universo poetico di Gabriele d’Annunzio, il collegamento più naturale è con La pioggia nel pineto, dove la fusione tra uomo e natura è portata all’estremo, e con La sera fiesolana, che condivide la stessa attenzione al paesaggio e alla luce. Un altro testo utile è I pastori, in cui il tema del ritorno e della nostalgia si intreccia con il ritmo delle stagioni, come accade in Le terme con il mese di settembre.
Fuori da Gabriele d’Annunzio, si possono mettere in dialogo Le terme con L’infinito di Giacomo Leopardi, per il rapporto tra luogo concreto e apertura all’infinito, e con alcune poesie di Eugenio Montale in Ossi di seppia, dove gli oggetti e i paesaggi costieri conservano tracce di un passato difficile da decifrare ma impossibile da cancellare.
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