Giovanni Berchet, 1821
Indice
Introduzione e Spiegazione
Il poemetto I profughi di Parga, composto nel 1821 da Giovanni Berchet e pubblicato durante l’esilio a Londra nel 1823, costituisce uno dei testi fondativi del Romanticismo civile in Italia. La vicenda trae origine da un preciso evento storico di rilevanza europea: la cessione della cittadina di Parga, situata sulla costa dell’Epiro di fronte all’isola di Corcira, da parte del governo dell’Inghilterra al despota albanese Ali Pascià. La popolazione locale, conscia della ferocia di Ali Pascià, decise di abbandonare in massa la propria terra d’origine per non cadere sotto il giogo ottomano, giungendo persino a disseppellire e bruciare i resti dei propri antenati pur di non lasciarli alla profanazione del conquistatore.
Giovanni Berchet, nato a Milano il 23 dicembre 1783 e morto il 23 dicembre 1851, trasforma la tragedia del popolo greco in un’accorata allegoria della condizione politica italiana del primo Risorgimento. L’opera si articola in tre parti distinte che combinano il genere della romanza con la struttura del dramma lirico, alternando il dialogo e la narrazione. Attraverso la figura del marinaio inglese Arrigo e del profugo di Parga, Giovanni Berchet costruisce una condanna morale contro l’utilitarismo della diplomazia britannica e contro la tirannide, elevando l’orgoglio dei vinti a simbolo universale di riscatto e di fedeltà ai valori della patria.
La vocazione civile del testo risponde pienamente alla concezione della letteratura teorizzata da Giovanni Berchet nella celebre Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo del 1816. Per l’autore milanese, la poesia non deve essere un esercizio formale per pochi eruditi, ma un mezzo d’intensa comunicazione sociale rivolto al popolo. L’adozione del genere della romanza, il ritmo popolare delle strofe, l’uso del discorso diretto e la scelta di un linguaggio piano e drammatico servono proprio a questo scopo: trasformare il componimento in uno strumento di educazione morale e di mobilitazione patriottica.
Infine, il carattere civile di I profughi di Parga risiede nell’esaltazione dei valori fondanti di una nazione, quali il culto della memoria, il rispetto per gli antenati e la difesa della dignità collettiva. Nel gesto eroico del popolo che dissotterra e brucia i resti dei propri padri pur di non lasciarli alla profanazione dello straniero, Giovanni Berchet indica ai lettori italiani un modello supremo di coerenza e resistenza morale. Per queste ragioni, l’opera si colloca a pieno titolo accanto ai capolavori della lirica civile italiana firmati da autori come Ugo Foscolo e Alessandro Manzoni.
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Parafrasi integrale in prosa
Parte I. La disperazione
L’avvio della vicenda si concentra lungo il lido dell’isola di Corcira. Un marinaio britannico di nome Arrigo scorge da lontano un uomo greco seduto sulla riva, con lo sguardo fisso verso la costa natia di Parga. Accanto all’uomo si trova una donna che emette un grido di spavento nel momento in cui lo sposo indica una rocca lontana sul mare. L’uomo si alza improvvisamente e inizia a salire lungo un sentiero dirupato, mosso da una cupa disperazione. La sposa lo rincorre e, con gesto rapido e pieno di ansia, gli strappa un pugnale dalla cintola per impedirgli di compiere un gesto estremo. Tuttavia, la donna non riesce a fermare l’impeto del marito, il quale raggiunge il ciglio di una scogliera e si getta precipitosamente tra le onde del mare.
Il marinaio Arrigo, testimone della scena, incita prontamente i compagni di stiva a remare con forza per salvare l’annegato. Mentre la barca si dirige verso il punto della caduta, una voce ostile si leva dal fondo dell’imbarcazione per insultare il marinaio, chiedendogli con disprezzo quale interesse possa avere un ufficiale dell’Inghilterra per la sorte di un povero profugo di Parga rimasto privo di patria. Arrigo comprende la gravità dell’accusa e tace, avvertendo sulle proprie spalle tutto il peso della vergogna per la politica del proprio paese d’origine. Ciononostante, la ciurma riesce a recuperare il corpo svenuto del greco e ad adagiarlo a bordo, dove lo stesso Arrigo si adopera con sollecitudine materna per rianimarlo, mentre i marinai lo avvolgono nelle loro coperte.
La barca riporta l’uomo tratto in salvo verso la riva, dove la sposa lo attende in preda all’angoscia. Una volta condotto il profugo all’interno di una povera capanna, la donna veglia instancabilmente sul suo sonno durante la notte. Il marinaio Arrigo si avvicina alla donna per offrire soccorso e la invita a confidargli la causa di un dolore così profondo. La donna di Parga, ravvisando nelle parole dell’ufficiale una sincera pietà, accetta di raccontare le sventure del proprio popolo, raccomandando tuttavia al marinaio di non adirarsi per le legittime parole di riprovazione che sentirà pronunciare contro la condotta della sua nazione.
Parte II. Il racconto
La donna comincia il suo racconto rievocando i tempi felici in cui la città di Parga era una comunità fiorente e pacifica. La narrazione si sposta quindi sugli eventi bellici che hanno sconvolto la regione: dopo aver sottomesso la roccaforte di Suli, il tiranno albanese Ali Pascià ha rivolto la sua brama di conquista contro Parga, rea di aver offerto asilo ai fuggiaschi suliloti. Ali Pascià, celebre per la carneficina compiuta a Gardichi, giurò di sterminare l’intera popolazione. La cittadinanza di Parga scese in campo nel territorio di Aghià per difendere i propri beni e la propria libertà, e persino le donne parteciparono ai combattimenti portando le munizioni ai soldati. Sebbene gli abitanti avessero ottenuto la vittoria sul campo, la gioia del trionfo fu spezzata dal lutto dello sposo della narratrice, che perse due fratelli nello scontro.
