Inferno – Canto VI

Dante Alighieri, 1313

Testo

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostròcci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.

E ‘l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ‘l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tenzione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni
e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: «Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:

Parafrasi integrale in prosa

Dante Alighieri riprende conoscenza dopo lo svenimento provocato dall’incontro con Paolo e Francesca. Appena riapre gli occhi, si accorge di trovarsi in un luogo nuovo, dove regnano pioggia incessante, fango e oscurità. È il terzo cerchio dell’Inferno, quello dei golosi, puniti da una pioggia eterna fatta di acqua sporca, grandine e neve, che cade senza tregua su di loro. La terra, impregnata di questa pioggia, emana un odore nauseante. Le anime giacciono a terra, immerse nel fango, incapaci di trovare sollievo.

A sorvegliarle c’è Cerbero, un mostro con tre teste canine, occhi rossi, barba nera e un ventre enorme. Con le sue zampe artigliate graffia e dilania i dannati, che urlano come cani sotto la pioggia. Quando Cerbero vede Dante Alighieri e Virgilio, si agita furiosamente, mostrando i denti. Virgilio, per calmarlo, raccoglie della terra e gliela getta nelle bocche fameliche: il mostro si placa per un momento, proprio come un cane che si quieta quando riceve del cibo.

I due poeti camminano sopra i corpi dei dannati, che sembrano quasi ombre prive di consistenza. Una di queste anime si solleva e si rivolge a Dante Alighieri, chiedendogli se lo riconosce. Dante Alighieri, inizialmente incerto, gli chiede di rivelare la sua identità. L’anima risponde di essere Ciacco, un fiorentino noto per il vizio della gola. Racconta che la sua città, Firenze, è talmente piena d’invidia da essere ormai prossima alla rovina. Spiega che la sua condanna deriva proprio dall’incapacità di frenare i desideri e gli eccessi.

Dante Alighieri, colpito dalla sua pena, gli chiede notizie sul futuro politico di Firenze: vuole sapere se ci saranno giusti, e perché la città è così divisa. Ciacco risponde con una profezia: le fazioni cittadine si scontreranno duramente, il sangue scorrerà, e una parte caccerà l’altra con violenza. Poi la situazione si invertirà, e chi oggi domina sarà a sua volta oppresso. Aggiunge che in città ci sono solo due uomini giusti, ma nessuno li ascolta, perché i cuori dei fiorentini sono accesi da superbia, invidia e avarizia.

Dante Alighieri gli chiede notizie di altri fiorentini illustri, come Farinata, Tegghiaio, Rusticucci, Arrigo e Mosca, ma Ciacco risponde che si trovano più in basso, tra le anime più nere, puniti per colpe diverse. Prima di sprofondare di nuovo nel fango, Ciacco chiede a Dante Alighieri di ricordarlo quando tornerà nel mondo dei vivi.

Dopo che l’anima scompare, Virgilio spiega a Dante Alighieri che i dannati non si risveglieranno più fino al giorno del Giudizio, quando riprenderanno i loro corpi e ascolteranno la sentenza eterna. Proseguendo il cammino, i due si muovono lentamente tra fango e pioggia, parlando del destino delle anime e della natura delle pene infernali. Dante Alighieri chiede se, dopo il Giudizio, le sofferenze aumenteranno o diminuiranno. Virgilio risponde che, poiché la perfezione accresce la capacità di sentire, le anime proveranno un dolore ancora più intenso quando riavranno il corpo.

Il canto si chiude quando Dante Alighieri e Virgilio raggiungono il punto in cui la strada scende verso il cerchio successivo, dove li attende Pluto, il grande nemico.

Spiegazione

Dante Alighieri compose l’Inferno, e quindi anche il Canto VI dell’Inferno, tra la fine del Duecento e i primi anni del Trecento, durante gli anni dell’esilio da Firenze. La Divina Commedia nasce in un contesto di forte crisi politica, personale e spirituale, in cui Dante Alighieri rielabora la propria esperienza biografica trasformandola in un grande viaggio allegorico nell’aldilà. Il Canto VI dell’Inferno appartiene alla prima cantica, l’Inferno, e si colloca nel terzo cerchio, quello dei golosi, subito dopo l’episodio tragico di Paolo e Francesca. La circolazione del poema avviene inizialmente in forma manoscritta, copiato e diffuso da amanuensi e lettori colti, per poi diventare, nei secoli successivi, uno dei testi fondativi della letteratura italiana. Il Canto VI dell’Inferno riflette la maturità poetica di Dante Alighieri, che unisce lingua viva, osservazione sociale e costruzione teologica in un quadro unitario e potentissimo.

