Dante Alighieri, 1313
Testo
Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.
«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
«guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’ io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».
«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.
L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».
Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Parafrasi integrale in prosa
Dante Alighieri e Virgilio scendono nel secondo cerchio dell’Inferno, un luogo più stretto e più doloroso del precedente. Qui non c’è più la malinconia dignitosa del Limbo: l’atmosfera è cupa, il buio è più fitto e il dolore più evidente. All’ingresso del cerchio si trova Minosse, il giudice infernale che ascolta le confessioni delle anime e, avvolgendo la sua coda attorno al corpo tante volte quante sono i cerchi da scendere, assegna a ciascuna la sua pena. Quando vede Dante Alighieri vivo, Minosse tenta di impedirgli il passaggio, ma Virgilio lo zittisce con autorità, ricordandogli che il viaggio è voluto da un ordine superiore.
Entrati nel cerchio, Dante Alighieri sente un vento impetuoso che trascina le anime senza tregua. Sono i lussuriosi, coloro che in vita si lasciarono dominare dalla passione e non seppero resistere ai desideri. Ora sono trascinati da una bufera eterna, incapaci di fermarsi o di trovare pace, come furono incapaci di dominare se stessi. Dante Alighieri osserva questa moltitudine di spiriti che volano come stormi di uccelli, sospinti da un vento che non si placa mai.
Dante Alighieri chiede a Virgilio se sia possibile parlare con alcune di quelle anime, e il maestro gli indica un gruppo che sembra muoversi con maggiore dolcezza. Dante Alighieri li chiama, e due spiriti si avvicinano: sono Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, uniti nella morte come lo furono nella vita. Francesca parla per prima, con voce gentile e dolente. Racconta che nacque a Ravenna e che fu data in sposa a Gianciotto Malatesta, uomo violento e deforme. Paolo, fratello di Gianciotto, era invece giovane e bello, e tra i due nacque un amore irresistibile.
Francesca spiega che il loro sentimento sbocciò mentre leggevano insieme la storia di Lancillotto e Ginevra, un racconto d’amore proibito. Quando arrivarono al punto in cui i due protagonisti si scambiano il primo bacio, Paolo tremò e baciò Francesca. Quel momento segnò la loro rovina: furono scoperti e uccisi da Gianciotto. Francesca racconta tutto con una dolcezza che commuove Dante Alighieri, il quale si sente travolto dalla pietà per la loro sorte.
Paolo, che finora è rimasto in silenzio, piange accanto a lei. Dante Alighieri, profondamente colpito dalla loro storia, perde i sensi e cade come corpo morto, vinto dall’emozione e dalla compassione per quei due amanti trascinati per sempre dalla bufera infernale.
Spiegazione
Il Canto V dell’Inferno della Divina Commedia fu composto da Dante Alighieri tra il 1304 e il 1307, negli anni iniziali dell’esilio. È uno dei canti più celebri dell’intero poema, perché introduce il secondo cerchio dell’Inferno, quello dei lussuriosi, e contiene l’episodio struggente di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, una delle storie d’amore più note della letteratura mondiale. È un canto che unisce passione, tragedia, pietà e giudizio morale.
Il Canto V dell’Inferno si apre con l’incontro tra Dante Alighieri e Minòs, il giudice infernale che ascolta le confessioni dei dannati e assegna loro il cerchio di destinazione avvolgendo la coda attorno al corpo. È una figura severa, simbolo della giustizia divina che non sbaglia mai.
Dopo aver superato Minòs, Dante Alighieri entra nel secondo cerchio, dove una bufera incessante trascina le anime dei lussuriosi. Il vento rappresenta la passione incontrollata che li travolse in vita. Qui Dante Alighieri vede personaggi come Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano: figure storiche e mitologiche accomunate dall’essere state dominate dal desiderio.
Ma il momento centrale del Canto V dell’Inferno è l’incontro con Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Dante Alighieri li vede volare insieme, uniti nella pena come lo furono nel peccato. Francesca racconta la loro storia con un tono dolce e tragico: l’amore nacque mentre leggevano insieme il romanzo di Lancillotto e Ginevra, e il bacio narrato nel libro divenne il loro bacio reale. Il marito di Francesca li scoprì e li uccise entrambi.
Il racconto è così intenso che Dante Alighieri sviene per la pietà, chiudendo il Canto V dell’Inferno con una delle immagini più celebri dell’intera Divina Commedia.