Successivamente, Ali Pascià, ritiratosi temporaneamente dopo la sconfitta, fece erigere un monumento minaccioso per ribadire la propria intenzione di vendetta. Gli abitanti di Parga, spaventati dalle profezie di un vecchio e dalle minacce del tiranno, commisero l’errore di cercare protezione presso una potenza straniera, consegnando la custodia della città alle truppe dell’Inghilterra. I cittadini si fidarono delle promesse e del giuramento prestato dagli inglesi nel nome di Cristo, credendo di aver trovato un alleato sicuro contro l’Impero Ottomano.
Il racconto raggiunge il punto di massima drammaticità con l’annuncio del tradimento britannico: il governo dell’Inghilterra decise infatti di vendere la città di Parga ad Ali Pascià per un corrispettivo in denaro, trattando i suoi abitanti come schiavi. Rifiutando categoricamente di sottomettersi al dominio turco, l’intera popolazione scelse la via dell’esilio. Prima di salpare, durante la settimana santa, i cittadini si recarono al cimitero per disseppellire le ossa dei propri antenati e le bruciarono su un grande rogo collettivo, impedendo così che i resti dei padri venissero calpestati dai cavalli delle truppe di Ali Pascià. Ciascun profugo portò con sé soltanto un pugno di terra o un ramo della patria prima di salpare verso l’isola di Corcira.
Parte III. L’abbominazione
All’arrivo del mattino, il sole dell’isola di Corcira rischiara la capanna in cui il profugo riposa. L’uomo di Parga si sveglia e ritrova la serenità del volto, ma quando scorge davanti a sé l’ufficiale Arrigo vestito con l’uniforme britannica, il suo sguardo si arresta con fermezza. Arrigo prende la parola per esprimere il proprio profondo vergogno nei confronti della condotta del governo di Londra, precisando tuttavia che gran parte del popolo inglese disapprova la compravendita di Parga e la violazione dei patti. Il marinaio offre dunque un aiuto economico e un sostegno fraterno per alleviare le sofferenze della famiglia fuggiasca.
L’uomo di Parga rifiuta con fierezza qualsiasi dono o somma di denaro proveniente da un cittadino britannico. Egli afferma che nessun bene materiale potrà mai risarcire la perdita della patria ed esprime il suo disprezzo verso la politica dell’Inghilterra, accusata di ostentare l’abolizione della tratta degli schiavi nelle colonie e di vendere contemporaneamente i popoli liberi del continente europeo. Il profugo dichiara che non accetterà mai l’amicizia di un inglese, ma promette alla sposa di abbandonare i propositi di suicidio per dedicarsi al lavoro manuale e dignitoso in terra straniera, guadagnandosi da vivere con il sudore della propria fronte.
Il componimento si chiude spostando l’attenzione sul destino del marinaio Arrigo. Incapace di superare il senso di colpa per il rimorso e per l’infamia che pesa sulla propria nazione, l’ufficiale abbandona la carriera e inizia a vagare senza pace attraverso l’intero continente europeo. Ovunque si rechi, dalle pianure rigogliose del sud fino alle valli alpine, Arrigo continua a sentire l’eco dei lamenti delle popolazioni tradite e vendute dalla politica commerciale e imperiale dell’Inghilterra, rimanendo condannato a un’angoscia perpetua che gli impedisce di trovare serenità in qualsiasi luogo.
Testo
Parte I. La disperazione
«Chi è quel Greco che guarda e sospira,
Là seduto nel basso del lido?
Par che fissi rimpetto a Corcira
Qualche terra lontana nel mar. —
Chi è la donna che mette uno strido
In vederlo una rôcca additar?
«Ecco ei sorge. — Per l’erto cammino
Che pensier, che furor l’ha sospinto?
Ecco ei stassi che pare un tapino,
Cui non tocchi più cosa mortal. —
Ella corre — il raggiunge — dal cinto,
Trepidando, gli strappa un pugnal. —
«Ahi, che invan la pietosa il contrasta
Già alla balza perduta ei s’affaccia,
Al suo passo il terren più non basta,
Il suo sguardo sui flutti piombò.
Oh pavento! ei protende le braccia: —
Oh sciagura! già il salto spiccò. —
«Remiganti, la voga battete:
Affrettate; — salvate il furente.
Ei delira un’orrenda quiete:
Muore — e forse non sa di morir. —
O già forse il meschino si pente;
Già rimanda a’ suoi cari un sospir.» —
Disse Arrigo. — E de’ remi la lena
L’ansia ciurma su l’acque distese;
Ma a schernirlo dall’ima carena
Fra i tacenti una voce salì:
«Che t’importa, o vilissimo Inglese,
Se un ramingo di Parga morì!»
Quella voce è il dispetto de’ forti
Che, traditi, più patria non hanno. —
Que’ voganti alle belle consorti
Corciresi ritornan dal mar. —
Con lor passa a Corcira il Britanno
Poi che i venti al suo legno mancâr. —
Come il reo che dà mente all’accusa,
Sentì Arrigo l’ingiuria, e si tacque:
Come il reo che non trova la scusa,
Strinse il guardo, la fronte celò;
E dell’isola avara ov’ei nacque
Sul suo capo l’infamia pesò.
