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Alessandro Manzoni – Il Natale (poesia)

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Alessandro Manzoni, 1812

Introduzione e Spiegazione

L’opera poetica Il Natale costituisce la terza fondamentale tappa all’interno dell’imponente architettura teologica e letteraria degli Inni sacri ideata da Alessandro Manzoni. Composto a Milano nell’arco di pochi mesi durante il 1813, questo testo rappresenta il momento in cui l’autore affronta il nucleo centrale del mistero cristiano: l’incarnazione del divino nella storia umana. Dopo aver cantato il trionfo sulla morte e celebrato il ruolo storico della Vergine, il poeta sposta la propria indagine analitica sull’evento che, secondo la dottrina, ha squarciato il tempo e lo spazio per restituire dignità a un’umanità decaduta e altrimenti priva di qualsiasi speranza di salvezza autonoma. L’inno non è concepito come una semplice e consolatoria pastorale natalizia, ma come una rigorosissima meditazione filosofica sulla condizione disperata dell’uomo prima dell’avvento di Cristo.

Attraverso questo componimento, Alessandro Manzoni sviluppa una narrazione poetica che contrappone l’infinita onnipotenza e l’eternità del Dio creatore alla finitezza e alla debolezza dell’argilla umana. L’autore rigetta ogni narrazione fiabesca e sentimentale della natività per concentrarsi sul significato etico e civile dell’evento: la discesa del divino sulla terra avviene nel nascondimento più totale, lontano dai centri del potere e dalla sfarzosa arroganza degli imperi, scegliendo come primi e unici testimoni i pastori emarginati. In questo modo, l’inno sancisce l’ennesimo e inesorabile capovolgimento delle gerarchie mondane, dimostrando come la vera gloria e il perdono universale scaturiscano dall’umiltà del presepio e non dalla superbia dei dominatori. La poesia si eleva così a manifesto di una fede che riscatta gli ultimi, offrendo all’umanità una possibilità di rinascita spirituale altrimenti impossibile da conquistare con le sole forze umane.

Parafrasi integrale in prosa

L’inno sacro di Alessandro Manzoni prende avvio in maniera drammatica e teologicamente potentissima attraverso l’utilizzo di una lunga e celebre similitudine geologica. L’autore paragona la caduta spirituale dell’umanità a un enorme masso di pietra che, staccandosi inesorabilmente dalla vetta di una ripida montagna a causa di una rovinosa frana, precipita con fragore lungo un sentiero roccioso per poi schiantarsi a fondovalle, dove rimane fermo e immobile. Una volta precipitato in fondo all’abisso, quel blocco di pietra giace inerte nella sua pesante massa e, anche se dovessero trascorrere interi secoli, non potrà mai più rivedere la luce del sole sulla cima dalla quale è caduto, a meno che una forza benevola ed esterna non lo sollevi nuovamente verso l’alto.

Allo stesso identico modo, prosegue il poeta, l’umanità misera giaceva inerme dopo aver commesso il peccato originale. Da quel giorno primordiale, una giusta ira divina aveva condannato gli esseri umani a sprofondare nell’abisso di ogni male, dal quale nessuno era più in grado di rialzare il proprio collo superbo. Alessandro Manzoni si domanda allora con tono angosciato quale persona mortale, nata sotto il segno della colpa e dell’inimicizia, avrebbe mai potuto avere l’autorità di rivolgersi a un Dio puro e inaccessibile per chiedergli perdono, per stringere un nuovo patto di alleanza eterna e per strappare le anime umane al dominio incontrastato degli inferi.

La risposta a questa angoscia cosmica arriva con un annuncio di giubilo: ci è stato donato un figlio. Al solo muoversi del suo sguardo, le potenze del male tremano di terrore. Questo neonato divino porge la propria mano all’uomo decaduto, permettendogli di rialzarsi e di riconquistare una dignità persino superiore a quella originaria. Dal paradiso sgorga una fonte di grazia che scende sulla terra arida, facendo fiorire la vita e la dolcezza del miele laddove prima crescevano solo rovi pungenti e tribolazioni. L’autore si rivolge quindi direttamente al Figlio eterno, generato da Dio da sempre, affermando che nessuno può dirgli di aver avuto inizio insieme a lui, poiché la sua natura divina non può essere misurata dallo spazio del vasto universo, da lui stesso creato attraverso la potenza della parola.

