Inferno – Canto X

Dante Alighieri, 1313

Testo

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face».

Ed elli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».

E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».

«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio,
a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a’ miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte».

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: «Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,
«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».

Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fu’io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
pregai io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate ’l saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto».

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lui istava.

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.

«La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:

«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio».

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Parafrasi integrale in prosa

Dante Alighieri e Virgilio avanzano lungo un sentiero nascosto, stretto tra il muro della città di Dite e le tombe infuocate degli eretici. Dante Alighieri chiede al maestro se sia possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, poiché i coperchi sono sollevati e nessuno sembra sorvegliarli. Virgilio risponde che, al Giudizio Universale, tutte le tombe saranno richiuse quando le anime torneranno nei loro corpi. Spiega che in quella zona sono sepolti Epicuro e i suoi seguaci, che credevano che l’anima morisse insieme al corpo. Aggiunge che presto Dante Alighieri avrà risposta sia alla domanda che ha espresso sia a quella che non ha ancora formulato.

Una voce chiama Dante Alighieri da una delle tombe, riconoscendo il suo modo di parlare come tipico di un fiorentino. Dante Alighieri si avvicina, timoroso, e Virgilio gli indica che l’anima che si è sollevata è Farinata degli Uberti, che appare eretto fino alla cintola, con un atteggiamento fiero e disprezzante verso l’Inferno. Farinata chiede a Dante Alighieri quali siano stati i suoi antenati, e Dante risponde senza esitazione. L’anima reagisce dicendo che la famiglia di Dante Alighieri fu nemica della sua e che lui stesso li sconfisse due volte, costringendoli all’esilio. Dante Alighieri replica che, se furono cacciati, tornarono sempre, mentre la parte di Farinata non seppe fare altrettanto.

Accanto a Farinata si solleva un’altra anima, quella di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, amico di Dante Alighieri. L’uomo, in lacrime, chiede perché suo figlio non sia con Dante Alighieri e se sia ancora vivo. Dante Alighieri risponde che non è lì per volontà propria, ma guidato da Virgilio, forse disprezzato da Guido. Quando Cavalcante sente Dante Alighieri parlare al passato, crede che suo figlio sia morto e ricade nella tomba disperato.

Farinata, impassibile, riprende il discorso interrotto. Dice che la sua pena più grande non è il fuoco, ma il fatto che i suoi discendenti non abbiano saputo mantenere il potere politico. Aggiunge che, entro cinquanta mesi, Dante Alighieri saprà quanto pesi l’arte dell’esilio. Poi chiede perché il popolo fiorentino sia così ostile alla sua famiglia. Dante Alighieri risponde che la causa è la battaglia dell’Arbia, dove il sangue versato ha lasciato un ricordo doloroso.

Farinata afferma che non fu l’unico responsabile di quella decisione e che, anzi, fu l’unico a difendere apertamente Firenze quando altri volevano distruggerla. Dante Alighieri gli chiede allora di chiarire come le anime possano conoscere il futuro ma non il presente. Farinata spiega che i dannati vedono gli eventi lontani come attraverso una vista debole, ma quando gli eventi si avvicinano o accadono, la loro conoscenza svanisce. Dopo il Giudizio Universale, non sapranno più nulla del mondo dei vivi.

Dante Alighieri chiede a Farinata di riferire a Cavalcante che Guido è ancora vivo e che il suo silenzio era dovuto a un equivoco. Poi domanda chi siano gli altri sepolti con lui. Farinata risponde che nella stessa tomba giacciono più di mille anime, tra cui l’imperatore Federico II e il cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Dopo queste parole, l’anima scompare.

Dante Alighieri raggiunge Virgilio, turbato dal dialogo, e il maestro gli chiede perché sia così smarrito. Dante Alighieri gli spiega i suoi pensieri, e Virgilio lo invita a ricordare tutto ciò che ha udito, perché sarà importante quando incontrerà Beatrice, che gli rivelerà il suo destino. I due riprendono il cammino verso una valle maleodorante che conduce al cerchio successivo.