Ma un nocchiero i compagni rincora;
Sorge un altro, e lor segna un maroso;
Ecco un altro si affanna alla prora;
Il goerno da poppa ristè. —
Ecco un plauso: «Su! mira il tuo sposo,
Mira, o donna, perduto non é.» —
Quando Arrigo posarsi al naviglio
Vede il miser, su lui s’abbandona,
E, qual madre a la culla del figlio,
Su le labbra alitando gli vien;
Della vita il tepor gli ridona;
Gli conforta il respiro nel sen.
I nocchieri a quel corpo grondante
Tutti avvolgono a gara i lor panni;
Tutti a gara d’intorno all’ansante
Gli affatica un’industre pietà. —
Noto a tutti è quell’uom degli affanni;
Ognun d’essi la storia ne sa.
S’ode un pianto: — Discesa alla spiaggia
È la donna che invoca il consorte,
E alla voga che a lei già vïaggia
Più veloce scongiura il vigor.
Infelice un’angustia di morte
Le travaglia la speme nel cor.
A quel prego, su i banchi, — giuliva
Del riscatto, — la ciurma s’arranca; —
Già vicina biancheggia la riva; —
Sotto prora già l’onda sparì; —
Già d’un guardo il salvato rinfranca
La compagna de’ tristi suoi dì. —
L’uom di Parga all’ostello riposa;
La sua stanca pupilla è sopita. —
Ma, a custodia dell’egro, la sposa
Quanto è lunga la notte vegliò;
E a spïarne, tremando, la vita
Su lui spesso ricurva penò.
Nella veglia angosciosa il Britanno
A la donna soccorre; e le dice:
«Perchè taci, e nascondi l’affanno?
Ah! mi svela i segreti del duol;
Narra i guai che al deliro infelice
Fenno esosa la luce del Sol.» —
Era il chieder dell’uom che prepara
Un conforto maggior che di pianto;
E a lei scese su l’anima amara,
Come ad Agar la voce del Ciel,
Quando già pel deserto, ed a canto
Le gemea l’assetato Ismael. —
«O cortese, qualunque tu sia,
No, d’aprirti il mio cor non mi pesa;
Ma ove l’angiol di Parga t’invia
A veder di sue genti il dolor,
Se tu ascolti parola d’offesa,
Non irarti, ma piangi con lor.» —
Ogni fiel di rampogna futura
Temperò con tai detti l’onesta;
Poi, qual donna che il tempo misura,
Fe’ silenzio, e allo sposo tornò;
La man lieve gli pose alla testa,
E contenta, un suo voto mandò:
«Da le membra è svanito l’algore.
Ah! sien placidi i sonni; e dal ciglio
Si trasfonda la calma nel cuore:
Nè il funestin vaganti pensier
Che gli parlin di patria, d’esiglio,
Che gli parlin d’oltraggio stranier.» —
Oltre il mezzo è varcata la notte. —
Nel tugurio le tenebre a stento
Da una poca lucerna son rotte
Che già stride, vicina a mancar. —
Fuor non s’ode uno spiro di vento,
Non un remo che batta sul mar. —
Tace Arrigo. — La Greca si asside
A ridir le sue pene; e sovente
Il sospir la parola precide,
O l’idea ne la mente le muor,
Perchè al letto dell’uomo languente
La richiama inquïeto l’amor.
Parte II. Il racconto
Quando Parga e il suo popol fiorìa,
Anch’io spesso nell’alma gustai
La gentil voluttà d’esser pia.
Or caduta all’estremo de’ guai,
Mi conforta che almen su me torna
Quella piéta che agli altri donai.
Oh! se un dì per me lieto raggiorna;
Se un dì mai rivedrò quelle mura
Da cui l’odio di Alì ci distorna;
Se mai vien ch’io risalga secura
A posar sotto il tiglio romito
Che di Parga incorona l’altura;
Fra i terrori del turbo sparito,
Un rifugio fia dolce al cor mio
Rammentar chi m’ha salvo il marito.
Ahi! percossa dall’ira di Dio
A che parlo speranze di pace,
Se di morte il feroce desio
Forse ancor nel mio sposo non tace?
Ma i sonni son placidi;
Svanito è l’algor,
La calma del ciglio
Trasfusa è nel cor.
Oh Dio! nol funestino
Vaganti pensier
Di patria, d’esiglio,
D’oltraggio stranier.
Dalle vette di Suli domata
L’infedele esecrò le mie genti
Che una sede ai fuggiaschi avean data.
Là, su i templi del Dio de’ redenti
Ecco il rosso stendardo dell’empio
Elevar le sue corna lucenti.
Quei che indisse a Gardichi lo scempio,
Quei che rise in vederlo, ha giurato
Rinnovarne su Parga l’esempio.
La sua tromba suonò lo spietato;
Noi la nostra; e scendemmo nell’ira
Sul terreno d’Aghià desolato;
Sul terren che le caste rimira
Sue donzelle vendute al servaggio,
E scannati i suoi prodi sospira.
Gl’infelici eran nostro lignaggio,
Nostri i campi; e a punir noi scendemmo
Chi insultava al comune retaggio.
E noi donne, noi pur combattemmo;
O accorrendo al tuonar de’ moschetti,
Carche l’armi al valor provvedemmo.
La vittoria allegrò i nostri petti;
E il guerriero asciugando la fronte
Già cantava i salvati suoi tetti.
Già le spose recavan dal fonte
Un ristoro ai lor cari, e frattanto
La vendetta cantavan dell’onte.