Il componimento si interroga poi sul mistero incomprensibile della grazia, chiedendosi quale merito potesse mai avere l’argilla umana, cioè la materia povera di cui siamo fatti, per ricevere l’immenso onore di essere assunta dalla divinità stessa. La risposta risiede unicamente nell’infinita e imperscrutabile pietà di Dio. Il testo passa quindi alla narrazione cronachistica e storica: nella città di Efrata, l’antico nome biblico di Betlemme, è giunta una Vergine pura, orgoglio del popolo d’Israele, portando in grembo il bambino. Da colei che era stata designata dalle antiche promesse, è finalmente nato colui che tutto il mondo attendeva. La madre premurosa avvolse il bambino in abiti poveri, lo adagiò dolcemente in una umile mangiatoia e, sebbene fosse la madre, si prostrò per adorarlo, beata davanti al Dio che aveva deciso di incarnarsi.

L’apparizione celeste che annuncia questo evento fondamentale non si manifesta di fronte alle porte ben sorvegliate dei palazzi dei potenti della terra. L’angelo del Signore si rivolge esclusivamente ai pastori devoti, uomini umili e totalmente ignorati dal mondo cinico e crudele. Subito dopo, una moltitudine fiammeggiante di angeli scende dal cielo nella notte per cantare inni di gloria a Dio. Finito il canto, queste schiere angeliche risalgono verso il firmamento e il suono sacro si dissolve lentamente tra le nuvole. I pastori, senza perdere un istante di tempo, si recano verso il povero riparo e lì trovano, esattamente come era stato loro annunciato, il Re dell’universo che vagisce e piange come un comune neonato, avvolto in miseri panni.

L’inno si conclude con una ninna nanna teologica e cosmica rivolta al fanciullo divino. Alessandro Manzoni invita il bambino celeste a dormire e a non piangere, ordinando alle tempeste, solitamente abituate a scatenarsi sulla terra impura come cavalli in battaglia, di non osare turbare il suo riposo. Infine, il poeta annuncia profeticamente che, anche se i popoli attuali non sanno ancora chi sia quel neonato nascosto nella polvere e nell’umiltà, arriverà inevitabilmente il giorno in cui riconosceranno in quel riparo poverissimo il vero Re dell’universo e diventeranno la sua eredità eterna.

L’analisi filologica rigorosa della prima parte dell’opera permette di decodificare il denso linguaggio figurato utilizzato da Alessandro Manzoni. Il testo descrive dettagliatamente un enorme sasso che, staccandosi dal vertice estremo di una ripida salita montana (lunga erta), viene lasciato in balia della forza incontrollabile di una frana rumorosa. Il masso precipita a valle rimbalzando lungo un sentiero diroccato (scheggiato calle) e infine si schianta sul fondo dove rimane immobile. Giace in quel luogo preciso nella sua pesantezza inerte (lenta mole) e, anche se dovessero cambiare intere epoche, non potrà mai più rivedere la luce solare della cima da cui è caduto, a meno che una forza buona e amica (virtude amica) non lo tiri fisicamente verso l’alto.

Procedendo nella traduzione letterale in prosa dei versi successivi, l’autore spiega che nello stesso modo giaceva inerte e disperato il genere umano, descritto come il misero figlio del primo peccato originale (fallo primo). Questo stato durava dal giorno in cui un’ira indescrivibile (ineffabile ira) lo aveva condannato e spinto fino in fondo al baratro di ogni dolore e malattia (imo d’ogni malor), impedendo all’umanità di sollevare la propria testa un tempo superba. Lo scrittore si interroga su chi, tra gli uomini nati sotto questa condanna, potesse rivolgersi a Dio (il Santo inaccessibile) per stipulare un nuovo accordo eterno e per strappare le anime umane al controllo dell’inferno trionfante (vincitore inferno).