Spiegazione

Il Canto X dell’Inferno appartiene alla Divina Commedia di Dante Alighieri, composta tra il 1307 e il 1321, negli anni dell’esilio. Il Canto X dell’Inferno nasce in un periodo di forte tensione politica, in cui Dante Alighieri riflette sulla crisi di Firenze, sulle lotte tra fazioni e sul destino dell’anima dopo la morte. La Divina Commedia circolò inizialmente in copie manoscritte, lette e commentate da studiosi e lettori colti, e divenne presto un punto di riferimento per la cultura italiana ed europea. Il Canto X è uno dei più celebri dell’Inferno, perché introduce figure storiche reali e un dialogo intenso che unisce politica, teologia e introspezione personale.

Il Canto X dell’Inferno è uno dei più intensi dell’Inferno perché unisce politica, affetti familiari e riflessione sul destino umano. L’incontro con Farinata degli Uberti è un confronto tra due personalità forti, entrambe legate alla storia di Firenze. La fierezza di Farinata, che si erge dalla tomba come se disprezzasse l’Inferno stesso, mostra un carattere che non si piega neppure davanti alla dannazione. È un atteggiamento che ricorda persone che, anche nella sconfitta, mantengono una dignità inflessibile.

Il dolore di Cavalcante de’ Cavalcanti introduce invece un tono completamente diverso. La sua pena non è politica, ma affettiva: cerca il figlio, teme per lui, fraintende le parole di Dante Alighieri e ricade nella tomba disperato. È una scena che ricorda quei momenti in cui un genitore interpreta un silenzio come un presagio di sventura. La sua fragilità contrasta con la fermezza di Farinata, creando un equilibrio narrativo molto umano.

Il tema della conoscenza dei dannati è centrale. Le anime vedono il futuro ma non il presente, come chi ha una vista debole che distingue solo ciò che è lontano. È un’immagine che parla anche alla vita reale: spesso le persone riescono a immaginare scenari futuri, ma faticano a comprendere ciò che accade nel presente. Il fatto che, dopo il Giudizio, perderanno ogni conoscenza, rende la loro condizione ancora più tragica.

Il “secreto calle” è un sentiero nascosto, che passa tra le mura e le tombe. La “città del foco” è Dite, chiamata così per le fiamme che avvolgono i sepolcri. “Loquela” significa modo di parlare, e indica l’accento fiorentino di Dante Alighieri. “Maggior tui” sono gli antenati, richiesti da Farinata per identificare la famiglia. “Arte” indica l’abilità politica di mantenere il potere, tema centrale nel dialogo. “Dolce lume” è la luce del sole, simbolo della vita. “Sospiccar” significa sospettare, mentre “cieco carcere” è l’Inferno, privo di luce. “Semenza” indica la discendenza, la famiglia. “Sommo duce” è Dio, che permette ai dannati di vedere il futuro. “Dolce mondo” è il mondo dei vivi, contrapposto all’oscurità infernale.

Contesto Storico

Il Canto X dell’Inferno riflette le lotte politiche tra Guelfi e Ghibellini che segnarono Firenze nel XIII secolo. Farinata degli Uberti, ghibellino, fu protagonista della battaglia di Montaperti, che portò all’esilio dei guelfi. Tuttavia, secondo la tradizione, si oppose alla distruzione totale della città, mostrando un attaccamento alla patria che supera le divisioni politiche. Cavalcante de’ Cavalcanti, guelfo, rappresenta un’altra fazione della città, e suo figlio Guido fu uno dei maggiori poeti dello Stilnovo, amico e interlocutore di Dante Alighieri.

Il Canto X dell’Inferno riflette anche le discussioni medievali sull’eresia. Gli epicurei, che negavano l’immortalità dell’anima, erano considerati eretici e collocati in tombe infuocate. La città di Dite rappresenta il cuore della ribellione contro la verità cristiana, popolata da coloro che hanno negato principi fondamentali della fede.

Analisi

Il dialogo tra Dante Alighieri e Farinata è costruito come un duello verbale. Farinata parla con orgoglio, come un uomo che non si è mai piegato. La sua postura, eretta nella tomba, richiama figure epiche come Ettore nell’Iliade di Omero, che affronta il destino con dignità. Dante Alighieri risponde con fermezza, mostrando la propria identità politica e morale. È un confronto tra due visioni della città, due modi di intendere la responsabilità civica.

La scena con Cavalcante introduce un registro emotivo diverso, più intimo. Il suo dolore ricorda episodi delle Metamorfosi di Ovidio, dove il lutto familiare è spesso rappresentato con immagini forti e immediate. La sua interpretazione errata delle parole di Dante Alighieri mostra come, nel dolore, anche un dettaglio linguistico possa diventare fonte di angoscia.