«Ahi cessate la gioia del canto:
Due fratelli il crudel m’ha trafitto;
L’un sull’altro perironmi accanto.»
Così in Parga una voce d’afflitto
Rompe i gridi del popol festoso
Che ritorna dal vinto conflitto.
Ahi! chi piange i fratelli è il mio sposo.
Fur l’ultime lagrime
Che il miser versò:
Poi cupo nell’anima
Il duol rinserrò;
Con negri fantasimi
Più sempre il nodrì;
Ahi misero! misero!
La vita abborrì. —
Ma il sonno più aggrevasi;
Ritorna il tepor:
Trasfusa dal ciglio
La calma è nel cor.
Oh Dio! nol ritentino
Vaganti pansier
Di patria, d’esiglio,
D’oltraggio stranier.
Come uscito alla strada il ladrone,
Se improvviso lo stringe il periglio,
Riguadagna a gran passo il burrone;
Là si accoscia, e dal vil nascondiglio
Gira il guardo, ed agogna il momento
Di spiegar senza rischio l’artiglio:
Tale Alì si sottrasse al cimento.
Poi rivolto all’infausta pianura,
L’attristò d’un feral monumento. —
Ma que’ marmi non son sepoltura
Che piangendo ei componga al nipote;
Arra son di sua rabbia futura. —
Sorge un vecchio, e predice: «Remote
Ah! non son le vendette del vinto;
Oggi ei fugge, doman vi percote.
D’armi nuove il suo fianco è recinto;
E alle vostre la punta fa scema
In quel dì che l’avete respinto.» —
Consigliera de’ stolti è la tema.
Stolto il veglio e chi udillo! — Fu questa
De le nostre sciagure l’estrema.
Noi vedemmo venir la tempesta;
E dov’è che cercammo salute?
Nel covil della serpe! — Oh funesta
Cecità de le menti canute!
Oh de’ giovani incauta fidanza!
Oh vigilie de’ forti perdute!
Più di libere genti la stanza
Non è Parga. Un’estrania bandiera
È il segnal di sua nuova speranza.
La sua spada è una spada straniera;
I non vinti suoi figli all’Inglese
Han commesso che Parga non pera.
De’ tementi Egli il gemito intese,
E, signor delle vaste marine,
Come amico la destra ci stese.
Ecco Ei siede sul nostro confine:
Ecco Ei giura nel nome di Cristo
Far secure le genti tapine. —
Ahi! qual fè ci è serbata dal tristo.
A che laccio il mio popol fu côlto,
Sâl quest’uomo su cui mi contristo,
Questo forte che il senno ha sconvolto. —
Ma l’ansie cessarono;
Più lene è il sopor:
La calma trasfondesi
Dal ciglio nel cor.
Oh Dio! non la turbino
Lugùbri pensier,
Crucciose memorie
D’oltraggio stranier.
Squilla in Parga l’annunzio d’un bando: —
Posti a prezzo dall’Anglo noi siamo,
Come schiavi acquistati col brando. —
Vano è il pianger; schernito è il richiamo;
Già il vegliardo dell’empia Giannina
Co’ suoi mille avanzarsi veggiamo.
Già già tolta all’inflessa vagina
Sfronda i cedri del nostro terreno
L’insultante sua sciabla azzurrina.
Egli viene: — dal perfido seno
Scoppia il gaudio dell’ira appagata;
La bestemmia è sul labbro all’osceno.
Non è il forte che sfidi a giornata;
È il villano che move securo
A sgozzare l’agnella comprata.
Ah! non questo, o Britanni, è il futuro
Che insegnavan le vostre promesse,
Questi i patti, o sleali, non furo.
Pur quantunque deluse ed oppresse,
Le mie genti al superbo Ottomanno
Non offrîr le cervici sommesse.
Un sol voto di mezzo all’affanno,
Un sol grido fa il grido di tutti:
«No, per Dio! non si serva al Tiranno.»
Quindi al crudo paraggio condutti,
Preferimmo l’esiglio. — Ma questi
Ch’oggi tu m’hai scampato dai flutti,
Fin d’allora in suo cor più funesti
Fea consigli, e ne’ sogni inquïeti
Io, vegghiando, l’udìa manifesti
Darmi i segni de’ fieri segreti.—
Ma i sonni prolungansi,
L’affanno cessò;
Le membra trasudano;
Il cor si calmò.
Serene le imnagini
Ti formi il pensier;
O sposo, dimentica
L’oltraggio stranier!
Eran quelli i dì santi ed amari,
I dì quando il fedele si atterra
Ripentito agli squallidi altari,
Ove l’inno lugúbre disserra
Le memorie, dei lunghi dolori
Con che Cristo redense la terra.
Lì, repressi i profani rancori,
Offerimmo le aogosce a quel Dio
Che per noi ne patì di maggiori.
Poi gemendo il novissimo addio,
Surse, e l’orme de’ suoi sacerdoti
Taciturna la turba seguio.
Que’ ne trasser là dove, remoti
Da’ trambusti del mondo, e viventi
Nel più caro pensier de’ nipoti,
Sotto il salcio dai rami piangenti
Dormían gli avi di Parga sepolti,
Dormían l’ossa de’ nostri parenti.
Qui, scoverte le fosse, e travolti
I sepolcri, dal campo sacrato
Gli onorandi residui fur tolti. —
Ah! dovea, su le tombe spronato,
Il cavallo dell’empio quell’ossa
A’ ludibri segnar del soldato? —
Da pietà, da dispetto commossa
Va la turba, e sul rogo le aduna
Che le involi alla barbara possa.