Il Canto VI dell’Inferno si apre con Dante Alighieri che riprende i sensi dopo lo sconvolgimento emotivo del Canto VI dell’Inferno precedente e si ritrova nel terzo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i golosi. Qui una pioggia incessante, fredda e sporca cade su un terreno fangoso, creando un ambiente degradato e nauseante. A sorvegliare i dannati c’è Cerbero, il cane mostruoso a tre teste, che li graffia, li scuoia e li dilania, mentre essi giacciono nel fango, abbattuti e senza dignità. Dante Alighieri incontra un’anima che si presenta come Ciacco, un fiorentino noto per la sua golosità, che approfitta del dialogo per parlare non solo del proprio peccato, ma soprattutto della situazione politica di Firenze.

La spiegazione del Canto VI dell’Inferno mostra come la golosità non sia solo un eccesso di cibo, ma un simbolo di un desiderio disordinato, incapace di misura, che si riflette anche nella vita civile. Ciacco profetizza le lotte tra guelfi bianchi e neri, le cacciate, le violenze e le ingiustizie che travolgeranno la città, anticipando il destino dello stesso Dante Alighieri. La pena dei golosi, immersi nel fango sotto una pioggia sporca, rispecchia la loro vita terrena, dominata da un piacere materiale che li ha resi ciechi a valori più alti. Il Canto VI dell’Inferno si chiude con Dante Alighieri che chiede notizie di altri fiorentini illustri e con la constatazione che, dopo il giudizio universale, le pene saranno ancora più dure, perché i dannati riavranno il corpo.

Nel Canto VI dellInferno compaiono numerosi termini dell’italiano trecentesco che oggi risultano poco immediati. “Trestizia” significa tristezza intensa, un dolore che confonde e disorienta. “Piova etterna” indica una pioggia che non ha mai fine, simbolo di un desiderio disordinato che non trova misura. “Acqua tinta” significa acqua sporca, mescolata a fango e impurità. “Pute la terra” vuol dire che la terra emana cattivo odore, perché impregnata della pioggia corrotta che cade sui dannati. “Fiera diversa” riferito a Cerbero indica una creatura mostruosa e anomala, diversa da ogni animale conosciuto. “Iscoia” significa scuoia, mentre “isquatra” significa fa a pezzi, entrambe forme verbali che descrivono la violenza con cui Cerbero tormenta i golosi. “Adona” significa abbatte, schiaccia, e si riferisce alla pioggia che rende i dannati incapaci di rialzarsi. “Vanità che par persona” indica un’ombra priva di consistenza, un corpo che non è più corpo ma solo apparenza. “Offensione” significa offesa grave, violenza politica. “Tenzione” significa contesa, conflitto prolungato. “Piaggia” significa favorisce, appoggia, e si riferisce al sostegno politico che una fazione riceve da un potente. “Aonti” significa disonori, vergogne pubbliche. “Attosca” significa avvelena, rende più dura la pena. “Nimica podestà” indica il potere divino che giudica, percepito come ostile dai dannati. “Doglienza” significa dolore, sofferenza profonda. “Sozza mistura” indica la mescolanza impura di pioggia e fango in cui i golosi sono immersi. “Sì cocenti” significa così brucianti, così intensi da essere insopportabili. “Perfezion” indica la condizione dell’anima unita al corpo dopo il giudizio finale, quando la pena sarà più sentita perché l’essere umano sarà di nuovo completo.

Contesto Storico

Il Canto VI dell’Inferno va letto sullo sfondo della Firenze comunale tra XIII e XIV secolo, segnata da conflitti interni, rivalità tra famiglie e lotte di fazione. I guelfi, sostenitori del papato, e i ghibellini, vicini all’impero, si alternano al potere, ma anche all’interno dei guelfi si aprono fratture tra bianchi e neri. Dante Alighieri, guelfo bianco, verrà esiliato dai guelfi neri, e questa esperienza segnerà profondamente la sua visione politica e morale. Nel Canto VI dell’Inferno, attraverso la voce di Ciacco, Dante Alighieri anticipa e commenta queste vicende, trasformando un peccatore di gola in un testimone della corruzione civile.

Il contesto religioso è quello della teologia medievale, in cui i peccati capitali, tra cui la gola, hanno un peso preciso nell’ordine morale dell’universo. La collocazione dei golosi nel terzo cerchio, sotto una pioggia sporca e incessante, riflette l’idea che il peccato di gola sia un disordine dei desideri, un attaccamento eccessivo ai piaceri del corpo. Allo stesso tempo, il Canto VI dell’Inferno mostra come Dante Alighieri usi l’Inferno non solo per punire i peccatori, ma per leggere criticamente la storia del suo tempo, unendo dimensione personale, politica e teologica.