Alcuni termini del Canto V dell’Inferno possono risultare difficili. “Minòs” è il giudice infernale che assegna le pene. “Caronchiato” indica un volto contratto dalla rabbia. “Bufera infernal” è il vento che trascina i lussuriosi. “Seminatore di scandalo” è chi diffonde discordia. “Martìri” indica tormenti fisici o morali. “Caina” è la zona più bassa dell’Inferno, riservata ai traditori dei parenti.
Contesto Storico
La storia di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini è reale. Francesca era sposata con Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, un uomo noto per il carattere violento. Paolo era il fratello di Gianciotto. La loro relazione adulterina fu scoperta e punita con l’omicidio. Nel Medioevo, l’adulterio era considerato un crimine gravissimo, soprattutto per motivi politici e familiari.
Il Canto V dell’Inferno riflette anche la cultura cortese medievale, dove l’amore era spesso idealizzato come forza irresistibile. Dante Alighieri, però, non giustifica il peccato: lo comprende, lo ascolta, ma lo colloca comunque nel cerchio dei dannati.
Analisi
Il Canto V dell’Inferno è costruito come un crescendo emotivo. Si passa dalla severità di Minòs alla violenza della bufera, fino alla dolcezza tragica del racconto di Francesca. Il ritmo del canto cambia continuamente: rapido e duro all’inizio, lento e melodico nella parte finale.
La bufera è una delle immagini più potenti della Divina Commedia. Rappresenta la passione che trascina, che toglie il controllo, che non permette stabilità. I lussuriosi non hanno mai pace, come non l’ebbero in vita.
Il dialogo con Francesca è un capolavoro di psicologia. Francesca parla con dolcezza, evita di nominare il marito, usa un linguaggio cortese. Non si giustifica, ma nemmeno si accusa. Racconta l’amore come una forza che “al cor gentil ratto s’apprende”, citando la tradizione stilnovista.
Dante Alighieri ascolta, si commuove, e alla fine sviene. È un momento di grande umanità: il poeta non è un giudice, è un uomo che soffre davanti al dolore degli altri.
Temi e Significati
Il tema centrale è la forza dell’amore, capace di elevare ma anche di distruggere. Il Canto V dell’Inferno riflette sul rapporto tra passione e responsabilità, tra desiderio e colpa. La bufera rappresenta la perdita del controllo. Il racconto di Francesca mostra come la letteratura possa influenzare la vita reale. Il canto parla anche di pietà, di memoria, di destino.
Forma Poetica
Il Canto V dell’Inferno è scritto in endecasillabi, organizzati in terzine incatenate. Il linguaggio è musicale, ricco di immagini sensoriali. La parte finale, con il racconto di Francesca, ha un ritmo lento e melodico, quasi da ballata. Il Canto V dell’Inferno alterna toni duri e toni dolci, creando un equilibrio perfetto.
Riassunto Lampo
Dante Alighieri incontra Minòs, entra nel cerchio dei lussuriosi e vede le anime trascinate dalla bufera. Incontra Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, che raccontano la loro storia d’amore tragica. Dante Alighieri sviene per la pietà.
Cosa Ricordare
La bufera rappresenta la passione incontrollata. Francesca racconta l’amore come una forza irresistibile. Il Canto V dell’Inferno è uno dei più emotivi dell’Inferno. Dante Alighieri sviene per la commozione.
Immagini Simboliche
La bufera è il simbolo del desiderio che trascina. Il libro di Lancillotto è il simbolo dell’amore che nasce dalla lettura. Il bacio è il momento in cui la fantasia diventa realtà. Il vento che non si ferma mai rappresenta l’eternità della pena.
Collegamenti Utili
Il Canto III dell’Inferno, per il tema della responsabilità morale. Il Canto IV dell’Inferno, per il contrasto tra ragione e passione. Il Canto XXXIII dell’Inferno, per un’altra storia di tradimento e dolore. Il Canto I del Purgatorio, per il tema della rinascita.
FAQ
Chi è Minòs? È il giudice infernale che assegna le pene avvolgendo la coda attorno al corpo.
Perché i lussuriosi sono trascinati dal vento? Perché in vita furono trascinati dalla passione senza controllo.
Chi sono Paolo e Francesca? Due amanti realmente esistiti, uccisi dal marito di Francesca.
Perché Dante Alighieri sviene? Per la pietà e la commozione suscitata dal racconto di Francesca.
Il Canto V dell’Inferno giustifica l’adulterio? No. Dante Alighieri comprende il dolore, ma colloca comunque i due amanti tra i dannati.
Perché il libro di Lancillotto è importante? Perché mostra come la letteratura possa influenzare la vita reale.
Perché il Canto V dell’Inferno è così famoso? Per la forza emotiva del racconto e per la bellezza del linguaggio.
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