Guizza il fuoco: — all’estrema fortuna
De’ suoi morti la vergin, la sposa
I recisi capegli accomuna.
Guizza il fuoco: — la schiera animosa
De’ mariti il difende; e appressarse
La vanguardia dell’empio non osa.
Guizza il fuoco, — divampa; — son arse
Le reliquie de’ padri; — ed il vento
Già ne fura le ceneri sparse. —
Quando il rogo funereo fu spento,
Noi partimmo: — e chi dir ti potria
La miseria del nostro lamento?
Là piangeva una madre, e s’udia
Maledire il fecondo suo letto,
Mentre i figli di baci copria.
Qui toglievasi un’altra dal petto
Il lattante, e fermando il cammino,
Con istrano delirio d’affetto
Si calava al ruscello vicino,
Vi bagnava per l’ultima volta
Nelle patrie fontane il bambino.
E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta
Dalle patrie campagne traea
Una zolla nel pugno raccolta. —
Noi salpammo: — e la queta marea
Si coverse di lunghi ululati,
Sicchè il dì del naufragio parea. —
Ecco Parga è deserta. Sbandati
I suoi figli consuman nel duolo
I destini a cui furon dannati. —
Io qui venni mendica; e ciò solo
Che rimanmi è quest’uom del mio core,
E i pensier con che a Parga rivolo.
Ei non ha che me sola, e il furore
De’ suoi sdegni, e de’ morti fratelli,
Questi avanzi di pianto e d’amore,
Li riavenne all’aprir degli avelli;
Carità si severa ne ’l punse,
Che, geloso, alla pira non dielli,
Ma compagni alla fuga li assunse.
Parte III. L’abbominazione
Nunziatrice dell’alba già spira
Una brezza leggiera leggiera
Che agli aranci dell’ampia Corcira
Le fragranze più pure involò. —
Ecco il Sol che la bella costiera
Risaluta col primo sorriso,
E d’un guardo rischiara improvviso
La capanna ove l’egro posò. —
Egli è il Sol che fra bellici stenti
Rallegrava agli Elleni il coraggio.
Quando in petto alle libere genti
Della palria fremeva l’amor,
Quando al giogo d’estranio servaggio
Niun de’ Greci curava il pensiero,
E alla madre giurava il guerriero
Di morire o tornar vincitor.
Come foglia in balía del torrente,
Ahi, la gloria di Grecia è sparita!
L’aure antiche or qui trovi, e fiorente
Delle donne la bruna beltà;
Ma in le fronti virili scolpita
Qui tu scorgi la mesta paura,
Qui l’impronta con cui la sveutura
Le presenta all’umana pietà.
Sol, che a libere insegne vedrai
Batter forse qui ancor la tua luce,
Sol di Scheria, i tuoi limpidi rai
Sien conforto a un tradito guerrier:
Qui, vagando a rifugio, il conduce
D’una sposa il solerte consiglio;
E tu qui, fra la morte e l’esiglio,
Fa ch’ei scelga il più mite voler. —
Dal guancial de’ suoi sonni al mattino
L’uom di Parga levò la pupilla:
Il pallore è sul volto al meschino;
Ma il terror, ma l’angoscia non v’è.
Un ristoro che il cor gli tranquilla
Son gli olezzi del giorno novello;
E quel Sol gli rifulge più bello
Che perduto in eterno credè.
Ma perchè, se il suo spirto è pacato,
Perchè almen nol rivela il saluto?
Perchè a lei che il sorregge da lato
Con un bacio ei non tempra il dolor?
Perchè immoto sull’uom sconosciuto
Il vigor de’ suoi sguardi s’arresta?
E che subita flamma è codesta
Che in la guancia gli vive e gli muor?
Ben Arrigo la vide: — e compreso
Da che affetto il tacente sia roso,
Come l’uom che propizia un offeso,
Questa ingenua parola tentò:
«O straniero, al tuo cor doloroso
So ch’orrenda è l’assisa ch’io vesto;
So ch’io tutti qui gli odi ridesto
Che l’infida mia patria mertò.
«Ma se i pochi che seggon tiranni
Delle sorti dell’Anglia, fûr vili,
Tutti no non son vili i Britanni
Che ritrosi governa il poter.
Premian croci ingemmate e monili
La spergiura amistà di que’ pochi;
Ma l’infamia che ad essi tu invochi
Mille Inglesi imprecârla primier.
«Mille giusti il cui senno prepone
Al favor de’ potenti i lor sdegni,
Mille giusti in le vie d’Albïone
Pianser pubblico pianto quel dì
Che aggirato con perfidi ingegni
Narrò un popol fidente ed amico,
Poi venduto al mortal suo nemico
Da quel braccio che scampo gli offrì;
«Oh rossor! Ma il sacrilego patto
Nol segnò questa man ch’io ti stendo;
Ma non complice fu del misfatto
Questo petto che geme per te. —
Non tu solo se’ il miser. Tremendo,
Ben più assai che l’averla perduta,
Egli è il dir: La mia patria è caduta
In obbrobrio alle genti ed a me.
«Per l’ingiuria che entrambi ha percosso.
Or tu m’odi o fratel di dolore!
Io nè il suol da’ tuoi padri a te posso,
Nè la bella ridar libertà;
Ma se in te non prevale il rancore,
Se preghiera fraterna è gradita,
Dal fratello ricevi un’aïta
Che men grami i tuoi giorni farà.» —
Così l’alma schiudea quell’afflitto;
Così, largo di doni e di pianto,
Col rimorso egli sconta il delitto,
Il delitto che mai nol macchiò. —
Piange anch’essa la Greca, e di tanto
Il penar del pietoso l’accora,
Che le par mal venuta quell’ora
In cui mesta i suoi casi narrò.