Il mistero dell’incarnazione viene affrontato attraverso interrogativi teologici profondi. Alessandro Manzoni definisce il corpo umano come creata argilla, sottolineando la miseria della materia mortale, e si chiede quale merito abbia mai avuto per essere elevata a tanto onore. L’ambientazione storica si sposta a Efrata, l’antico rifugio (ostello) predetto dai profeti, dove giunge la giovane Vergine incinta (grave di tal portato). L’angelo, che funge da messaggero divino, non si dirige verso i palazzi custoditi e sorvegliati (vegliate porte) dei potenti, ma appare agli umili pastori. L’inno termina con l’immagine delle tempeste naturali, paragonate a cavalli impetuosi in guerra, a cui viene intimato di non scatenarsi sulla terra empia di fronte al sonno del fanciullo celeste nascosto nella polvere, il quale un giorno sarà riconosciuto da tutte le nazioni (nobile retaggio) come il sovrano supremo.

Testo

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all’impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;
Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà:
Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo,
Dal dì che un’ineffabile
Ira promessa all’imo
D’ogni malor gravollo,
Donde il superbo collo
Più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
Quale era mai persona,
Che al Santo inaccessibile
Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar?
Ecco ci è nato un Pargolo,
Ci fu largito un Figlio:
Le avverse forze tremano
Al mover del suo ciglio:
All’uom la mano Ei porge,
Che si ravviva, e sorge
Oltre l’antico onor.
Dalle magioni eteree
Sgorga una fonte, e scende,
E nel borron de’ triboli
Vivida si distende:
Stillano mèle i tronchi
Dove copriano i bronchi,
Ivi germoglia il fior.
O Figlio, o Tu cui genera
L’Eterno, eterno seco;
Qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empireo
Non ti comprende il giro:
La tua parola il fe’.
E Tu degnasti assumere
Questa creata argilla?
Qual merto suo, qual grazia
A tanto onor sortilla?
Se in suo consiglio ascoso
Vince il perdon, pietoso
Immensamente Egli è.
Oggi Egli è nato: ad Efrata,
Vaticinato ostello,
Ascese un’alma Vergine,
La gloria d’Israello,
Grave di tal portato:
Da cui promise è nato,
Donde era atteso uscì.
La mira Madre in poveri
Panni il Figliol compose,
E nell’umil presepio
Soavemente il pose;
E l’adorò: beata!
Innanzi al Dio prostrata,

Che il puro sen le aprì.
L’Angel del cielo, agli uomini
Nunzio di tanta sorte,
Non de’ potenti volgesi
Alle vegliate porte;
Ma tra i pastor devoti,
Al duro mondo ignoti,
Subito in luce appar.
E intorno a Lui, per l’ampia
Notte calati a stuolo,
Mille celesti strinsero
Il fiammeggiante volo;
E accesi in dolce zelo,
Come si canta in cielo,
A Dio gloria cantar.
L’allegro inno seguirono,
Tornando al firmamento:
Tra le varcate nuvole
Allontanossi, e lento
Il suon sacrato ascese,
Fin che più nulla intese
La compagnia fedel.
Senza indugiar, cercarono
L’albergo poveretto
Que’ fortunati, e videro,
Siccome a lor fu detto,
Videro in panni avvolto,
In un presepe accolto,
Vagire il Re del Ciel.
Dormi, o Fanciul; non piangere;
Dormi, o Fanciul celeste:
Sovra il tuo capo stridere
Non osin le tempeste,
Use sull’empia terra,
Come cavalli in guerra,
Correr davanti a Te.
Dormi, o Celeste: i popoli
Chi nato sia non sanno;
Ma il dì verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
Che in quell’umil riposo,
Che nella polve ascoso,
Conosceranno il Re.

Contesto Storico

La Stesura del Terzo Inno

La composizione de Il Natale si colloca in un momento di fervida produttività e di intensa riflessione teologica per Alessandro Manzoni. Ultimato nel corso del 1813, a ridosso dei precedenti inni, questo testo nasce in un’Europa scossa dai continui conflitti militari e dall’imminente collasso dell’impero costruito da Napoleone Bonaparte. In questo clima di profonda incertezza politica e di crollo delle illusioni secolari, lo scrittore avverte l’esigenza di ancorare la propria visione del mondo a una certezza incrollabile. L’indagine poetica non si concentra più sulle sorti effimere degli stati o sulle gesta dei generali, ma si sposta sull’unico evento capace, secondo la sua visione cristiana, di imprimere una direzione salvifica al caos inesorabile della storia umana: l’ingresso della divinità nel tempo mortale.