La riflessione sulla conoscenza dei dannati richiama temi filosofici presenti anche nella Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, dove si discute della condizione delle anime dopo la morte. Dante Alighieri trasforma questa dottrina in poesia, rendendola accessibile attraverso immagini concrete.

Temi e Significati

Il tema principale è il rapporto tra individuo e comunità. Farinata rappresenta l’uomo politico che, pur condannato, mantiene la propria identità civica. Il suo amore per Firenze supera le divisioni di parte. Il tema della conoscenza limitata dei dannati riflette la condizione umana: vedere il futuro ma non il presente è una metafora della difficoltà di comprendere ciò che accade intorno a noi.

Il dolore di Cavalcante introduce il tema dell’amore familiare, che sopravvive anche nella dannazione. La politica e gli affetti si intrecciano, mostrando come la Divina Commedia non sia solo un poema teologico, ma anche un’opera profondamente umana.

Forma Poetica

Il Canto X dell’Inferno è scritto in terzine di endecasillabi a rima incatenata, lo schema tipico della Divina Commedia. La rima incatenata crea un ritmo continuo, che accompagna il dialogo serrato tra Dante Alighieri e le anime. L’endecasillabo permette un equilibrio tra narrazione e riflessione, alternando momenti di tensione politica a passaggi più emotivi. Le immagini sono costruite con precisione, e i riferimenti storici e mitologici si integrano nel tessuto poetico senza appesantire la lettura.

Riassunto Lampo

Dante Alighieri e Virgilio entrano tra le tombe infuocate degli eretici. Farinata degli Uberti si solleva dalla tomba e discute con Dante Alighieri di politica fiorentina. Cavalcante de’ Cavalcanti chiede notizie del figlio Guido e, fraintendendo le parole di Dante Alighieri , crede che sia morto. Farinata spiega che i dannati vedono il futuro ma non il presente. Dopo il dialogo, Dante Alighieri e Virgilio proseguono verso il cerchio successivo.

Cosa Ricordare

Il Canto X dell’Inferno è il canto della politica e degli affetti. Farinata rappresenta la fierezza civica, Cavalcante il dolore familiare. La conoscenza dei dannati è limitata e fragile. Le tombe infuocate sono il simbolo dell’eresia come chiusura mentale. Il dialogo è uno dei più celebri della Divina Commedia per intensità e profondità.

Immagini Simboliche

La figura eretta di Farinata è simbolo di dignità e orgoglio. La tomba infuocata rappresenta l’eresia come errore che continua a bruciare. Il gesto disperato di Cavalcante è l’immagine del dolore che acceca. La vista limitata dei dannati è simbolo della conoscenza imperfetta dell’uomo.

Collegamenti Utili

Il Canto X dell’Inferno si collega al Canto IX, dove Dante Alighieri entra nella città di Dite, e prepara il Canto XI, che spiega la struttura morale dell’Inferno. Il dialogo politico richiama episodi storici narrati nelle cronache fiorentine. Il tema della conoscenza limitata dialoga con la filosofia di Tommaso d’Aquino e con la riflessione sul destino umano presente nell’Eneide di Virgilio.

FAQ

Perché Farinata è rappresentato in piedi nella tomba? Perché la sua fierezza non si piega neppure davanti alla dannazione. La postura eretta è simbolo della sua dignità politica e personale.

Perché Cavalcante crede che suo figlio sia morto? Perché Dante Alighieri usa il passato parlando di Guido, e il dolore del padre lo porta a interpretare quel tempo verbale come un presagio di morte.

Perché gli eretici sono puniti nelle tombe infuocate? Perché hanno negato l’immortalità dell’anima. La tomba aperta e ardente è il simbolo della loro dottrina errata.

Come vedono il futuro i dannati? Lo vedono come attraverso una vista debole: distinguono ciò che è lontano, ma non ciò che è vicino o presente.

Perché Dante Alighieri discute di politica nell’Inferno? Perché la politica è parte essenziale della sua vita e della storia di Firenze. L’Inferno diventa il luogo in cui riflettere sulle responsabilità civiche.

Chi sono gli altri sepolti con Farinata? Tra gli altri, Federico II e il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, figure storiche legate a dottrine considerate eretiche.

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