Ella tace, e col guardo prudente,
Vedi! il guardo ella cerca allo sposo.
Vedi come n’esplora la mente!
Come in volto il travaglio le appar!
Chi sa mai se dell’uom generoso
Fien disdetti i soccorsi od accolti? —
Ma una voce prorompe; — s’ascolti;
È il ramingo che sorge a parlar:
«Tienti i doni, e li serba pe’ guai
Che la colpa al tuo popol matura.
Là, nel dì del dolor, troverai
Chi vigliacco ti chiegga pietà.
Ma v’è un duolo, ma v’è una sciagura
Che fa altero qual uom ne sia côlto:
E il son io: — nè chi tutto m’ha tolto
Quest’orgoglio rapirmi potrà.
Tienti il pianto; nol voglio da un ciglio
Che ribrezzo invincibil m’inspira: —
Tu se’ un giusto: — o che importa? sei figlio
D’uaa terra esecranda per me. —
Maladetta! dovunque sospira
Gente ignuda, gente esule o schiava,
Ivi un grido bestemmia la prava
Che il mercato impudente ne fe’.
Mentre ostenta che il Negro si assolva,
In Europa ella insulta a’ fratelli;
E qual prema, qual popol dissolva,
Sta librando con empio saver. —
Sperdi, o cruda, calpesta gli imbelli!
Fia per poco. — La nostra vendetta
La fa il tempo e quel Dio che l’affretta,
Che in Europa avvalora il pensier. —
«Io vivea di memorie; — e il mio senno
Da manie, da fantasmi fu vinto.
Veggo or l’ire che compier si denno: —
E più franco rivivo al dolor.
Questa donna che piansemi estinto,
Questa cara a cui tu mi rendesti,
Più non tremi: a disegni funesti
Più non fia che m’induca il furor.
«Forse il dì non è lunge in cui tutti
Chiameremci fratelli, allorquando
Sopra i lutti espïati da’ lutti
Il perdono e l’obblio scorrerà. —
Ora gli odi son verdi: — e nefando
Un spergiuro li intima al cor mio;
Però, s’anco a te il viver degg’io,
Sappi ch’io non ti rendo amistà;
«Qui starò nella terra straniera;
E la destra onorata, su cui
Splende il callo dell’elsa guerriera,
A’ servigi più umili offrirò. —
Rammentando qual sono e qual fui,
I miei figli, per Dio! fremeranno;
Ma non mai vergognati diranno:
Ei dall’Anglo il suo frusto accattò.»
L’uom di Parga giurò; — nè quel giuro
Mai falsato dal miser fu poi; —
Oggi ancor d’uno in altro abituro
Desta amore a chi asilo gli diè.
Scerne il pasco ad armenti non suoi;
Suda al solco d’estranio terreno,
Ma ricorda con volto sereno
Che l’angustia mai vile nol fe’.
Fosca, fosca ogni dì più s’aggreva
Su lo spirlo d’Arrigo la noia;
Nessuo dolce desir gli rileva
Qualche bella speranza nel sen;
Non gli ride un sol lampo di gioia;
Teme irata ogni voce ch’ei senta;
Vede un cruccio, uno scherno paventa
Su ogni volto che incontro gli vien.
La sua patria ei confessa infamata,
La rinnega, la fugge, l’abborre;
Pur da altrui mal la soffre accusata,
Pur gli duole che amarla non può.
Infelice! L’Europa ei trascorre;
Ma per tutto la insegue un lamento:
Ma una terra che il faccia contento,
Infelice! non anco trovò.
Va ne’ climi vermigli di rose,
Lungo i poggi ove eterno è l’ulivo,
A traverso pianure che erbose
Di molt’acque rallegra il tesor;
Ma per tutto, nel piano, sul clivo,
Giu ne’ campi, di mezzo a’ villaggi,
Sente l’Anglia colpata d’oltraggi,
Maledetta da un nuovo livor. —
Va in le valli de’ tristi roveti,
Su pe’ greppi ove salta il camoscio,
Giù per balze ingombrate d’abeti
Che la frana da’ gioghi rapì; —
Ma ove tace, ove mugge lo stroscio
Quando l’alta valanga sprofonda,
Da per tutto v’è un pianto che gronda
Sovra piaghe che l’Anglia ferì.
Varca fiumi, e di spiaggia in spiaggia
Studia il passo a cercar nuovo calle.
Per città, per castelli vïaggia,
Nè mai ferma l’errante suo piè. —
Ma per tutto, di fronte, alle spalle,
Ode il lagno di genti infinite,
D’altre genti dall’Anglia tradite,
D’altre genti che l’Anglia vendè.
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Contesto Storico
Il poemetto I profughi di Parga nasce negli anni cruciali in cui il Romanticismo italiano definisce la propria identità civile e politica. Composto nel 1821 e dato alle stampe a Londra nel 1823, il testo si inserisce nella stagione dell’esilio di Giovanni Berchet, costretto ad abbandonare Milano a causa dei moti carbonari e della repressione austriaca. L’evento storico che ispira l’opera risale al 1819, quando il governo dell’Inghilterra decise di cedere la cittadina autonoma di Parga, situata lungo le coste dell’Epiro, al pascià albanese Ali Pascià, alleato tattico della diplomazia britannica.