L’Attesa del Messia e la Storia Umana

L’impostazione concettuale di questo inno sacro risente in maniera evidente dell’influenza del giansenismo, una corrente teologica rigorosa che aveva profondamente segnato la conversione di Alessandro Manzoni a Parigi. Secondo questa visione severa, la natura umana, corrotta in modo irreparabile dal peccato originale, risulta del tutto incapace di compiere il bene o di redimersi attraverso le proprie esclusive forze terrene. L’intera antichità pagana e la stessa storia del popolo d’Israele vengono lette dall’autore come un’epoca di attesa angosciosa, un lunghissimo abisso temporale in cui l’umanità giaceva paralizzata nell’errore, in attesa di un intervento divino gratuito e immeritato capace di spezzare le catene della condanna eterna.

Analisi

La Caduta Originale e la Similitudine del Masso

L’architettura logica e concettuale dell’intero componimento poggia sulla formidabile similitudine geologica che apre la lirica. Paragonando l’umanità a un masso precipitato a fondovalle, Alessandro Manzoni traduce in una potentissima immagine fisica il concetto teologico dell’incapacità umana di salvarsi da sola. Il masso, per le inalterabili leggi della gravità, non possiede alcuna energia interna per risalire il pendio; la sua condanna all’immobilità è definitiva e irreversibile, a meno che una forza a lui esterna non decida di sollevarlo. Questa metafora cristallizza la condizione di assoluta impotenza spirituale del mondo antico, svuotando di significato ogni presunzione di grandezza e di autosufficienza filosofica delle civiltà passate di fronte alla miseria ineluttabile della condizione mortale.

Il Mistero dell’Incarnazione

Il nucleo dell’indagine analitica affrontata dallo scrittore si addentra nel paradosso incomprensibile dell’incarnazione. Alessandro Manzoni contrappone l’infinita vastità dell’Eterno, capace di plasmare l’intero universo con la sola parola e non contenibile nei confini fisici del cosmo, alla misera finitezza del corpo umano, definito sprezzantemente come creata argilla. L’autore non cerca di spiegare razionalmente questo dogma, ma lo accetta come la prova suprema e commovente della misericordia divina. Dio sceglie di limitare la propria infinita grandezza e di assumere le fattezze di un neonato indifeso non per un calcolo di convenienza, ma per un atto di pura, libera e immensa pietà verso una stirpe condannata all’autodistruzione.

Temi e Significati

L’Umiltà come Strumento di Salvezza

Il tema portante della natività manzoniana è l’esaltazione dell’umiltà come unica e vera dimensione in grado di accogliere la grazia. Nel componimento, l’annuncio della salvezza ignora deliberatamente le vegliate porte dei palazzi nobiliari di Gerusalemme o di Roma, per dirigersi in aperta campagna verso i pastori devoti. Questi ultimi, estranei agli intrighi di corte e ignorati dalla società colta, diventano i depositari esclusivi della rivelazione suprema. Alessandro Manzoni ribadisce così la sua ferma convinzione che la verità e il perdono non si rivelano ai dotti arroganti o ai sovrani armati, ma si donano unicamente a chi, vivendo nella povertà e nella semplicità del lavoro quotidiano, possiede il cuore sufficientemente libero per ascoltare la voce del cielo.

Il Rovesciamento delle Gerarchie Terrene

L’avvento di Cristo cantato dal poeta lombardo sancisce un ribaltamento totale e definitivo dei valori mondani. La potenza vera non risiede negli eserciti, la cui furia viene paragonata al calpestio dei cavalli in guerra e alle tempeste distruttrici, ma nel pianto debole e nei vagiti del neonato adagiato nel presepio. L’autore ordina alle forze della natura e della violenza umana di arrestarsi di fronte a questa fragilità apparente, proclamando che l’umile fanciullo è destinato a diventare l’unico vero sovrano e la nobile eredità di tutti i popoli. In questo modo, l’inno sacro assume le sembianze di un severo monito rivolto ai tiranni della terra: la loro autorità è destinata a dissolversi nella polvere, mentre la mitezza di un bambino povero trionferà in eterno.