Analisi

Dal punto di vista strutturale, il Canto VI dellInferno è diviso in due grandi blocchi: la descrizione del paesaggio infernale e della pena dei golosi, e il dialogo politico con Ciacco. La prima parte è dominata da immagini sensoriali fortissime: la pioggia sporca, il fango, il latrato di Cerbero, i corpi straziati. Dante Alighieri costruisce un ambiente che è l’esatto contrario della convivialità serena: qui il cibo si trasforma in fango, il piacere in disgusto, il banchetto in tormento. La figura di Cerbero, ripresa dalla tradizione classica (come in Eneide di Virgilio), viene reinterpretata in chiave cristiana come guardiano dei golosi, con un corpo animalesco che incarna l’eccesso e la voracità.

Nella seconda parte, il dialogo con Ciacco sposta il baricentro dal peccato individuale alla crisi collettiva. Ciacco parla di Firenze come di una città divisa dall’invidia, dall’orgoglio e dall’avidità, anticipando le lotte tra guelfi bianchi e neri e la rovina politica che ne seguirà. Qui Dante Alighieri intreccia il tema della gola con quello della corruzione civile: una città che non conosce misura nei desideri è destinata a sprofondare nel conflitto. Il Canto VI dell’Inferno dialoga idealmente con altri luoghi della Divina Commedia in cui Dante Alighieri riflette sulla politica, come il Canto X dell’Inferno con Farinata degli Uberti o il Canto VI del Purgatorio, dove il discorso si allarga all’Italia intera. L’uso di un personaggio come Ciacco, apparentemente “minore”, per veicolare un messaggio così alto, mostra la capacità di Dante Alighieri di trasformare figure quotidiane in simboli universali.

Temi e Significati

Uno dei temi centrali del Canto VI dellInferno è la gola come disordine del desiderio. I golosi non sono solo persone che mangiano troppo, ma individui incapaci di misura, che si lasciano dominare dal piacere immediato. La pioggia sporca e il fango rappresentano la degradazione di un piacere che, invece di nutrire, soffoca e sporca. Un altro tema forte è la responsabilità politica: attraverso Ciacco, Dante Alighieri denuncia la degenerazione di Firenze, dove l’avidità, l’invidia e la superbia distruggono il tessuto civile. La città diventa un luogo di lotta continua, in cui il bene comune è sacrificato agli interessi di parte.

Il Canto VI dell’Inferno affronta anche il tema della memoria e della profezia. Ciacco parla al futuro di Dante Alighieri, annunciando eventi che per il lettore sono già storia, creando un effetto di doppio sguardo: da un lato la voce del dannato, dall’altro la consapevolezza del poeta che scrive a posteriori. Infine, il riferimento al giudizio universale e al recupero del corpo sottolinea la serietà della condizione umana: ciò che si fa nel corpo ha conseguenze eterne, e la pena diventerà ancora più intensa quando anima e corpo saranno di nuovo uniti.

Forma Poetica

l Canto VI dell’Inferno è scritto in terzine incatenate, la forma metrica tipica della Divina Commedia. Ogni terzina è composta da tre versi endecasillabi (versi di undici sillabe), con uno schema di rime a catena (ABA BCB CDC…), che crea un movimento continuo e fluido, adatto a rendere il viaggio di Dante Alighieri nell’aldilà. Questa struttura metrica permette al poeta di passare con naturalezza dalla descrizione al dialogo, dalla scena concreta alla riflessione morale.

La lingua è un italiano trecentesco che mescola registri diversi: termini elevati e colti convivono con parole concrete, quasi popolari, soprattutto nella descrizione del fango, della pioggia e del corpo di Cerbero. Dante Alighieri usa spesso enjambement (quando il senso di un verso continua in quello successivo) per dare ritmo e tensione al discorso. La scelta di immagini fortemente sensoriali, quasi “fisiche”, rende il Canto VI dell’Inferno particolarmente efficace anche per un lettore moderno, che percepisce la pena dei golosi non solo come concetto astratto, ma come esperienza quasi corporea.

Riassunto Lampo

Nel terzo cerchio dell’Inferno, Dante Alighieri si trova tra i golosi, puniti da una pioggia eterna, fredda e sporca che li costringe a giacere nel fango. A sorvegliarli c’è il mostruoso Cerbero, che li graffia e li dilania. Dante Alighieri incontra Ciacco, un fiorentino noto per la sua golosità, che approfitta dell’incontro per parlare della situazione politica di Firenze, prevedendo lotte, cacciate e ingiustizie. Il Canto VI dell’Inferno mostra come la gola sia un simbolo di desiderio disordinato e collega il peccato individuale alla corruzione civile della città.

Cosa Ricordare

È importante ricordare che il Canto VI dell’Inferno non parla solo di cibo e di eccessi materiali, ma usa la gola come chiave per leggere un’intera società che ha perso il senso della misura. La pioggia sporca e il fango non sono solo elementi scenografici, ma immagini morali di una vita sprecata nei piaceri immediati. La figura di Ciacco è centrale perché unisce il peccato personale alla profezia politica, trasformando un goloso in un testimone della crisi di Firenze. Il Canto VI dell’Inferno mostra anche la capacità di Dante Alighieri di intrecciare teologia, politica e psicologia in un’unica struttura poetica.