La decisione del gabinetto di Londra suscitò un’ondata di sdegno e di protesta nell’opinione pubblica continentale. La popolazione di Parga, conscia che l’arrivo delle truppe di Ali Pascià avrebbe significato massacro e schiavitù, scelse lo sradicamento volontario, abbandonando le proprie case e rifugiandosi nell’isola di Corcira. Giovanni Berchet, che già nel 1816 con il manifesto Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo aveva teorizzato una poesia popolare e accessibile al popolo, vide nel dramma ellenico l’esatta trasposizione delle sofferenze del popolo in Italia.
Attraverso la vicenda del popolo greco, Giovanni Berchet intese denunciare l’ipocrisia delle grandi potenze europee riunite nel Congresso di Vienna. L’opera divenne immediatamente un testo di propaganda risorgimentale, capace di stimolare il sentimento patriotico e la solidarietà dei lettori verso la causa della lotta per la libertà. La figura di Giovanni Berchet si affermò così tra i principali cantori del primo Risorgimento, affiancandosi all’impegno di intellettuali come Silvio Pellico, Pietro Borsieri e Ludovico di Breme.
Analisi
La prima parte del poemetto, intitolata La disperazione, si apre in media res lungo il lido dell’isola di Corcira. Il dialogo iniziale e la focalizzazione esterna introducono la figura del profugo greco che tentò il suicidio lanciandosi dalla scogliera. L’ufficiale britannico Arrigo interviene tempestivamente con la propria ciurma per salvare l’uomo, ma viene affrontato dall’ostilità dei marinai del luogo, i quali gli rinfacciano il tradimento compiuto dall’Inghilterra. La reazione di Arrigo è segnata dal silenzio e dalla vergogna, evidenziando il conflitto interiore di chi si sente involontariamente complice delle colpe della propria patria.
Nella seconda parte, intitolata Il racconto, la voce narrante passa alla sposa del profugo, che rievoca la sequenza degli eventi drammatici. La donna descrive la resistenza opposta dalla comunità di Parga contro le truppe di Ali Pascià nella battaglia di Aghià, ricordando il sacrificio dei combattenti e il valore dimostrato dalle donne nel rifornire le armi. Il punto di svolta risiede nella falsa illusione di protezione offerta dall’Inghilterra, sfociata nella vendita della città. Il climax emotivo si raggiunge con la descrizione della notte di Pasqua, durante la quale la popolazione dissotterrò le salme degli antenati e le bruciò su un rogo collettivo pur di sottrarle alla profanazione del nemico.
La terza parte, intitolata L’abbominazione, mette in scena il confronto diretto tra il profugo rassegnato ma fiero e l’ufficiale Arrigo. Quest’ultimo, nel tentativo di riscattare la colpa della propria nazione, offre aiuto economico e sostegno fraterno. Il profugo rifiuta con sdegnosa fermezza ogni soccorso materiale, affermando la propria dignità e denunciando la politica dell’Inghilterra, la quale professa la libertà nelle colonie ma mercanteggia la vita dei popoli europei. La conclusione dell’opera sposta l’attenzione sulle peregrinazioni di Arrigo, trasformato in una figura di errante inseguito dal rimorso e dalla riprovazione generale che colpisce la sua terra d’origine in tutta l’Europa.
Temi e Significati
Il tema centrale di I profughi di Parga è il concetto di romanticismo civile, inteso come impegno morale dell’intellettuale al servizio della causa della libertà dei popoli. Giovanni Berchet rifiuta la poesia disimpegnata per farsi interprete dei dolori collettivi. La vicenda di Parga si trasforma in una trasparente allegoria della condizione dell’Italia, anch’essa divisa, oppressa dal dominio straniero e troppo spesso tradita dalle illusioni diplomatiche riposte nei governi europei.
Un secondo nucleo tematico di fondamentale rilevanza è rappresentato dal valore sacro della memoria e della pietà filiale. L’episodio del rogo delle ceneri degli avi costituisce un atto liturgico di profonda valenza simbolica: il popolo di Parga preferisce distruggere i resti dei propri padri anziché lasciarli esposti allo scherno e alla profanazione del conquistatore. La terra natia non è vista soltanto come un insieme di beni materiali, ma come uno spazio spirituale indissolubilmente legato all’identità di una comunità.
Infine, il poemetto analizza il contrasto tra l’orgoglio dei vinti e il rimorso dei vincitori. L’uomo di Parga, pur ridotto in povertà e costretto al lavoro servile in terra straniera, conserva intatta la propria dignità morale e rifiuta la carità del conquistatore. Al contrario, l’ufficiale britannico Arrigo, pur essendo un individuo virtuoso e privo di colpe dirette, rimane schiacciato dall’infamia della politica della propria nazione, condannato a un vagabondaggio senza pace.
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Forma Poetica
Dal punto di vista della struttura metrica, I profughi di Parga di Giovanni Berchet adotta una forma dinamica e varia che alterna metri differenti per assecondare lo snodarsi della narrazione e il mutare degli stati d’animo dei personaggi. L’opera impiega la romanza, genere prediletto dai poeti romantici per la sua musicalità e per la sua capacità di parlare direttamente a un pubblico vasto. L’uso di sestine di ottonari e di strofe con schemi rimetrici ben definiti conferisce al testo un andamento incalzante e popolare.
Il linguaggio utilizzato da Giovanni Berchet risponde ai canoni della poetica teorizzata nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo. L’autore evita le raffinatezze arcaiche del classicismo per adottare un lessico chiaro, incisivo e dal forte impatto emotivo. La sintassi è mossa e drammatica, caratterizzata da un uso frequente di discorsi diretti, esclamazioni, interrogative retoriche e brevi ritornelli che richiamano la struttura del canto popolare.