Forma Poetica

Il Ritmo Cadenzato del Settenario

Dal punto di vista formale, Alessandro Manzoni costruisce l’inno avvalendosi di strofe composte interamente da versi settenari. Questa scelta metrica si rivela magistrale nell’assecondare i repentini mutamenti di tono del componimento. Nei versi iniziali, il settenario, con i suoi accenti serrati e martellanti, restituisce perfettamente la sensazione fisica della frana, l’accelerazione della caduta e il tonfo sordo e pesante del masso che si schianta a valle. Nella sezione finale, invece, lo stesso metro si addolcisce progressivamente, allentando la tensione ritmica fino a trasformarsi in una dolcissima e pacata ninna nanna corale, concepita per cullare il sonno del neonato celeste e infondere serenità nel cuore dei lettori.

La Convivenza tra Lessico Aulico e Quotidiano

L’altissimo magistero linguistico raggiunto dall’autore in questa fase della sua carriera si manifesta nella perfetta coesistenza di due registri semantici apparentemente incompatibili. Il testo abbonda di latinismi, espressioni teologiche auliche e costruzioni sintattiche classiche, come dimostrano termini quali ineffabile ira, triboli, magioni eteree o vaticinato ostello. Accanto a questo registro elevatissimo, Alessandro Manzoni inserisce deliberatamente parole legate alla dimensione più umile e corporea della vita terrena, parlando di poveri panni, di pianto infantile e di vagire. Questa fusione linguistica rispecchia specularmente il mistero stesso dell’incarnazione: l’unione indissolubile tra l’infinita maestà del cielo e la poverissima, tangibile consistenza dell’umanità.

Riassunto Lampo

Il componimento indaga l’evento della natività partendo dalla drammatica condizione dell’uomo dopo il peccato originale, paragonato a un masso precipitato in un abisso e incapace di risalire. L’impossibilità di salvezza viene interrotta dalla grazia misericordiosa di Dio, che decide di assumere la fragile natura umana nascendo a Betlemme. L’apparizione angelica non si rivolge ai potenti rintanati nei loro palazzi, ma ai pastori poveri e devoti. Il testo si conclude con una ninna nanna rivolta al Re dell’universo, avvolto in panni poveri, ordinando alle tempeste e alla violenza della terra di non osare turbare il suo sonno pacifico, destinato a dominare i secoli futuri.

Cosa Ricordare

Per assimilare il peso storico e letterario dell’opera, lo studioso deve concentrare la propria attenzione sulla geniale similitudine geologica del masso inerte, simbolo supremo della visione giansenista della colpa. È fondamentale memorizzare come Alessandro Manzoni utilizzi l’episodio evangelico per muovere una critica spietata alla presunzione del potere terreno, esaltando la povertà estrema del presepio come luogo privilegiato della manifestazione divina. Infine, occorre ricordare l’uso del settenario, una misura ritmica veloce e popolare che l’autore piega magistralmente alle esigenze del dramma teologico prima e della tenerezza consolatoria poi.

Immagini Simboliche

Il Masso Inerte e l’Abisso

La figura del gigantesco pezzo di roccia staccatosi dalla montagna e rovinato a valle costituisce l’immagine fondativa dell’intero inno. Alessandro Manzoni sfrutta la fisicità della pietra, il rumore della frana e la staticità inesorabile del fondo per descrivere l’isolamento spirituale. L’abisso non è solo un dislivello geografico, ma rappresenta il baratro morale in cui la superbia ha precipitato il genere umano, evidenziando il contrasto tra la vetta antica, simbolo dello stato di grazia perduto, e la polvere in cui l’uomo è condannato a strisciare.