Immagini Simboliche

Le immagini più forti del Canto VI dell’Inferno sono la pioggia eterna, fredda e sporca, che cade senza tregua sui dannati, e il fango in cui essi giacciono, incapaci di rialzarsi. Queste immagini rappresentano un piacere degradato, che non nutre ma sporca e appesantisce. Cerbero, con le sue tre teste, la bava e la ferocia, è la personificazione della voracità senza controllo, un animale che divora senza mai saziarsi. Anche il corpo di Ciacco, deformato dalla pena, è un’immagine chiave: il goloso che in vita cercava il piacere del cibo è ora ridotto a una massa di fango, priva di dignità.

Collegamenti Utili

Il Canto VI dell’Inferno può essere collegato ad altri canti della Divina Commedia in cui Dante Alighieri riflette sulla politica, come il Canto X dell’Inferno con Farinata degli Uberti o il Canto VI del Purgatorio, dove il discorso si allarga all’Italia intera. È utile metterlo in relazione anche con testi classici in cui compare Cerbero, come l’Eneide di Virgilio, per vedere come Dante Alighieri riprende e trasforma la tradizione antica. Dal punto di vista tematico, il Canto VI dell’Inferno dialoga con opere che trattano i vizi capitali e la misura nei desideri, sia nella letteratura medievale sia in quella successiva. Per studenti e appassionati, può essere interessante confrontare questo canto con altri testi che descrivono la città di Firenze come luogo di conflitto e corruzione.

FAQ

Perché i golosi sono puniti con la pioggia e il fango? I golosi sono puniti con una pioggia eterna, fredda e sporca che li costringe a giacere nel fango perché la loro pena rispecchia il loro peccato. In vita hanno cercato il piacere del cibo e dei sensi senza misura, e ora sono immersi in una materia degradata, pesante e nauseante. La pioggia che non finisce mai rappresenta un desiderio che non si sazia, mentre il fango indica la perdita di dignità e di elevazione spirituale.

Chi è Ciacco e perché è importante nel Canto VI dell’Inferno? Ciacco è un personaggio fiorentino, probabilmente realmente esistito, noto per la sua golosità e per la sua vita dedita ai piaceri. Nel Canto VI dell’Inferno, però, la sua importanza va oltre il peccato personale: diventa la voce che racconta a Dante Alighieri la crisi politica di Firenze, anticipando le lotte tra guelfi bianchi e neri. Attraverso Ciacco, Dante Alighieri unisce il tema morale della gola a quello politico della corruzione civile.

Che ruolo ha Cerbero nel Canto VI dell’Inferno? Cerbero è il guardiano del terzo cerchio, dove sono puniti i golosi. Con le sue tre teste, il suo latrato e la sua ferocia, rappresenta la voracità senza controllo, un appetito che divora tutto senza mai saziarsi. Dante Alighieri riprende la figura di Cerbero dalla mitologia classica, ma la inserisce in un contesto cristiano, trasformandola in simbolo del peccato di gola e della degradazione dell’uomo che si lascia dominare dai sensi.

In che modo il Canto VI dell’Inferno parla della politica di Firenze? Attraverso il dialogo con Ciacco, il Canto VI dell’Inferno offre una vera e propria diagnosi della situazione politica di Firenze. Si parla di invidia, superbia e avarizia come cause principali delle lotte interne, delle cacciate e delle ingiustizie. Dante Alighieri usa l’Inferno per giudicare non solo i singoli peccatori, ma anche la città e le sue classi dirigenti, mostrando come il disordine dei desideri individuali si rifletta nel disordine della vita pubblica.

Perché Dante Alighieri chiede a Ciacco notizie di altri fiorentini? Dante Alighieri chiede a Ciacco notizie di altri fiorentini illustri per capire che fine abbiano fatto e quale sia il loro destino nell’aldilà. Questo permette al poeta di inserire nel Canto VI dell’Inferno una serie di giudizi morali e politici su personaggi noti ai lettori del tempo. Allo stesso tempo, mostra l’interesse di Dante Alighieri per la storia concreta della sua città e per il destino delle persone che l’hanno governata o influenzata.

Che significato ha il riferimento al giudizio universale? Quando si parla del giudizio universale, si ricorda che, alla fine dei tempi, le anime riavranno il proprio corpo e le pene diventeranno ancora più intense. Questo sottolinea la serietà delle scelte compiute in vita: ciò che si fa con il corpo ha conseguenze eterne. Nel contesto del Canto VI dell’Inferno, il riferimento rafforza l’idea che la gola, apparentemente un peccato “di pancia”, abbia in realtà un peso spirituale e morale molto profondo.

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