La costruzione delle scene si avvale di una tecnica quasi teatrale, dove la descrizione degli ambienti naturali, come la costiera di Corcira o il mare in tempesta, si intreccia con il dramma interiore dei protagonisti. Questa scelta formale consente a Giovanni Berchet di mantenere costante la tensione drammatica, trasformando la lettura dell’opera in un’esperienza di forte coinvolgimento emotivo e civile.
Riassunto Lampo
Il poemetto I profughi di Parga composto da Giovanni Berchet nel 1821 rievoca la tragedia della città greca di Parga, venduta dall’Inghilterra al despota Ali Pascià nel 1819. Per sfuggire alla tirannide ottomana, l’intera popolazione abbandona la terra natia dopo aver bruciato le salme dei propri avi per salvarle dalla profanazione. Attraverso l’incontro tra un profugo greco e l’ufficiale britannico Arrigo, Giovanni Berchet esalta la dignità dei vinti e condanna il tradimento della diplomazia britannica, offrendo un chiaro esempio di poesia patriottica e risorgimentale.
Cosa Ricordare
L’opera rappresenta uno dei testi più celebri del Romanticismo civile in Italia, fondato sul rifiuto dell’oppressione straniera e sulla valorizzazione dell’identità nazionale. Il gesto collettivo di bruciare i resti dei padri rimane una delle immagini più potenti della letteratura patriottica del primo Novecento. L’intreccio dimostra come l’orgoglio morale dei vinti possa prevalere sulla forza brutale dei conquistatori.
Immagini Simboliche
L’immagine del rogo Pasquale delle ceneri degli avi simboleggia la tutela dell’onore e della sacralità della memoria storica. Le fiamme che consumano i resti dei padri rappresentano la volontà di una comunità di non cedere nulla della propria identità al tiranno Ali Pascià, trasformando la distruzione fisica in un atto supremo di libertà e di fedeltà spirituale.
Il pugno di terra natia che ciascun profugo stringe prima di salpare verso l’isola di Corcira costituisce il simbolo tangibile del legame indissolubile con la patria perduta. Quel piccolo resto di suolo rappresenta l’unico patrimonio che l’oppressore e la diplomazia dell’Inghilterra non sono riusciti a sottrarre alla popolazione fuggiasca.
La divisa britannica indossata dall’ufficiale Arrigo assume il valore simbolico della colpa collettiva e del disonore diplomatico. Nonostante la nobiltà d’animo del singolo individuo, l’uniforme diventa il segno di un tradimento che suscita il rifiuto del profugo e condanna lo stesso marinaio a un vagabondaggio senza pace in tutta l’Europa.
Collegamenti Utili
Per approfondire le dinamiche del Romanticismo civile, risulta essenziale accostare il poemetto di Giovanni Berchet al carme I Sepolcri di Ugo Foscolo, dove la funzione della memoria e il culto delle tombe degli avi assumono un rilievo civile e patriottico analogo. Un confronto significativo può essere stabilito anche con le ultime lettere del romanzo Le ultime lettere di Jacopo Ortis dello stesso Ugo Foscolo, in merito al tema dell’esiglio e della perdita della patria.
Sul piano della lirica risorgimentale, l’opera si collega strettamente alle odi patriottiche di Alessandro Manzoni, con particolare riferimento a Marzo 1821 e al coro dell’Adelchi, dove si analizza l’illusione di riscatto affidata alle armi straniere. Infine, per comprendere il clima di solidarietà verso la causa ellenica nell’Europa del tempo, si consiglia la lettura dei poemi orientali di Lord Byron e della poesia Jaufré Rudel del poeta Giosuè Carducci.
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FAQ
Qual è l’evento storico alla base del poemetto I profughi di Parga di Giovanni Berchet? L’opera si basa sulla cessione della città di Parga avvenuta nel 1819 da parte dell’Inghilterra al despota Ali Pascià. La popolazione locale scelse l’esiglio volontario pur di non sottomettersi al dominio ottomano.
Perché Giovanni Berchet sceglie di raccontare una vicenda avvenuta in Grecia? Giovanni Berchet utilizza il dramma del popolo greco come un’allegoria della condizione politica dell’Italia, intesa a denunciare il dominio straniero, la falsità delle promesse diplomatiche e la necessità di riscatto patriottico.
Qual è il significato del gesto di bruciare le ossa degli antenati? Gli abitanti di Parga bruciano le salme dei padri per impedire che i soldati di Ali Pascià possano profanare i cimiteri. Il gesto simboleggia la tutela dell’onore della memoria e la sacralità della patria.
Perché il profugo di Parga rifiuta l’aiuto finanziario dell’ufficiale inglese Arrigo? Il profugo rifiuta il denaro per conservare intatta la propria dignità morale. Egli non accetta la carità proveniente da un rappresentante della nazione che ha venduto la sua terra e la sua libertà.
Quale destino attende l’ufficiale britannico Arrigo alla fine dell’opera? Arrigo, schiacciato dal rimorso per la condotta del governo di Londra, abbandona la carriera e vaga per tutta l’Europa, tormentato dall’eco della riprovazione verso la politica dell’Inghilterra.
Come si colloca quest’opera nella produzione letteraria di Giovanni Berchet? I profughi di Parga rappresenta uno dei vertici della poesia civile di Giovanni Berchet, concretizzando le teorie sulla poesia popolare e patriottica espresse nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo.
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