Il Presepio e il Coro Angelico

L’intera parte centrale del componimento è dominata da un formidabile contrasto luminoso e spaziale. Da un lato vi è il buio della notte terrena e la povertà squallida del rifugio di Betlemme, dominato dal freddo e dal silenzio. Dall’altro, i cieli si squarciano rivelando lo sciame fiammeggiante degli angeli che calano a formare un coro di gioia ineguagliabile. Questa sovrapposizione tra la miseria materiale del ricovero e l’opulenza di luce e suono del cosmo angelico simboleggia l’incrocio miracoloso tra la finitezza umana e l’eterna bellezza divina.

Collegamenti Utili

Lo studio dell’inno non può prescindere da un confronto diretto con le altre architetture poetiche di Alessandro Manzoni. Risulta indispensabile la lettura parallela del componimento La Passione, che esplora il culmine e l’esito tragico ma salvifico di quell’incarnazione iniziata nella grotta. Le tematiche dell’elezione degli umili rispetto ai superbi preannunciano in modo lampante la struttura sociale e morale de I promessi sposi, dove i semplici contadini affrontano l’arroganza dei nobili armati. Infine, per comprendere l’evoluzione della metrica manzoniana, è utile confrontare l’uso del settenario di questa lirica con quello impiegato nelle successive e celeberrime odi civili.

FAQ

Qual è il senso profondo della metafora del masso precipitato che apre l’inno? La similitudine del blocco di pietra franato a valle serve a Alessandro Manzoni per illustrare l’impossibilità dell’essere umano di redimersi da solo. Come il sasso, privo di volontà propria e schiacciato dalla gravità, non può in alcun modo risalire il pendio della montagna, così l’umanità corrotta dal peccato originale è inerte e non può salvarsi senza un provvidenziale e benevolo intervento divino proveniente dall’alto.

Per quale ragione l’autore sottolinea che l’angelo non appare davanti alle porte dei potenti? Il poeta enfatizza questo dettaglio per evidenziare il rovesciamento delle logiche di potere operate dal cristianesimo. Alessandro Manzoni intende dimostrare che la grazia di Dio rifugge la superbia, le ricchezze accumulate e l’arroganza dei grandi imperi per rivelarsi unicamente agli animi puri, semplici e poveri, rappresentati storicamente dalla devozione silenziosa e ignorata dei pastori.

Quale corrente teologica influenza in maniera determinante la visione del peccato espressa in quest’opera? L’opera è profondamente permeata dalle idee teologiche del giansenismo, una corrente di pensiero cattolico molto severa con cui lo scrittore era entrato in stretto contatto in Francia. Questa dottrina poneva un fortissimo accento sulla corruzione totale della natura umana in seguito alla disobbedienza di Adamo, ribadendo l’assoluta e totale necessità della grazia divina per poter compiere anche il più piccolo passo verso la salvezza eterna.

Perché le tempeste e le forze della natura sono paragonate a cavalli in guerra? L’uso di questa immagine serve a rappresentare la brutalità e la ferocia distruttrice che dominano il mondo terreno privo della redenzione. Paragonando gli elementi atmosferici alle cariche dei destrieri in battaglia, Alessandro Manzoni crea un potente contrasto visivo e sonoro con la quiete inerme e silenziosa del neonato nel presepio, intimando a quella furia mondana di prostrarsi di fronte al vero sovrano della pace.

Che tipo di verso viene impiegato e quale effetto sonoro produce nella lirica? Il poeta struttura tutto il componimento in strofe di versi settenari. Questa misura breve e incalzante produce due effetti contrapposti e magistrali: nella prima sezione accelera la lettura ricreando l’effetto angosciante e precipitoso della frana inarrestabile, mentre nelle strofe conclusive si addolcisce ritmicamente fino a simulare le cadenze rasserenanti e cullanti di una ninna nanna intonata per il divino fanciullo.

In che modo viene descritta l’azione della Madonna all’interno della stalla? La figura di Maria di Nazaret viene ritratta nel doppio e umanissimo ruolo di madre affettuosa e di prima creatura credente. Ella si preoccupa amorevolmente di avvolgere il neonato in poveri panni per proteggerlo e di adagiarlo delicatamente, ma subito dopo si prostra beata al suolo in adorazione, riconoscendo nel figlio partorito il proprio creatore e signore assoluto fattosi carne.

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